SOGNO INTEL

Una Silicon Valley italiana. La “chip factory” è un affare miliardario. In ballo ci sono migliaia di posti di lavoro in grado di cambiare la traiettoria industriale di un’area del Paese. Ha valore geostrategico la costruzione dello stabilimento Intel per la produzione di semiconduttori in Italia. La sfida si disputa sull’asse Roma-Bruxelles. Sul dossier sta lavorando, com’è inevitabile vista la rilevanza politica ed economica, la premier Giorgia Meloni, dopo che il predecessore Mario Draghi aveva gettato fruttuose basi, perché la partita si dipana nei rapporti internazionali tra alleati e le interlocuzioni con la Commissione europea sono fondamentali. Intel chiede finanziamenti pubblici e facilitazioni regolamentari che sono incoraggiati dall’European Chips Act del febbraio 2022 per la produzione di semiconduttori nella Ue. Di certo sono giornate decisive per la strategia del colosso mondiale di Santa Clara che ha varato un piano da 33 miliardi di euro – suscettibile di incremento – destinato al Vecchio Continente per costruire i microchip di cui attualmente il leader produttivo mondiale è Taiwan. E questo spiega perché la Cina da qualche tempo è diventata più aggressiva verso quella che considera una sua provincia. Il principale polo produttivo in Europa sorgerà a Magdeburgo, nella Sassonia-Anahalf, dove nel 2023 partiranno i lavori su un’area di 450 ettari, l’equivalente di 620 campi di calcio, per un investimento di almeno 17 miliardi di euro. Ma c’è già chi lo corregge al rialzo di 3 miliardi. “È uno dei maggiori investimenti in Germania dalla fine del secondo conflitto mondiale – spiegava ai giornalisti nei giorni scorsi il cristiano-democratico Sven Schulze, ministro dell’economia del lander – e per noi ha una valenza straordinaria considerando che dalla caduta del Muro in questa parte di Germania di investimenti così strategici non si è mai vista l’ombra”. Proprio ieri il presidente dell’autorità ambientale di Magdeburgo, Thomas Peye, spiegava che “presumiamo che a breve la domanda per le immissioni in atmosfera da parte di Intel verrà presentata. Tutto prosegue secondo i programmi”.

VIGASIO-CHIVASSO

Un portavoce della multinazionale di Santa Clara, la quale dà lavoro a 110 mila dipendenti nel mondo con un fatturato nel 2021 di 79 miliardi di dollari, informa che il piano varato dal board guidato da Pat Gelsinger prevede l’hub di progettazione dei chip in Francia, gli stabilimenti principali in Germania e quelli secondari – si fa per dire visto che per ognuno si investiranno alcuni miliardi di euro – in Irlanda, Polonia, Spagna e appunto in Italia. Un chip su tre prodotto in Europa viene dalla Sassonia e questo spiega perché il principale hub sarà realizzato in Germania. Di recente da Venezia è rimbalzata la notizia che il sito privilegiato dovrebbe essere quello di Vigasio, nel Veronese, rispetto a quello di Chivasso nella cintura metropolitana di Torino. L’investimento iniziale previsto da Intel nel Belpaese è di 4,5 miliardi – sui numeri in questi mesi si è scritto molto – e saranno assunte non meno di 2 mila persone. Giusto venerdì scorso, conversando con i cronisti nella conferenza stampa di fine anno, il governatore veneto Luca Zaia sul capitolo Intel è stato lapidario: “Non posso dire nulla”. Un paio di settimane prima lo stesso presidente era stato più loquace affermando che i presupposti per un risultato positivo ci sono. Qualche settimana fa anche l’inventore del microchip, il fisico Federico Faggin, a margine della presentazione del suo libro “Irriducibile” (giunto alla settima edizione in pochi mesi), a Thiene nel Vicentino aveva parlato in via riservata del capitolo Intel. Per la quale, va ricordato, egli inventò il primo microprocessore nel 1971, il celeberrimo “Intel 4004”. Tra i siti italiani candidati ad ospitare l’avveniristico insediamento industriale c’erano anche quelli in Campania, Puglia e Sicilia, ma la scelta finale sarebbe caduta su Vigasio o Chivasso. E quello nel Veronese è in vantaggio perché nel Nordest sono presenti le fabbriche in grado di garantire adeguate subforniture tecnologiche. Di questo, ed è un altro indizio, ne aveva parlato lo scorso fine ottobre anche l’ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbing, ospite a Treviso.

FONDI PUBBLICI

Lo scoglio principale della trattativa riguarda l’ammontare dei finanziamenti pubblici garantiti dall’Italia, e più in generale dalla Ue, alla società californiana. Dall’importanza, si parla di almeno 1,5 miliardi per Roma, discenderà anche l’investimento complessivo di Intel in Italia. È inevitabile, però, che l’interlocuzione avvenga tra Meloni, Ursula von der Leyen, Scholz e Macron, coloro che hanno voce in capitolo per condizionare in positivo la traiettoria degli investimenti dell’azienda statunitense. E questo fa capire che l’alleanza con Parigi e Berlino è decisiva per un Paese come il nostro che rappresenta la seconda manifattura europea e i cui interessi industriali non possono disgiungersi da quelli dei partner storici, francesi e tedeschi. Tanto più se il sogno si chiama Intel.
Una Silicon Valley italiana. La “chip factory” è un affare miliardario. In ballo ci sono migliaia di posti di lavoro in grado di cambiare la traiettoria industriale di un’area del Paese. Ha valore geostrategico la costruzione dello stabilimento Intel per la produzione di semiconduttori in Italia. La sfida si disputa sull’asse Roma-Bruxelles. Sul dossier sta lavorando, com’è inevitabile vista la rilevanza politica ed economica, la premier Giorgia Meloni, dopo che il predecessore Mario Draghi aveva gettato fruttuose basi, perché la partita si dipana nei rapporti internazionali tra alleati e le interlocuzioni con la Commissione europea sono fondamentali. Intel chiede finanziamenti pubblici e facilitazioni regolamentari che sono incoraggiati dall’European Chips Act del febbraio 2022 per la produzione di semiconduttori nella Ue. Di certo sono giornate decisive per la strategia del colosso mondiale di Santa Clara che ha varato un piano da 33 miliardi di euro – suscettibile di incremento – destinato al Vecchio Continente per costruire i microchip di cui attualmente il leader produttivo mondiale è Taiwan. E questo spiega perché la Cina da qualche tempo è diventata più aggressiva verso quella che considera una sua provincia. Il principale polo produttivo in Europa sorgerà a Magdeburgo, nella Sassonia-Anahalf, dove nel 2023 partiranno i lavori su un’area di 450 ettari, l’equivalente di 620 campi di calcio, per un investimento di almeno 17 miliardi di euro. Ma c’è già chi lo corregge al rialzo di 3 miliardi. “È uno dei maggiori investimenti in Germania dalla fine del secondo conflitto mondiale – spiegava ai giornalisti nei giorni scorsi il cristiano-democratico Sven Schulze, ministro dell’economia del lander – e per noi ha una valenza straordinaria considerando che dalla caduta del Muro in questa parte di Germania di investimenti così strategici non si è mai vista l’ombra”. Proprio ieri il presidente dell’autorità ambientale di Magdeburgo, Thomas Peye, spiegava che “presumiamo che a breve la domanda per le immissioni in atmosfera da parte di Intel verrà presentata. Tutto prosegue secondo i programmi”.

VIGASIO-CHIVASSO

Un portavoce della multinazionale di Santa Clara, la quale dà lavoro a 110 mila dipendenti nel mondo con un fatturato nel 2021 di 79 miliardi di dollari, informa che il piano varato dal board guidato da Pat Gelsinger prevede l’hub di progettazione dei chip in Francia, gli stabilimenti principali in Germania e quelli secondari – si fa per dire visto che per ognuno si investiranno alcuni miliardi di euro – in Irlanda, Polonia, Spagna e appunto in Italia. Un chip su tre prodotto in Europa viene dalla Sassonia e questo spiega perché il principale hub sarà realizzato in Germania. Di recente da Venezia è rimbalzata la notizia che il sito privilegiato dovrebbe essere quello di Vigasio, nel Veronese, rispetto a quello di Chivasso nella cintura metropolitana di Torino. L’investimento iniziale previsto da Intel nel Belpaese è di 4,5 miliardi – sui numeri in questi mesi si è scritto molto – e saranno assunte non meno di 2 mila persone. Giusto venerdì scorso, conversando con i cronisti nella conferenza stampa di fine anno, il governatore veneto Luca Zaia sul capitolo Intel è stato lapidario: “Non posso dire nulla”. Un paio di settimane prima lo stesso presidente era stato più loquace affermando che i presupposti per un risultato positivo ci sono. Qualche settimana fa anche l’inventore del microchip, il fisico Federico Faggin, a margine della presentazione del suo libro “Irriducibile” (giunto alla settima edizione in pochi mesi), a Thiene nel Vicentino aveva parlato in via riservata del capitolo Intel. Per la quale, va ricordato, egli inventò il primo microprocessore nel 1971, il celeberrimo “Intel 4004”. Tra i siti italiani candidati ad ospitare l’avveniristico insediamento industriale c’erano anche quelli in Campania, Puglia e Sicilia, ma la scelta finale sarebbe caduta su Vigasio o Chivasso. E quello nel Veronese è in vantaggio perché nel Nordest sono presenti le fabbriche in grado di garantire adeguate subforniture tecnologiche. Di questo, ed è un altro indizio, ne aveva parlato lo scorso fine ottobre anche l’ambasciatore tedesco in Italia, Viktor Elbing, ospite a Treviso.

FONDI PUBBLICI

Lo scoglio principale della trattativa riguarda l’ammontare dei finanziamenti pubblici garantiti dall’Italia, e più in generale dalla Ue, alla società californiana. Dall’importanza, si parla di almeno 1,5 miliardi per Roma, discenderà anche l’investimento complessivo di Intel in Italia. È inevitabile, però, che l’interlocuzione avvenga tra Meloni, Ursula von der Leyen, Scholz e Macron, coloro che hanno voce in capitolo per condizionare in positivo la traiettoria degli investimenti dell’azienda statunitense. E questo fa capire che l’alleanza con Parigi e Berlino è decisiva per un Paese come il nostro che rappresenta la seconda manifattura europea e i cui interessi industriali non possono disgiungersi da quelli dei partner storici, francesi e tedeschi. Tanto più se il sogno si chiama Intel.
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