Smartworking, al Cnr la produttività aumenta

Lo smartworking, trasformazioni normative a parte, continua in Italia ad essere vissuto e percepito tra stereotipi e diverse analisi sulla conciliazione tra lavoro e vita privata. Ora, un’indagine svolta tra i dipendenti del Consiglio nazionale delle ricerche rileva un giudizio positivo sullo smart working.

È pari a 8,17/10, anche se la metà ritiene che sia praticabile solo alcuni giorni a settimana. Il 47% ha registrato un incremento della produttività in questa modalità, preferita soprattutto dai genitori che hanno figli da 0 a 6 anni di età. Il progetto è a cura del Comitato unico di garanzia, in collaborazione con l’attività Mutamenti Sociali, Valutazione e Metodi dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali

 

Il progetto “Obiettivo benessere”, realizzato nell’ambito delle attività del Gruppo di lavoro “Benessere organizzativo, salute e sicurezza” del Comitato unico di garanzia (Cug) del Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con l’attività Mutamenti sociali, valutazione e metodi (Musa) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Cnr-Irpps), ha svolto tra il 22 dicembre 2021 e il 31 gennaio 2022 un’indagine, attraverso un questionario in formato elettronico diffuso via e mail cui hanno aderito 4.200 dipendenti su 8.550, ovvero il 49%. Tra questi, il 53% sono femmine, il 45% maschi, mentre il 2% ha utilizzato l’opzione “Altro/non risponde”. Al sondaggio sono state fornite risposte da sedi e aree di ricerca di tutta Italia, da tutti i dipartimenti e da tutte le categorie di dipendenti. Tra gli argomenti trattati: lavoro agile, conciliazione lavoro famiglia, stereotipi di genere.

 

“Il lavoro agile è ormai un modus strutturato e riconosciuto. È stato pertanto chiesto ai dipendenti di esprimere un parere al riguardo, considerandone rischi ed opportunità – spiega Antonio Tintori, ricercatore dell’Irpps e coordinatore dell’indagine -. Il giudizio complessivo in merito al lavoro agile è molto buono, attestandosi su un valore medio di 8,17 su 10. Oltre la metà dei dipendenti però ritiene che debba essere praticabile solo alcuni giorni a settimana. Propende maggiormente per il lavoro in presenza, in particolare, il 18% di chi ha un titolo di studio inferiore alla laurea e solo il 5% di chi ha figli piccoli (da 0 a 6 anni) e il 15% dei genitori di ragazzi di età maggiore ai 12 anni. Rispetto all’inquadramento, preferisce invece lavorare sempre dalla propria sede: il 17% del personale tecnico, l’11% di quello amministrativo, l’11% dei ricercatori e il 5% dei tecnologi”.

Inoltre, emerge, la metà dei dipendenti ha dichiarato di aver lavorato di più in remoto che in sede, 4 soggetti su 10 non hanno riscontrato differenze in termini di impegno, mentre circa un intervistato su 10 afferma di aver lavorato meno in modalità agile. In modalità agile sono le donne ad aver lavorato più degli uomini (54% contro il 44% degli uomini), mentre non sono state rilevate differenze significative in relazione all’età, al titolo di studio e alla sede lavorativa. Il 47% attraverso il lavoro agile ha registrato anche un incremento di produttività, che ha interessato sempre più le donne (49% contro il 44,5% degli uomini). Ad evidenziare una riduzione della produttività è stato invece solo il 12% dei dipendenti.

 

La ricerca è servita ad approfondire i vantaggi del lavoro a distanza. “Il risparmio di tempo legato agli spostamenti è per l’82% una conquista importante. Altri sottolineano la migliore conciliazione tra oneri lavorativi e vita privata (77%) e l’autonomia gestionale (48%). Tuttavia, probabilmente in assenza di una regolamentazione, si sono evidenziate anche talune difficoltà: disagi di comunicazione e coordinazione con colleghi e colleghe (41%), eccessiva reperibilità e mancato diritto alla disconnessione (33%), esclusione dal flusso di informazioni (31%) e solitudine (30%)”, commenta Tintori.

 

 

“Gli stereotipi che resistono sono soprattutto quelli relativi al contesto e alle dinamiche lavorative – spiega Giovanna Acampora, presidente del Cug del Cnr -. Si attesta infatti su valori tendenzialmente bassi la quota di quanti e quante ritengono che il ruolo ‘naturale’ della donna sia quello di madre e moglie (4%), e di chi sostiene che gli uomini siano più portati per le materie scientifiche (4%) e che debba essere soprattutto l’uomo a mantenere la famiglia (4%). Entrando però nell’ambito lavorativo, per l’8% gli uomini hanno maggiori capacità di leadership delle donne, per il 15% sono più collaborativi e, infine, secondo il 42% il sesso femminile è più sensibile verso il benessere del personale. In particolare, quest’ultimo, che elegge la donna a soggetto più empatico, prosociale e dedito alla cura e all’assistenza dell’altro, costituisce proprio uno dei classici luoghi comuni sulle distinzioni di genere”.

 

“Come gli stereotipi di genere, anche la conciliazione tra oneri lavorativi e vita privata è strettamente correlata con il lavoro agile: il 41% non riesce sempre a “mettere insieme” esigenze lavorative e personali, il 32% quelle lavorative e familiari; per il 29% il lavoro è incompatibile con gli impegni personali e per il 27% con quelli familiari; il 26% reputa che le esigenze familiari abbiano compromesso percorso professionale e la carriera; il 61% è contrario riunioni oltre le ore 16.00. “Maggiori difficoltà di conciliazione le incontrano le donne e chi non si è identificato con il genere maschile o femminile”, conclude Tintori.

 

“Del resto, tale differenza di genere è connessa all’iniqua divisione del lavoro domestico non retribuito, che appare ancora prevalentemente appannaggio delle dipendenti (39% contro il 24% dei dipendenti). I dati mostrano infatti che la ripartizione dei compiti per la casa e la famiglia ricalca taluni ruoli stereotipati di genere”, afferma infine Acampora. “Nell’ambito del Cnr, le donne si occupano prevalentemente di pulizie domestiche (71% contro il 25% dei maschi), cura dei figli (41% contro il 14%) e di altri familiari (23% contro 9%), mentre gli uomini si dedicano maggiormente a piccoli lavori di manutenzione (88% contro il 26% delle femmine) e alla gestione amministrativa della casa (72% contro il 54%)”.

Lo smartworking, trasformazioni normative a parte, continua in Italia ad essere vissuto e percepito tra stereotipi e diverse analisi sulla conciliazione tra lavoro e vita privata. Ora, un’indagine svolta tra i dipendenti del Consiglio nazionale delle ricerche rileva un giudizio positivo sullo smart working.

È pari a 8,17/10, anche se la metà ritiene che sia praticabile solo alcuni giorni a settimana. Il 47% ha registrato un incremento della produttività in questa modalità, preferita soprattutto dai genitori che hanno figli da 0 a 6 anni di età. Il progetto è a cura del Comitato unico di garanzia, in collaborazione con l’attività Mutamenti Sociali, Valutazione e Metodi dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali

 

Il progetto “Obiettivo benessere”, realizzato nell’ambito delle attività del Gruppo di lavoro “Benessere organizzativo, salute e sicurezza” del Comitato unico di garanzia (Cug) del Consiglio nazionale delle ricerche, in collaborazione con l’attività Mutamenti sociali, valutazione e metodi (Musa) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Cnr-Irpps), ha svolto tra il 22 dicembre 2021 e il 31 gennaio 2022 un’indagine, attraverso un questionario in formato elettronico diffuso via e mail cui hanno aderito 4.200 dipendenti su 8.550, ovvero il 49%. Tra questi, il 53% sono femmine, il 45% maschi, mentre il 2% ha utilizzato l’opzione “Altro/non risponde”. Al sondaggio sono state fornite risposte da sedi e aree di ricerca di tutta Italia, da tutti i dipartimenti e da tutte le categorie di dipendenti. Tra gli argomenti trattati: lavoro agile, conciliazione lavoro famiglia, stereotipi di genere.

 

“Il lavoro agile è ormai un modus strutturato e riconosciuto. È stato pertanto chiesto ai dipendenti di esprimere un parere al riguardo, considerandone rischi ed opportunità – spiega Antonio Tintori, ricercatore dell’Irpps e coordinatore dell’indagine -. Il giudizio complessivo in merito al lavoro agile è molto buono, attestandosi su un valore medio di 8,17 su 10. Oltre la metà dei dipendenti però ritiene che debba essere praticabile solo alcuni giorni a settimana. Propende maggiormente per il lavoro in presenza, in particolare, il 18% di chi ha un titolo di studio inferiore alla laurea e solo il 5% di chi ha figli piccoli (da 0 a 6 anni) e il 15% dei genitori di ragazzi di età maggiore ai 12 anni. Rispetto all’inquadramento, preferisce invece lavorare sempre dalla propria sede: il 17% del personale tecnico, l’11% di quello amministrativo, l’11% dei ricercatori e il 5% dei tecnologi”.

Inoltre, emerge, la metà dei dipendenti ha dichiarato di aver lavorato di più in remoto che in sede, 4 soggetti su 10 non hanno riscontrato differenze in termini di impegno, mentre circa un intervistato su 10 afferma di aver lavorato meno in modalità agile. In modalità agile sono le donne ad aver lavorato più degli uomini (54% contro il 44% degli uomini), mentre non sono state rilevate differenze significative in relazione all’età, al titolo di studio e alla sede lavorativa. Il 47% attraverso il lavoro agile ha registrato anche un incremento di produttività, che ha interessato sempre più le donne (49% contro il 44,5% degli uomini). Ad evidenziare una riduzione della produttività è stato invece solo il 12% dei dipendenti.

 

La ricerca è servita ad approfondire i vantaggi del lavoro a distanza. “Il risparmio di tempo legato agli spostamenti è per l’82% una conquista importante. Altri sottolineano la migliore conciliazione tra oneri lavorativi e vita privata (77%) e l’autonomia gestionale (48%). Tuttavia, probabilmente in assenza di una regolamentazione, si sono evidenziate anche talune difficoltà: disagi di comunicazione e coordinazione con colleghi e colleghe (41%), eccessiva reperibilità e mancato diritto alla disconnessione (33%), esclusione dal flusso di informazioni (31%) e solitudine (30%)”, commenta Tintori.

 

 

“Gli stereotipi che resistono sono soprattutto quelli relativi al contesto e alle dinamiche lavorative – spiega Giovanna Acampora, presidente del Cug del Cnr -. Si attesta infatti su valori tendenzialmente bassi la quota di quanti e quante ritengono che il ruolo ‘naturale’ della donna sia quello di madre e moglie (4%), e di chi sostiene che gli uomini siano più portati per le materie scientifiche (4%) e che debba essere soprattutto l’uomo a mantenere la famiglia (4%). Entrando però nell’ambito lavorativo, per l’8% gli uomini hanno maggiori capacità di leadership delle donne, per il 15% sono più collaborativi e, infine, secondo il 42% il sesso femminile è più sensibile verso il benessere del personale. In particolare, quest’ultimo, che elegge la donna a soggetto più empatico, prosociale e dedito alla cura e all’assistenza dell’altro, costituisce proprio uno dei classici luoghi comuni sulle distinzioni di genere”.

 

“Come gli stereotipi di genere, anche la conciliazione tra oneri lavorativi e vita privata è strettamente correlata con il lavoro agile: il 41% non riesce sempre a “mettere insieme” esigenze lavorative e personali, il 32% quelle lavorative e familiari; per il 29% il lavoro è incompatibile con gli impegni personali e per il 27% con quelli familiari; il 26% reputa che le esigenze familiari abbiano compromesso percorso professionale e la carriera; il 61% è contrario riunioni oltre le ore 16.00. “Maggiori difficoltà di conciliazione le incontrano le donne e chi non si è identificato con il genere maschile o femminile”, conclude Tintori.

 

“Del resto, tale differenza di genere è connessa all’iniqua divisione del lavoro domestico non retribuito, che appare ancora prevalentemente appannaggio delle dipendenti (39% contro il 24% dei dipendenti). I dati mostrano infatti che la ripartizione dei compiti per la casa e la famiglia ricalca taluni ruoli stereotipati di genere”, afferma infine Acampora. “Nell’ambito del Cnr, le donne si occupano prevalentemente di pulizie domestiche (71% contro il 25% dei maschi), cura dei figli (41% contro il 14%) e di altri familiari (23% contro 9%), mentre gli uomini si dedicano maggiormente a piccoli lavori di manutenzione (88% contro il 26% delle femmine) e alla gestione amministrativa della casa (72% contro il 54%)”.

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