Sinistra dove sei…

La “sfilata” del centro sinistra alle consultazioni con Mattarella sono durate una giornata; quelle del Centro destra, una decina di minuti.

Due dati che sono il paradigma dei due modi di affrontare le fibrillazioni interne agli schieramenti: quella del dire e della trattativa no-stop (Michele Serrra poh giorni fa ha affermato che “La vita a sinistrar è troppo complicata”) e quella della concretezza; i buoni propositi e la Real politik. Il dato è incontrovertibile se si pensa che i due schieramenti sono arrivati divisi dal Capo dello Stato. Ma mentre il Centro destra ha ricucito in tempo record lo strappo con il Cavaliere e coi capricci di Salvini, affidandosi alla Meloni, al centrosinistra na simile strategia non è passato neppure per l’anticamera del cervello (tranne forse che al governatore dem della Puglia, Emiliano, che voleva un’unica delegazione).

Inevitabile, forse, perché le consultazioni rappresentano per il centrosinistra l’epilogo di una campagna elettorale battagliata in ordine sparso, pensando che l’elettorato non cogliesse la confusione e lo sfilacciamento di uno schieramento capace più di attaccare che di proporre, di impaurire che di rassicurare.
E a poche ore dall’insediamento del nuovo Governo la musica non è cambiata. Continuano gli attacchi alzo zero contro la Meloni (nonostante che pure ieri abbia incassato l’ennesima apertura di credito, e questa volta nientemeno che da Biden), proseguono gli allarmi per la tenuta della nostra democrazia, si riconcorrono preoccupazioni che per ora restano confinate nel campo di un processo alle intenzioni, ma soprattutto dentro il centrosinistra si protrae la guerriglia interna.

Conte cerca di superare il marchio di populista e si candida (dopo anni di dibattiti politici sulla domanda se i Cinque Stelle fossero più di destra o più di sinistra) a diventare la forza anti-sistema alla Mélenchen, chiamando a raccolta quel popolo di riformatori, di cui nessuno è in gradi ancora di tracciare i confini, e sfidando i dem sul terreno della difesa di una rinnovata e inedita lotta di classe. Ma per ora, il leader dei pentastellati rimane l’esegeta del partito dei sussidi di sicura rendita politica, ma soltanto nel breve periodo, visto che non sciolgono i nodi strutturali della crisi economica. Letta si affida a un passaggio del testimone alla vigilia di un congresso dove il Pd non fa capire, o forse non è in grado di farlo, come intende dare le risposte ad alcuni semplici quesiti: chi siamo, cosa vogliamo, con chi vogliamo stare e per chi combattiamo.

Domande sospese da quel 14 ottobre del 2007 quando Ds e Margherita pensavano che la loro fusione potesse dare vita a una gloriosa e invincibile macchina da guerra. L’impressione è che neppure le assise dei dem saranno in grado di sciogliere il nodo principale, ovvero come fare l’opposizione e con chi.
All’indomani della nomina del nuovo Governo, è più ragionevole ipotizzare che il Partito Democratico possa reiterare lo stesso errore commesso durante i governi a guida Silvio Berlusconi, preferendo cioè la criminalizzazione dell’avversario a una proposta alternativa da attivare immediatamente, anche in caso di ricorso anticipato alle urne.

Epperò, dentro il Pd non tutti ritengono che il discrimine del congresso saranno solo le idee. Antonio Misani, responsabile economico del partito, ha detto che “non ci sono soltanto le idee, ma c’è anche il tema della leadership”. Se così non fosse, non si capirebbe “il boom elettorale della Meloni a fronte del poco che aveva dichiarato in campagna elettorale”. Non solo, ma il Pd deve fare i conti conAzione/Italia Viva che pretendono il suo smarcamento da Conte.

Maria Elena Boschi su questo è stata lapidaria nel dichiarare che esistono due opposizioni, “la nostra che è riformista e quella d Conte populista e ideologica”. E in mezzo, ha aggiunto, c’è il Pd di Letta che deve scegliere “perché non può continuare a stare in mezzo”. Altra carne al fuoco per un congresso, quello dl Pd, che si preannuncia se non drammatico, perlomeno da ultima spiaggia.

La “sfilata” del centro sinistra alle consultazioni con Mattarella sono durate una giornata; quelle del Centro destra, una decina di minuti.

Due dati che sono il paradigma dei due modi di affrontare le fibrillazioni interne agli schieramenti: quella del dire e della trattativa no-stop (Michele Serrra poh giorni fa ha affermato che “La vita a sinistrar è troppo complicata”) e quella della concretezza; i buoni propositi e la Real politik. Il dato è incontrovertibile se si pensa che i due schieramenti sono arrivati divisi dal Capo dello Stato. Ma mentre il Centro destra ha ricucito in tempo record lo strappo con il Cavaliere e coi capricci di Salvini, affidandosi alla Meloni, al centrosinistra na simile strategia non è passato neppure per l’anticamera del cervello (tranne forse che al governatore dem della Puglia, Emiliano, che voleva un’unica delegazione).

Inevitabile, forse, perché le consultazioni rappresentano per il centrosinistra l’epilogo di una campagna elettorale battagliata in ordine sparso, pensando che l’elettorato non cogliesse la confusione e lo sfilacciamento di uno schieramento capace più di attaccare che di proporre, di impaurire che di rassicurare.
E a poche ore dall’insediamento del nuovo Governo la musica non è cambiata. Continuano gli attacchi alzo zero contro la Meloni (nonostante che pure ieri abbia incassato l’ennesima apertura di credito, e questa volta nientemeno che da Biden), proseguono gli allarmi per la tenuta della nostra democrazia, si riconcorrono preoccupazioni che per ora restano confinate nel campo di un processo alle intenzioni, ma soprattutto dentro il centrosinistra si protrae la guerriglia interna.

Conte cerca di superare il marchio di populista e si candida (dopo anni di dibattiti politici sulla domanda se i Cinque Stelle fossero più di destra o più di sinistra) a diventare la forza anti-sistema alla Mélenchen, chiamando a raccolta quel popolo di riformatori, di cui nessuno è in gradi ancora di tracciare i confini, e sfidando i dem sul terreno della difesa di una rinnovata e inedita lotta di classe. Ma per ora, il leader dei pentastellati rimane l’esegeta del partito dei sussidi di sicura rendita politica, ma soltanto nel breve periodo, visto che non sciolgono i nodi strutturali della crisi economica. Letta si affida a un passaggio del testimone alla vigilia di un congresso dove il Pd non fa capire, o forse non è in grado di farlo, come intende dare le risposte ad alcuni semplici quesiti: chi siamo, cosa vogliamo, con chi vogliamo stare e per chi combattiamo.

Domande sospese da quel 14 ottobre del 2007 quando Ds e Margherita pensavano che la loro fusione potesse dare vita a una gloriosa e invincibile macchina da guerra. L’impressione è che neppure le assise dei dem saranno in grado di sciogliere il nodo principale, ovvero come fare l’opposizione e con chi.
All’indomani della nomina del nuovo Governo, è più ragionevole ipotizzare che il Partito Democratico possa reiterare lo stesso errore commesso durante i governi a guida Silvio Berlusconi, preferendo cioè la criminalizzazione dell’avversario a una proposta alternativa da attivare immediatamente, anche in caso di ricorso anticipato alle urne.

Epperò, dentro il Pd non tutti ritengono che il discrimine del congresso saranno solo le idee. Antonio Misani, responsabile economico del partito, ha detto che “non ci sono soltanto le idee, ma c’è anche il tema della leadership”. Se così non fosse, non si capirebbe “il boom elettorale della Meloni a fronte del poco che aveva dichiarato in campagna elettorale”. Non solo, ma il Pd deve fare i conti conAzione/Italia Viva che pretendono il suo smarcamento da Conte.

Maria Elena Boschi su questo è stata lapidaria nel dichiarare che esistono due opposizioni, “la nostra che è riformista e quella d Conte populista e ideologica”. E in mezzo, ha aggiunto, c’è il Pd di Letta che deve scegliere “perché non può continuare a stare in mezzo”. Altra carne al fuoco per un congresso, quello dl Pd, che si preannuncia se non drammatico, perlomeno da ultima spiaggia.

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