SINDACO CHI?

C’erano una volta i sindaci del centrosinistra. Era il 1993, quando in Italia venivano eletti tre amministratori, in grado di ridare credibilità a una classe dirigente, uscita con le ossa a dir poco rotto dopo le vicissitudini di Tangentopoli.
Che ne sanno i duemila
Quando la sinistra viveva uno dei periodi più bui di sempre, a Napoli, in un freddo inverno, spuntava un tale Antonio Bassolino. Era il 5 dicembre quando il compagno di Afragola riusciva a superare Alessandra Mussolini. Nello stesso giorno, Francesco Rutelli saliva al Campidoglio. Quest’ultimo batteva Gianfranco Fini, che non poteva far altro che arrendersi a chi, nel giro di qualche giorno, avrebbe rimesso insieme i cattolici nella casa comune della Margherita. La rivoluzione civica, però, ancora non era finita. A Venezia, la città dei dogi, quattro giorni dopo, contro ogni pronostico, riusciva a spuntarla il filosofo Massimo Cacciari. Personale cavallo di battaglia quel federalismo, da cui tutt’oggi prendono ispirazioni i conservatori di Lega e Fratelli d’Italia. Nascevano, quindi, tre scuole, che avrebbero formato generazioni di consiglieri e assessori.
Il Big Bang del giglio
Quando per i progressisti il cammino sembrava in discesa, arrivava la scossa e si chiamava Matteo Renzi. Quel giovanotto, diventato in qualche mese presidente della Provincia di Firenze, portava, diceva qualcuno, un vento nuovo. Quest’ultimo era portatore di un innovativo modus operandi, dove c’erano solo pochi centri, chiamati città metropolitane, che di fatto fagocitavano funzioni e poteri di quei municipi che avevano meno residenti. Una trasformazione, quindi, che metteva in crisi la classe dirigente progressista e in modo particolare il Pd, la macchina da guerra pensata da Veltroni per battere Berlusconi. In questo modo, la Prima Repubblica veniva definitivamente sepolta, ma con essa tante persone che avevano dato al Paese. I tagli agli enti locali, gli stipendi dimezzati e soprattutto una cultura, che sfiduciava quei giovani che si avvicinavano alla vita di partito nelle comunità, finiva col lasciare un vuoto, un vuoto che l’Italia avrebbe pagato a caro prezzo.
Il vuoto
La stagione della Leopolda, pertanto, era l’inizio di quella decadenza che oggi tocca gran parte dei grandelle città italiane. Basti pensare alla capitale. Roberto Gualtieri, pur avendo avuto un risultato sorprendente alle amministrative, non riesce neanche a pensare di condizionare le regionali nel Lazio. Diventa, al contrario, motivo di discordia. Tra la gente, seppure siano passati solo pochi mesi dall’acceso testa a testa con Michetti, pochissimi sono i fortunati che si ricordano di avere una fascia tricolore dem al Campidoglio. La parola sindaco viene pronunciata solo quando si parla di ratti, gabbiani e cinghiali. Una sorte migliore non tocca neanche al collega milanese Giuseppe Sala. Quest’ultimo non riesce a influire nella la contesa per Palazzo Lombardia. Non è in grado di indicare il leader della coalizione Pierfrancesco Majorino, il quale riesce a spuntarla solo grazie a una benedizione del pugliese Giuseppe Conte. Stiamo parlando, d’altronde, di chi al momento non ha neanche un partito. Un giorno è ambientalista, un altro comunista, un altro ancora democristiano. Chi, al contrario, si distingue per la coerenza è l’amico Dario Nardella, numero uno di Palazzo Vecchio. Nonostante ciò, pure quest’ultimo deve accontentarsi di fare il gregario al governatore dell’Emilia Bonaccini. Fino a oggi impossibile pensare che un erede dei Medici potesse portare l’acqua a un bolognese. Un destino, d’altronde, condiviso sia col presidente dell’Anci Antonio De Caro, ormai burattino di Emiliano che dal capo degli amministratori Pd Matteo Ricci, costretto a ritirare la candidatura al congresso il giorno dopo averla annunciata. Non se la vede meglio Gaetano Manfredi. L’entusiasmo, creatosi intorno alla fascia tricolore di Napoli, visto da tutti come il professore che può cambiare le sorti, dura solo pochi giorni. Quel 62%, che gli ha permesso l’elezione al primo turno, è ormai un ricordo. Il Nazareno no sa nenache l’esistenza di Palazzo San Giacomo. In Campania c’è solo un interlocutore e si chiama Vincenzo De Luca.
Le speranza
delle comunità
Se nelle grandi città è un disastro, medesimo ragionamento non vale per i piccoli centri. Qui esistono ancora sindaci autorevoli, che lavorano e che di conseguenza riescono a essere riconosciuti dalla loro gente. Il problema è che questi ultimi vengono abbandonati al loro destino. Anzi, spesso, vengono visti come nemici da abbattere. Non può e non deve passare l’idea che chi non viene calato dall’alto, chi non è parte integrante della setta, possa farcela.
C’erano una volta i sindaci del centrosinistra. Era il 1993, quando in Italia venivano eletti tre amministratori, in grado di ridare credibilità a una classe dirigente, uscita con le ossa a dir poco rotto dopo le vicissitudini di Tangentopoli.
Che ne sanno i duemila
Quando la sinistra viveva uno dei periodi più bui di sempre, a Napoli, in un freddo inverno, spuntava un tale Antonio Bassolino. Era il 5 dicembre quando il compagno di Afragola riusciva a superare Alessandra Mussolini. Nello stesso giorno, Francesco Rutelli saliva al Campidoglio. Quest’ultimo batteva Gianfranco Fini, che non poteva far altro che arrendersi a chi, nel giro di qualche giorno, avrebbe rimesso insieme i cattolici nella casa comune della Margherita. La rivoluzione civica, però, ancora non era finita. A Venezia, la città dei dogi, quattro giorni dopo, contro ogni pronostico, riusciva a spuntarla il filosofo Massimo Cacciari. Personale cavallo di battaglia quel federalismo, da cui tutt’oggi prendono ispirazioni i conservatori di Lega e Fratelli d’Italia. Nascevano, quindi, tre scuole, che avrebbero formato generazioni di consiglieri e assessori.
Il Big Bang del giglio
Quando per i progressisti il cammino sembrava in discesa, arrivava la scossa e si chiamava Matteo Renzi. Quel giovanotto, diventato in qualche mese presidente della Provincia di Firenze, portava, diceva qualcuno, un vento nuovo. Quest’ultimo era portatore di un innovativo modus operandi, dove c’erano solo pochi centri, chiamati città metropolitane, che di fatto fagocitavano funzioni e poteri di quei municipi che avevano meno residenti. Una trasformazione, quindi, che metteva in crisi la classe dirigente progressista e in modo particolare il Pd, la macchina da guerra pensata da Veltroni per battere Berlusconi. In questo modo, la Prima Repubblica veniva definitivamente sepolta, ma con essa tante persone che avevano dato al Paese. I tagli agli enti locali, gli stipendi dimezzati e soprattutto una cultura, che sfiduciava quei giovani che si avvicinavano alla vita di partito nelle comunità, finiva col lasciare un vuoto, un vuoto che l’Italia avrebbe pagato a caro prezzo.
Il vuoto
La stagione della Leopolda, pertanto, era l’inizio di quella decadenza che oggi tocca gran parte dei grandelle città italiane. Basti pensare alla capitale. Roberto Gualtieri, pur avendo avuto un risultato sorprendente alle amministrative, non riesce neanche a pensare di condizionare le regionali nel Lazio. Diventa, al contrario, motivo di discordia. Tra la gente, seppure siano passati solo pochi mesi dall’acceso testa a testa con Michetti, pochissimi sono i fortunati che si ricordano di avere una fascia tricolore dem al Campidoglio. La parola sindaco viene pronunciata solo quando si parla di ratti, gabbiani e cinghiali. Una sorte migliore non tocca neanche al collega milanese Giuseppe Sala. Quest’ultimo non riesce a influire nella la contesa per Palazzo Lombardia. Non è in grado di indicare il leader della coalizione Pierfrancesco Majorino, il quale riesce a spuntarla solo grazie a una benedizione del pugliese Giuseppe Conte. Stiamo parlando, d’altronde, di chi al momento non ha neanche un partito. Un giorno è ambientalista, un altro comunista, un altro ancora democristiano. Chi, al contrario, si distingue per la coerenza è l’amico Dario Nardella, numero uno di Palazzo Vecchio. Nonostante ciò, pure quest’ultimo deve accontentarsi di fare il gregario al governatore dell’Emilia Bonaccini. Fino a oggi impossibile pensare che un erede dei Medici potesse portare l’acqua a un bolognese. Un destino, d’altronde, condiviso sia col presidente dell’Anci Antonio De Caro, ormai burattino di Emiliano che dal capo degli amministratori Pd Matteo Ricci, costretto a ritirare la candidatura al congresso il giorno dopo averla annunciata. Non se la vede meglio Gaetano Manfredi. L’entusiasmo, creatosi intorno alla fascia tricolore di Napoli, visto da tutti come il professore che può cambiare le sorti, dura solo pochi giorni. Quel 62%, che gli ha permesso l’elezione al primo turno, è ormai un ricordo. Il Nazareno no sa nenache l’esistenza di Palazzo San Giacomo. In Campania c’è solo un interlocutore e si chiama Vincenzo De Luca.
Le speranza
delle comunità
Se nelle grandi città è un disastro, medesimo ragionamento non vale per i piccoli centri. Qui esistono ancora sindaci autorevoli, che lavorano e che di conseguenza riescono a essere riconosciuti dalla loro gente. Il problema è che questi ultimi vengono abbandonati al loro destino. Anzi, spesso, vengono visti come nemici da abbattere. Non può e non deve passare l’idea che chi non viene calato dall’alto, chi non è parte integrante della setta, possa farcela.
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