SI TORNA A VOTARE E RICOMPAIONO VECCHIE BACHECHE DI LATTA

Andiamo nello spazio, giriamo con il telefonino in tasca, le auto a benzina cedono il passo a quelle elettriche, viaggiamo sui treni ad alta velocità, i gettoni del telefono sono un ricordo dei più anziani ma alle vecchie bacheche, travolte dalla tecnologia al tempo dei social, non sappiamo rinunciare o, meglio, non ci fanno rinunciare. Tra meno di un mese, il 3 e 4 ottobre, si torna a votare in importanti città come Milano, Torino e Napoli, ed anche a Roma ricompaiono gli inutili tabelloni, un tempo affastellati di manifesti dei vari partiti ma oggi vuoti e tristi nella loro solitudine. I partiti pagavano intere squadre di attacchini che, soprattutto di notte, si scontravano per incollare manifesti e locandine che poco dopo venivano staccati dagli avversari e sostituiti da quelli dei loro partiti. Così come le caselle delle poste dei nostri palazzi venivano riempite di “santini” colorati dei vari candidati con le loro foto e i relativi curricula.Ed erano bei soldini per le tipografie che in quei mesi di propaganda elettorale lavoravano a ritmo incessante giorno e notte e i Partiti se le accaparravano, anche per creare disagi agli avversari. Una delle più note, allora, la A.BE.TE grafica si sviluppa in quegli anni e viene di fatto monopolizzata dalla DC. La legge sulle affissioni risale al 1956, quando ancora non c’era l’autostrada del sole, la televisione era in bianco e nero e con un solo canale. Ma nessuno ha mai pensato a modificarla o, addirittura, di abolirla, ora che il confronto politico si è spostato sui talk e sui social. E così per mesi (perché i tabelloni non saranno subito rimossi a consultazione avvenuta) i marciapiedi ed i parchi vengono bucati pr piantare migliaia di tubi innocenti che sorreggono antiestetiche lastre di metallo ripulite alla meglio ma nude, oramai senza manifesti, che ingenerano ricordi e aloni di malinconia se si pensa che tutto questo materiale finisce, per esempio a Roma, in un enorme magazzino elettorale che a breve tornerà ad ospitare 44.751 traverse gialle, 37.470 pali anch’essi gialli, 25.180 staffe, 34.070 lamiere, 59.586 supporti metallici, 310.000 targhette di plastica e 16.000 fasce. Ma a questo spreco di danaro pubblico nessuno ha pensato di mettere mano. C’è da augurarsi che finalmente lo faccia il Governo del “quasi tutti dentro”.

Andiamo nello spazio, giriamo con il telefonino in tasca, le auto a benzina cedono il passo a quelle elettriche, viaggiamo sui treni ad alta velocità, i gettoni del telefono sono un ricordo dei più anziani ma alle vecchie bacheche, travolte dalla tecnologia al tempo dei social, non sappiamo rinunciare o, meglio, non ci fanno rinunciare. Tra meno di un mese, il 3 e 4 ottobre, si torna a votare in importanti città come Milano, Torino e Napoli, ed anche a Roma ricompaiono gli inutili tabelloni, un tempo affastellati di manifesti dei vari partiti ma oggi vuoti e tristi nella loro solitudine. I partiti pagavano intere squadre di attacchini che, soprattutto di notte, si scontravano per incollare manifesti e locandine che poco dopo venivano staccati dagli avversari e sostituiti da quelli dei loro partiti. Così come le caselle delle poste dei nostri palazzi venivano riempite di “santini” colorati dei vari candidati con le loro foto e i relativi curricula.Ed erano bei soldini per le tipografie che in quei mesi di propaganda elettorale lavoravano a ritmo incessante giorno e notte e i Partiti se le accaparravano, anche per creare disagi agli avversari. Una delle più note, allora, la A.BE.TE grafica si sviluppa in quegli anni e viene di fatto monopolizzata dalla DC. La legge sulle affissioni risale al 1956, quando ancora non c’era l’autostrada del sole, la televisione era in bianco e nero e con un solo canale. Ma nessuno ha mai pensato a modificarla o, addirittura, di abolirla, ora che il confronto politico si è spostato sui talk e sui social. E così per mesi (perché i tabelloni non saranno subito rimossi a consultazione avvenuta) i marciapiedi ed i parchi vengono bucati pr piantare migliaia di tubi innocenti che sorreggono antiestetiche lastre di metallo ripulite alla meglio ma nude, oramai senza manifesti, che ingenerano ricordi e aloni di malinconia se si pensa che tutto questo materiale finisce, per esempio a Roma, in un enorme magazzino elettorale che a breve tornerà ad ospitare 44.751 traverse gialle, 37.470 pali anch’essi gialli, 25.180 staffe, 34.070 lamiere, 59.586 supporti metallici, 310.000 targhette di plastica e 16.000 fasce. Ma a questo spreco di danaro pubblico nessuno ha pensato di mettere mano. C’è da augurarsi che finalmente lo faccia il Governo del “quasi tutti dentro”.

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