Sostituire il petrolio russo? Impossibile per la UE. Lo dice la CNN

In Italia, vietato fare domande. Negli USA, Paese libero, fanno due conti

Se anche la CNN mette in dubbio la fattibilità per la Ue di sostituire il petrolio russo in caso di sanzioni. Già, perché mentre in Italia semplicemente discuterne ti costa l’accusa di putinismo e intelligenza con il nemico, negli USA se ne parla apertamente, anche sulla informazione “mainstream” della CNN. Perché gli USA sono un Paese che ha sicuramente un interesse strategico a trasformare l’Ucraina nell’Afghanistan di Putin; a vendere il proprio gas naturale liquefatto all’Europa; perfino a sopportare (o indurre) un crollo della manifattura europea a causa delle sanzioni: non ci dimentichiamo che Washington ha un problema di saldo negativo della bilancia commerciale con i due primi Paesi al mondo nell’export, Cina e Germania. Ma gli USA sono un Paese libero, dove la politica del governo è oggetto di scrutinio. A differenza dell’Italia, dove il nostro premier è più atlantista degli americani.

Ecco che oggi Nadeen Ebrahim sulla CNN fa due conti e sostiene che, semplicemente, il Medio Oriente non può compensare l’Europa in caso di embargo sul petrolio russo. Si tratta di un patrimonio pari 2,2 milioni di barili al giorno (bpd) di petrolio greggio e 1,2 milioni di bpd di prodotti petroliferi da trovare altrove. Solo che, da una parte, Arabia Saudita ed Emirati non hanno intenzione di aumentare la produzione di greggio oltre la quota già concordata con la Russia e gli altri produttori non OPEC; dall’altra, è una chimera che la Cina possa rinunciare alla sua quota che compra dal Golfo, a favore dell’Europa. Un extra output di 660.000 barili al giorno potrebbe provenire dall’Iraq, ma mancano le infrastrutture. Né gli USA sembrano disponibili a togliere le sanzioni all’Iran, che invece potrebbe offrire 1.2 milioni di barili in più. E il petrolio americano? Leggero e poco adatto alla trasformazione in gasolio che serve alla manifattura continentale, conclude Ebrahim. Evidentemente, anche lui un collaborazionista, secondo i nuovi crociati di un filoamericanismo fideistico, ignoto agli stessi americani.

In Italia, vietato fare domande. Negli USA, Paese libero, fanno due conti

Se anche la CNN mette in dubbio la fattibilità per la Ue di sostituire il petrolio russo in caso di sanzioni. Già, perché mentre in Italia semplicemente discuterne ti costa l’accusa di putinismo e intelligenza con il nemico, negli USA se ne parla apertamente, anche sulla informazione “mainstream” della CNN. Perché gli USA sono un Paese che ha sicuramente un interesse strategico a trasformare l’Ucraina nell’Afghanistan di Putin; a vendere il proprio gas naturale liquefatto all’Europa; perfino a sopportare (o indurre) un crollo della manifattura europea a causa delle sanzioni: non ci dimentichiamo che Washington ha un problema di saldo negativo della bilancia commerciale con i due primi Paesi al mondo nell’export, Cina e Germania. Ma gli USA sono un Paese libero, dove la politica del governo è oggetto di scrutinio. A differenza dell’Italia, dove il nostro premier è più atlantista degli americani.

Ecco che oggi Nadeen Ebrahim sulla CNN fa due conti e sostiene che, semplicemente, il Medio Oriente non può compensare l’Europa in caso di embargo sul petrolio russo. Si tratta di un patrimonio pari 2,2 milioni di barili al giorno (bpd) di petrolio greggio e 1,2 milioni di bpd di prodotti petroliferi da trovare altrove. Solo che, da una parte, Arabia Saudita ed Emirati non hanno intenzione di aumentare la produzione di greggio oltre la quota già concordata con la Russia e gli altri produttori non OPEC; dall’altra, è una chimera che la Cina possa rinunciare alla sua quota che compra dal Golfo, a favore dell’Europa. Un extra output di 660.000 barili al giorno potrebbe provenire dall’Iraq, ma mancano le infrastrutture. Né gli USA sembrano disponibili a togliere le sanzioni all’Iran, che invece potrebbe offrire 1.2 milioni di barili in più. E il petrolio americano? Leggero e poco adatto alla trasformazione in gasolio che serve alla manifattura continentale, conclude Ebrahim. Evidentemente, anche lui un collaborazionista, secondo i nuovi crociati di un filoamericanismo fideistico, ignoto agli stessi americani.

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