SILVIO IS BACK

Dove sta per fare il suo ritorno. La nemesi di un Paese che non è affatto uscito dalla Seconda repubblica e dalle sue pieghe controverse. Torna, il Cavaliere, in quel Senato dove si consumò – sotto i colpi della legge Severino – la sua cacciata dal castello. La cacciata che, erroneamente, la sinistra considerò un degno finale di partita, una questione risolta, un sorpasso.

Febbre, si diceva, perché il corpo malato della democrazia si interroga su quale possa essere la futura pozione. Pozione che il campo avverso a Berlusconi ha cercato per anni nel conflitto di interessi mai risolto, poi nei processi, poi nell’età, poi nella mutazione antropologica dell’Italia e nel vagheggiare di un logoramento di Silvio, a fronte di una rinascita dei progressisti. Fantasia. Il ritorno di Silvio ci riporta dal film alla realtà. Una realtà dove nulla è cambiato in quanto a quel duello sempiterno. E dove la sua rielezione – guardata in controluce – non è affatto un malanno, bensì ci fornisce un anticorpo, forse un antidoto ben più efficace della censura giudiziaria. Il convincimento profondo che l’unica strada che una democrazia fornisce al superamento di un avversario sono le urne, la vittoria in campo neutro, l’affermazione sull’altro nel confronto diretto regolato dalla legge e basato su un’idea di Paese su cui il popolo, con il proprio voto, forma una maggioranza. Altra via è preclusa. E sta qui, in questo assioma scontato ma non gradito alla sinistra italiana, l’elemento positivo del rientro di Berlusconi sugli scranni di palazzo Madama. Il mettere cioè la parola fine a un periodo, che gli italiani giudicano diversamente fra loro nella necessità e negli effetti, che va da Monti a Draghi. Passando per un’infinità di governi, da Renzi a Gentiloni, fino al Conte uno e due, che poco o nulla avevano a che fare con il mandato popolare. Una specie di periodo di vacanza democratica, durato oltre un decennio, durante il quale – pur seguendo in modo corretto i dettami della Costituzione – la formazione degli esecutivi che reggevano in Parlamento ha lasciato nei cittadini la percezione che il loro voto fosse inutile, o se non inutile, non vincolante. Un’impressione che non ha fondamento giuridico, ma ha fondamento politico, però. Una percezione che si è trasmessa nel sottosuolo elettorale, dentro la vita quotidiana di milioni di persone, formando due crepe di natura opposta: la disaffezione all’urna (figlia dell’idea che ciò che si sceglie poi non conta) e la voglia di rivincita dei berlusconiani (che ha portato il Cavaliere oltre l’8 per cento) quando i sondaggi lo davano, come sempre prematuramente, per spacciato). E ridando alla sinistra la possibilità di batterlo. Ma stavolta sul campo

Dove sta per fare il suo ritorno. La nemesi di un Paese che non è affatto uscito dalla Seconda repubblica e dalle sue pieghe controverse. Torna, il Cavaliere, in quel Senato dove si consumò – sotto i colpi della legge Severino – la sua cacciata dal castello. La cacciata che, erroneamente, la sinistra considerò un degno finale di partita, una questione risolta, un sorpasso.

Febbre, si diceva, perché il corpo malato della democrazia si interroga su quale possa essere la futura pozione. Pozione che il campo avverso a Berlusconi ha cercato per anni nel conflitto di interessi mai risolto, poi nei processi, poi nell’età, poi nella mutazione antropologica dell’Italia e nel vagheggiare di un logoramento di Silvio, a fronte di una rinascita dei progressisti. Fantasia. Il ritorno di Silvio ci riporta dal film alla realtà. Una realtà dove nulla è cambiato in quanto a quel duello sempiterno. E dove la sua rielezione – guardata in controluce – non è affatto un malanno, bensì ci fornisce un anticorpo, forse un antidoto ben più efficace della censura giudiziaria. Il convincimento profondo che l’unica strada che una democrazia fornisce al superamento di un avversario sono le urne, la vittoria in campo neutro, l’affermazione sull’altro nel confronto diretto regolato dalla legge e basato su un’idea di Paese su cui il popolo, con il proprio voto, forma una maggioranza. Altra via è preclusa. E sta qui, in questo assioma scontato ma non gradito alla sinistra italiana, l’elemento positivo del rientro di Berlusconi sugli scranni di palazzo Madama. Il mettere cioè la parola fine a un periodo, che gli italiani giudicano diversamente fra loro nella necessità e negli effetti, che va da Monti a Draghi. Passando per un’infinità di governi, da Renzi a Gentiloni, fino al Conte uno e due, che poco o nulla avevano a che fare con il mandato popolare. Una specie di periodo di vacanza democratica, durato oltre un decennio, durante il quale – pur seguendo in modo corretto i dettami della Costituzione – la formazione degli esecutivi che reggevano in Parlamento ha lasciato nei cittadini la percezione che il loro voto fosse inutile, o se non inutile, non vincolante. Un’impressione che non ha fondamento giuridico, ma ha fondamento politico, però. Una percezione che si è trasmessa nel sottosuolo elettorale, dentro la vita quotidiana di milioni di persone, formando due crepe di natura opposta: la disaffezione all’urna (figlia dell’idea che ciò che si sceglie poi non conta) e la voglia di rivincita dei berlusconiani (che ha portato il Cavaliere oltre l’8 per cento) quando i sondaggi lo davano, come sempre prematuramente, per spacciato). E ridando alla sinistra la possibilità di batterlo. Ma stavolta sul campo

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