“Si vince solo uniti. Ma la sconfitta non è solo colpa di Letta”

Quando il gioco si fa duro, i duri scendono in campo. E Damiano Tommasi non è mai stato uno di quelli che tira indietro la gamba. Con lealtà, ma con pari determinazione. Su un campo da calcio, nella sua prima vita quando era il polmone di sua maestà Totti; poi da dirigente sportivo alla guida dell’Aic, adesso sindaco di una città complicata come Verona.

Dopo avere sbaragliato tre mesi fa il favorito campo avversario del centrodestra che però si è diviso. L’esatto opposto di quello che è avvenuto a livello nazionale.
Eppure Letta quando era venuto a sostenerla a Verona aveva plaudito alla sua capacità di aggregare le anime del centrosinistra e le componenti civiche, additandola come esempio. Alle politiche, però, è avvenuto il contrario.

A livello nazionale ha influito molto il sistema elettorale e la riduzione dei parlamentari per effetto del referendum. Questo ha costretto ad orientare le candidature anche in un certo modo. Mentre a Verona è stato un percorso che è partito prima di me, quando è stato il momento di unire tutte le forze prima ancora che io dessi la mia disponibilità a candidarmi, alle politiche non c’è stato forse il tempo materiale dalla caduta del governo alle elezioni di compiere quel percorso che avrebbe portato ad allargare il campo.

Questo a scusante del segretario PD, Enrico Letta che ha evidentemente sbagliato strategia politica.

Non solo di Letta, però, perché la verità è che da anni al di là delle possibili divisioni il centrodestra in prossimità delle elezioni fa fronte comune e poi si vedrà. Questo non è accaduto nel centrosinistra con le conseguenze che sappiamo in virtù di una legge elettorale per un terzo maggioritaria che favorisce le coalizioni.

Se ci fosse stata una proposta unitaria del centrosinistra il risultato sarebbe stato in parte diverso.

Lo dicono i numeri, perché se ci fosse stata una coalizione di centrosinistra molti collegi uninominali sarebbero stati vinti. Il centrodestra è stato favorito dalla divisione altrui.

Una delle critiche avanzate al segretario PD è stata quella di non avere saputo parlare ai ceti sociali più in difficoltà e a quelli che producono reddito. Lei nella sua campagna elettorale è stato in grado di farlo.

È difficile fare un’analisi su una singola lista o partito perché se si guardano i numeri il centrodestra si è ridistribuito i voti, ma non è che li abbia tolti al centrosinistra. Ad esempio, a Verona, ai partiti che appoggiavano me, certi passaggi erano stati fatti in precedenza. Mentre prima della crisi il M5S aveva subito la scissione di Di Maio e dei parlamentari a lui legati, che hanno lasciato a Conte più unità e la possibilità di fare una campagna elettorale mirata. Questo, paradossalmente, ha aiutato di più il movimento ad avvicinare le persone su un tema come quello del reddito di cittadinanza.

Nel PD questo non è avvenuto.

Nel PD le scelte di campagna elettorale erano sì condivise, a parole, ma forse nei fatti ci sono stati degli scollamenti. Il non avere fatto una lista unica è stato decisivo in tanti collegi. Almeno a leggere i numeri. Ma sono i discorsi del senno di poi.
Del resto, lei è abituato avendo giocato tanti anni a pallone. Alla fine della partita tutti siamo dei grandi allenatori. Non c’è dubbio. Comunque non possiamo raffrontare le elezioni comunali a quelle nazionali. Sono diverse per motivazioni e obiettivi di politica generale.

La legge elettorale, il Rosatellum bis, è molto criticata perché ci sono le liste bloccate, ma in questo caso ha garantito sulla carta la governabilità.

Beh sì, era l’obiettivo di quando è stata votata, anche se ricordiamo che all’epoca erano tre i cosiddetti poli che avevano peso e la legge era stata confezionata per rappresentare questi orientamenti nel Paese. Certo, la sua ratio è proprio quella di favorire le aggregazioni.
Dalla sua esperienza di amministratore abituato a parlare ogni giorno con i cittadini che le rappresentano i loro problemi, che consiglio darebbe in vista del congresso al PD?
Non penso di essere la persona adatta a dare consigli su un tema così complesso. A ognuno il suo.


Proprio nessuno?

Vede, ogni partito ha le sue dinamiche e non intendo entrarvi. Sarebbe scorretto. Ho molto rispetto degli ambiti.

A proposito di competenze. Lei nei giorni scorsi ha nominato i vertici delle municipalizzate.

Abbiamo scelto i migliori selezionando i curriculum, valutando il tema di genere, dell’età e raggiungendo la sintesi con un lavoro di gruppo, prima allargato, poi ristretto, selezionando i candidati giusti.


Le priorità per Verona nei prossimi mesi quali sono?

L’emergenza bollette, il bilancio, le risorse per piscine e acqua, e il trasporto pubblico.

Quando il gioco si fa duro, i duri scendono in campo. E Damiano Tommasi non è mai stato uno di quelli che tira indietro la gamba. Con lealtà, ma con pari determinazione. Su un campo da calcio, nella sua prima vita quando era il polmone di sua maestà Totti; poi da dirigente sportivo alla guida dell’Aic, adesso sindaco di una città complicata come Verona.

Dopo avere sbaragliato tre mesi fa il favorito campo avversario del centrodestra che però si è diviso. L’esatto opposto di quello che è avvenuto a livello nazionale.
Eppure Letta quando era venuto a sostenerla a Verona aveva plaudito alla sua capacità di aggregare le anime del centrosinistra e le componenti civiche, additandola come esempio. Alle politiche, però, è avvenuto il contrario.

A livello nazionale ha influito molto il sistema elettorale e la riduzione dei parlamentari per effetto del referendum. Questo ha costretto ad orientare le candidature anche in un certo modo. Mentre a Verona è stato un percorso che è partito prima di me, quando è stato il momento di unire tutte le forze prima ancora che io dessi la mia disponibilità a candidarmi, alle politiche non c’è stato forse il tempo materiale dalla caduta del governo alle elezioni di compiere quel percorso che avrebbe portato ad allargare il campo.

Questo a scusante del segretario PD, Enrico Letta che ha evidentemente sbagliato strategia politica.

Non solo di Letta, però, perché la verità è che da anni al di là delle possibili divisioni il centrodestra in prossimità delle elezioni fa fronte comune e poi si vedrà. Questo non è accaduto nel centrosinistra con le conseguenze che sappiamo in virtù di una legge elettorale per un terzo maggioritaria che favorisce le coalizioni.

Se ci fosse stata una proposta unitaria del centrosinistra il risultato sarebbe stato in parte diverso.

Lo dicono i numeri, perché se ci fosse stata una coalizione di centrosinistra molti collegi uninominali sarebbero stati vinti. Il centrodestra è stato favorito dalla divisione altrui.

Una delle critiche avanzate al segretario PD è stata quella di non avere saputo parlare ai ceti sociali più in difficoltà e a quelli che producono reddito. Lei nella sua campagna elettorale è stato in grado di farlo.

È difficile fare un’analisi su una singola lista o partito perché se si guardano i numeri il centrodestra si è ridistribuito i voti, ma non è che li abbia tolti al centrosinistra. Ad esempio, a Verona, ai partiti che appoggiavano me, certi passaggi erano stati fatti in precedenza. Mentre prima della crisi il M5S aveva subito la scissione di Di Maio e dei parlamentari a lui legati, che hanno lasciato a Conte più unità e la possibilità di fare una campagna elettorale mirata. Questo, paradossalmente, ha aiutato di più il movimento ad avvicinare le persone su un tema come quello del reddito di cittadinanza.

Nel PD questo non è avvenuto.

Nel PD le scelte di campagna elettorale erano sì condivise, a parole, ma forse nei fatti ci sono stati degli scollamenti. Il non avere fatto una lista unica è stato decisivo in tanti collegi. Almeno a leggere i numeri. Ma sono i discorsi del senno di poi.
Del resto, lei è abituato avendo giocato tanti anni a pallone. Alla fine della partita tutti siamo dei grandi allenatori. Non c’è dubbio. Comunque non possiamo raffrontare le elezioni comunali a quelle nazionali. Sono diverse per motivazioni e obiettivi di politica generale.

La legge elettorale, il Rosatellum bis, è molto criticata perché ci sono le liste bloccate, ma in questo caso ha garantito sulla carta la governabilità.

Beh sì, era l’obiettivo di quando è stata votata, anche se ricordiamo che all’epoca erano tre i cosiddetti poli che avevano peso e la legge era stata confezionata per rappresentare questi orientamenti nel Paese. Certo, la sua ratio è proprio quella di favorire le aggregazioni.
Dalla sua esperienza di amministratore abituato a parlare ogni giorno con i cittadini che le rappresentano i loro problemi, che consiglio darebbe in vista del congresso al PD?
Non penso di essere la persona adatta a dare consigli su un tema così complesso. A ognuno il suo.


Proprio nessuno?

Vede, ogni partito ha le sue dinamiche e non intendo entrarvi. Sarebbe scorretto. Ho molto rispetto degli ambiti.

A proposito di competenze. Lei nei giorni scorsi ha nominato i vertici delle municipalizzate.

Abbiamo scelto i migliori selezionando i curriculum, valutando il tema di genere, dell’età e raggiungendo la sintesi con un lavoro di gruppo, prima allargato, poi ristretto, selezionando i candidati giusti.


Le priorità per Verona nei prossimi mesi quali sono?

L’emergenza bollette, il bilancio, le risorse per piscine e acqua, e il trasporto pubblico.

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