Silvio s’intesta il Meloni I “Figli del mio governo ’94”

Tra Silvio e Giorgia c’è tutta l’essenza di Orgoglio e pregiudizio, che culmina nella considerazione amara dell’epilogo ma, al tempo stesso, è capace di tracciare l’impronta nel futuro. “Avrei potuto perdonare la sua Vanità se non avesse mortificato la mia“: questa frase di Jane Austen è il dilemma esistenziale di Berlusconi. Di un leader in cui convivono due sentimenti antitetici che, come l’odio e l’amore si mescolano, in un susseguirsi di emozioni che percorrono i meandri della mente e sfociano nei patimenti del cuore. Perché il Cav, ormai da tempo, quando guarda Giorgia Meloni si trova a un bivio: dare sfogo alla voglia di rivalsa, fomentato com’è dai falchi del partito, o incoronare colei che, tra i tanti figli, si è presa lo scettro del comando distruggendo la ruota della successione partitica? Lei, una donna così lontana da quelle che hanno sempre accerchiato Berlusconi splendendo di luce riflessa. Lei che, in quella luce, è cresciuta politicamente, con gli insegnamenti del capo e la pratica nei palazzi, per poi ribellarsi a un padre padrone troppo opprimente. Tanto da disconoscerlo, da sostenere spudoratamente che quell’investitura a ministro della Gioventù non la doveva a Silvio, ma arrivava da Gianfranco Fini, l’amico di An che il Cav non ci pensò due volte a sacrificare sull’altare dell’orgoglio. Giorgia non ha mai avuto intenzione di fare l’agnello sull’ara di Silvio, e allora ha rischiato, in un percorso che l’ha portata sulla scranno più alto di Palazzo Chigi. Quella leadership, se l’è presa da sola e l’ha difesa con i denti, resistendo alle pretese di Matteo Salvini e ai pregiudizi di un Berlusconi che mal accettava di non essere più l’uomo solo al comando, né tantomeno gradiva che i fili del potere fossero mossi da una donna. “Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”, l’aveva definita il Cav negli appunti. Non l’ha scalfita. Anzi, ha rafforzato lo spirito della leonessa: “Manca un punto a quella lista, io non sono ricattabile”. Ed è stato forse quello il culmine di una tensione che ha spinto Berlusconi, visionario della politica fatto fuori per via giudiziaria, a porsi il dilemma esistenziale sull’eredità da lasciare nel testamento. Silvio, in un lungo ragionamento fatto di contrappesi, ha dovuto misurare la propria consacrazione nell’Olimpo degli dei sulla base di due scenari: l’accanimento terapeutico sulla leadership in un governo che, comunque, andrà avanti senza il presidente di Forza Italia o l’attestazione della paternità, consacrandosi come l’instauratore della nuova ideologia che unisce l’anima liberal all’area conservatrice dell’universo del centrodestra. Silvio, la sua scelta, l’ha manifestata ieri al Senato. Durante l’intervento prima del voto di fiducia, ha consegnato lo scettro alla figliol prodiga, incoronando Giorgia non soltanto come premier del governo, ma come suo successore a capo del centrodestra. Un’eredità che Meloni dimostra di aver accettato in toto, con un intervento in cui difende il contante, annunciando l’aumento del tetto alla liquidità, rivendica la libertà di parola, condannando i facinorosi che volevano impedire il convegno di destra alla Sapienza, e confermando perfino il tema più caro a papà Silvio, la giustizia usata da magistrati politicizzati come una clava per mettere fuori gioco gli avversari. Al duro attacco dell’ex pm grillino Ferdinando Scarpinato, che si era permesso di sostenere che “il governo Meloni si regge sui voti di un partito il cui leader ha mantenuto rapporti pluriennali coi mafiosi”, il premier ha risposto parlando di “approccio smaccatamente ideologico” e sottolineato come “l’effetto transfer tra neofascismo, stragi e sostenitori del presidenzialismo è emblematico dei teoremi con cui parte della magistratura ha costruito processi fallimentari, a cominciare dal depistaggio nel primo grado di giudizio della strage di via D’Amelio”. E quando Silvio ha preso la parola la successione si è compiuta. “Se oggi per la prima volta alla guida del governo del Paese, per decisione degli elettori, c’è una esponente che viene dalla storia della destra italiana, questo è possibile perché 28 anni fa ho dato vita a una coalizione plurale, nella quale la destra e il centro insieme hanno saputo esprimere un progetto democratico di governo per la Nazione”. Il Cav ha rivendicato “con orgoglio la stella polare della libertà”, una parola usata da Meloni per ben 17 volte nel suo discorso. Un colpo al cuore per la sinistra, che nel vuoto ideologico confidava le ultime speranze nella furia di B. Affetti dalla Sindrome di Stoccolma, i dem provano per Silvio lo stesso amore che una vittima sente per il suo carceriere. Come una ragazza segregata, grata al suo rapitore che non solo non l’ha uccisa, ma che in fondo le vuole anche bene perché pane e acqua non mancano mai. È a Berlusconi che i compagni devono la sopravvivenza in questi ultimi trent’anni. La politica dei dem ha imperato nella demonizzazione dell’avversario, dell’uomo più che del leader. E quando Silvio è stato fatto fuori dalla politica, il Pd ha cominciato a franare, crollando perfino nei fortini rossi. Nel buio delle idee, Letta & Co hanno tentato di trasformare il Cavaliere in un cavallo di Troia, in modo da minare la forza della maggioranza dall’interno del Senato, la camera alta dove la premier è più esposta. D’altronde le debolezze di Silvio, storicamente, si sono giocate tutte sulle questioni d’onore. Come un moderno Crono, il leader di Fi non ci ha pensato due volte a divorare i propri “figli”, nella continua visione dell’impera senza il dividi, che trova il suo emblema in quel “che fai, mi cacci” pronunciato da Gianfranco Fini prima del divorzio dal socio di coalizione. E invece stavolta non ha funzionato. Silvio ha mandato in pensione Crono e ha indossato i panni di Zeus, il padre di tutti gli dei che sa essere giusto ma anche duro quando serve.

Tra Silvio e Giorgia c’è tutta l’essenza di Orgoglio e pregiudizio, che culmina nella considerazione amara dell’epilogo ma, al tempo stesso, è capace di tracciare l’impronta nel futuro. “Avrei potuto perdonare la sua Vanità se non avesse mortificato la mia“: questa frase di Jane Austen è il dilemma esistenziale di Berlusconi. Di un leader in cui convivono due sentimenti antitetici che, come l’odio e l’amore si mescolano, in un susseguirsi di emozioni che percorrono i meandri della mente e sfociano nei patimenti del cuore. Perché il Cav, ormai da tempo, quando guarda Giorgia Meloni si trova a un bivio: dare sfogo alla voglia di rivalsa, fomentato com’è dai falchi del partito, o incoronare colei che, tra i tanti figli, si è presa lo scettro del comando distruggendo la ruota della successione partitica? Lei, una donna così lontana da quelle che hanno sempre accerchiato Berlusconi splendendo di luce riflessa. Lei che, in quella luce, è cresciuta politicamente, con gli insegnamenti del capo e la pratica nei palazzi, per poi ribellarsi a un padre padrone troppo opprimente. Tanto da disconoscerlo, da sostenere spudoratamente che quell’investitura a ministro della Gioventù non la doveva a Silvio, ma arrivava da Gianfranco Fini, l’amico di An che il Cav non ci pensò due volte a sacrificare sull’altare dell’orgoglio. Giorgia non ha mai avuto intenzione di fare l’agnello sull’ara di Silvio, e allora ha rischiato, in un percorso che l’ha portata sulla scranno più alto di Palazzo Chigi. Quella leadership, se l’è presa da sola e l’ha difesa con i denti, resistendo alle pretese di Matteo Salvini e ai pregiudizi di un Berlusconi che mal accettava di non essere più l’uomo solo al comando, né tantomeno gradiva che i fili del potere fossero mossi da una donna. “Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”, l’aveva definita il Cav negli appunti. Non l’ha scalfita. Anzi, ha rafforzato lo spirito della leonessa: “Manca un punto a quella lista, io non sono ricattabile”. Ed è stato forse quello il culmine di una tensione che ha spinto Berlusconi, visionario della politica fatto fuori per via giudiziaria, a porsi il dilemma esistenziale sull’eredità da lasciare nel testamento. Silvio, in un lungo ragionamento fatto di contrappesi, ha dovuto misurare la propria consacrazione nell’Olimpo degli dei sulla base di due scenari: l’accanimento terapeutico sulla leadership in un governo che, comunque, andrà avanti senza il presidente di Forza Italia o l’attestazione della paternità, consacrandosi come l’instauratore della nuova ideologia che unisce l’anima liberal all’area conservatrice dell’universo del centrodestra. Silvio, la sua scelta, l’ha manifestata ieri al Senato. Durante l’intervento prima del voto di fiducia, ha consegnato lo scettro alla figliol prodiga, incoronando Giorgia non soltanto come premier del governo, ma come suo successore a capo del centrodestra. Un’eredità che Meloni dimostra di aver accettato in toto, con un intervento in cui difende il contante, annunciando l’aumento del tetto alla liquidità, rivendica la libertà di parola, condannando i facinorosi che volevano impedire il convegno di destra alla Sapienza, e confermando perfino il tema più caro a papà Silvio, la giustizia usata da magistrati politicizzati come una clava per mettere fuori gioco gli avversari. Al duro attacco dell’ex pm grillino Ferdinando Scarpinato, che si era permesso di sostenere che “il governo Meloni si regge sui voti di un partito il cui leader ha mantenuto rapporti pluriennali coi mafiosi”, il premier ha risposto parlando di “approccio smaccatamente ideologico” e sottolineato come “l’effetto transfer tra neofascismo, stragi e sostenitori del presidenzialismo è emblematico dei teoremi con cui parte della magistratura ha costruito processi fallimentari, a cominciare dal depistaggio nel primo grado di giudizio della strage di via D’Amelio”. E quando Silvio ha preso la parola la successione si è compiuta. “Se oggi per la prima volta alla guida del governo del Paese, per decisione degli elettori, c’è una esponente che viene dalla storia della destra italiana, questo è possibile perché 28 anni fa ho dato vita a una coalizione plurale, nella quale la destra e il centro insieme hanno saputo esprimere un progetto democratico di governo per la Nazione”. Il Cav ha rivendicato “con orgoglio la stella polare della libertà”, una parola usata da Meloni per ben 17 volte nel suo discorso. Un colpo al cuore per la sinistra, che nel vuoto ideologico confidava le ultime speranze nella furia di B. Affetti dalla Sindrome di Stoccolma, i dem provano per Silvio lo stesso amore che una vittima sente per il suo carceriere. Come una ragazza segregata, grata al suo rapitore che non solo non l’ha uccisa, ma che in fondo le vuole anche bene perché pane e acqua non mancano mai. È a Berlusconi che i compagni devono la sopravvivenza in questi ultimi trent’anni. La politica dei dem ha imperato nella demonizzazione dell’avversario, dell’uomo più che del leader. E quando Silvio è stato fatto fuori dalla politica, il Pd ha cominciato a franare, crollando perfino nei fortini rossi. Nel buio delle idee, Letta & Co hanno tentato di trasformare il Cavaliere in un cavallo di Troia, in modo da minare la forza della maggioranza dall’interno del Senato, la camera alta dove la premier è più esposta. D’altronde le debolezze di Silvio, storicamente, si sono giocate tutte sulle questioni d’onore. Come un moderno Crono, il leader di Fi non ci ha pensato due volte a divorare i propri “figli”, nella continua visione dell’impera senza il dividi, che trova il suo emblema in quel “che fai, mi cacci” pronunciato da Gianfranco Fini prima del divorzio dal socio di coalizione. E invece stavolta non ha funzionato. Silvio ha mandato in pensione Crono e ha indossato i panni di Zeus, il padre di tutti gli dei che sa essere giusto ma anche duro quando serve.

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