Stato cecato

L’ultimo atto di Mafia Capitale trasforma la dea della giustizia da bendata in cecata. Perché se il capitolo sul Mondo di Mezzo si è finalmente concluso con la condanna in Cassazione dell’ex Nar Massimo Carminati e del ras delle cooperative Salvatore Buzzi, ai vertici di quel sistema criminale che ha inquinato gli appalti di Roma Capitale, sul piatto della bilancia di Dike i pesi e le misure sono due: Buzzi va in carcere, Carminati no. Il primo, che deve scontare 12 anni e 10 mesi, è stato catturato a Lamezia Terme. Per il Cecato della Banda della Magliana, invece, la procura generale non ha emesso alcun mandato per la custodia cautelare in carcere e resterà libero, a scontare la pena a casa, in affidamento ai servizi sociali.

NON ERA MAFIA

La maxi inchiesta di Mafia Capitale si è abbattuta sullo scenario politico di Roma nel dicembre del 2014, quando l’estremista di destra e il patron della cooperativa 29 giugno vennero arrestati insieme a 26 persone, tra politici, imprenditori e picchiatori. Nelle centinaia di pagine c’era di tutto: quel Mondo di Mezzo fatto di amministratori locali e criminalità, legati in un’associazione mafiosa che, tra mazzette a politici compiacenti e spedizioni punitive, hanno influito sul mondo dell’imprenditoria e degli appalti, in una linea d’azione che spaziava da destra a sinistra. “I vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo”, diceva er Cecato in una delle intercettazioni finite nel castello accusatorio che voleva dimostrare come l’interregno del Nero della Banda fosse un’organizzazione parastatale alla quale lo Stato doveva dare delle risposte. E soprattutto tanti soldi. “Tu hai idea di quanto guadagno con gli immigrati? Il traffico di droga rende di meno”, è la frase di Buzzi, mentre spiega come i fascio-mafiosi hanno fatto affari d’oro con il business dell’accoglienza. Eppure il castello accusatorio dell’associazione mafiosa non ha retto davanti alla Cassazione. Nel 2019 il colpo di scena: gli Ermellini, cancellarono le accuse di associazione mafiosa, derubricando la vicenda ad associazione a delinquere semplice, pur riconoscendo la gravità dei fatti e i tentacoli che avvinghiavano ogni appalto. Carminati e Buzzi uscirono così dal 41bis e affrontarono l’appello bis, che portò alla riduzione delle pene di primo grado. Condanne confermate, quando la Cassazione ha respinto i ricorsi di tutti gli imputati a eccezione di Franco Panzironi, l’ex ad di Ama che si appresta ad affrontare il suo terzo processo. Così la reputazione di Roma è salva, perché non si dica che nella Capitale, già spartita tra le famiglie della ‘Ndrangheta, della mafia, della Camorra e perfino dei Casamonica, sia attiva anche un’organizzazione mista di politici ed ex esponenti della Magliana. Resta la condivisione da parte della Cassazione delle conclusioni sul sistema criminale del Mondo di Mezzo e sulla Pa vista e utilizzata come “una mucca da mungere”, tracciate dal verdetto dell’appello bis. Un sistema che ha operato “con metodi corruttivi persuasivi” per inquinare “le scelte politiche e l’agire pubblico dell’ente locale”, di Roma Capitale. Eppure, nonostante il “ruolo apicale” rivestito da Carminati, e il suo “curriculum criminale”, er Cecato non finirà in cella.


IL FURTO DEL SECOLO

Resta il dubbio che la buona stella di Carminati sia legata al furto del secolo. Il 16 luglio 1999, un commando guidato dal Nero si introdusse nella Banca di Roma all’interno del fortino giudiziario di piazzale Clodio, dove, su 997 cassette di sicurezza, ne furono svuotate 197. Non contenevano denaro e preziosi, ma documenti importanti, tutti trafugati. Le cassette non vennero scelte a caso, ma contrassegnate con una crocetta rossa: appartenevano a magistrati, alti funzionari di Stato e personaggi legati ai principali misteri d’Italia, dalla P2 all’omicidio Pecorelli, dalla scomparsa di Emanuela Orlandi alla strage di Bologna, fino al delitto di via Poma, È così che Carminati mise le mani sui segreti più scottanti del Paese. E nessuno è mai riuscito a incarcerarlo per buttare via la chiave.

L’ultimo atto di Mafia Capitale trasforma la dea della giustizia da bendata in cecata. Perché se il capitolo sul Mondo di Mezzo si è finalmente concluso con la condanna in Cassazione dell’ex Nar Massimo Carminati e del ras delle cooperative Salvatore Buzzi, ai vertici di quel sistema criminale che ha inquinato gli appalti di Roma Capitale, sul piatto della bilancia di Dike i pesi e le misure sono due: Buzzi va in carcere, Carminati no. Il primo, che deve scontare 12 anni e 10 mesi, è stato catturato a Lamezia Terme. Per il Cecato della Banda della Magliana, invece, la procura generale non ha emesso alcun mandato per la custodia cautelare in carcere e resterà libero, a scontare la pena a casa, in affidamento ai servizi sociali.

NON ERA MAFIA

La maxi inchiesta di Mafia Capitale si è abbattuta sullo scenario politico di Roma nel dicembre del 2014, quando l’estremista di destra e il patron della cooperativa 29 giugno vennero arrestati insieme a 26 persone, tra politici, imprenditori e picchiatori. Nelle centinaia di pagine c’era di tutto: quel Mondo di Mezzo fatto di amministratori locali e criminalità, legati in un’associazione mafiosa che, tra mazzette a politici compiacenti e spedizioni punitive, hanno influito sul mondo dell’imprenditoria e degli appalti, in una linea d’azione che spaziava da destra a sinistra. “I vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo”, diceva er Cecato in una delle intercettazioni finite nel castello accusatorio che voleva dimostrare come l’interregno del Nero della Banda fosse un’organizzazione parastatale alla quale lo Stato doveva dare delle risposte. E soprattutto tanti soldi. “Tu hai idea di quanto guadagno con gli immigrati? Il traffico di droga rende di meno”, è la frase di Buzzi, mentre spiega come i fascio-mafiosi hanno fatto affari d’oro con il business dell’accoglienza. Eppure il castello accusatorio dell’associazione mafiosa non ha retto davanti alla Cassazione. Nel 2019 il colpo di scena: gli Ermellini, cancellarono le accuse di associazione mafiosa, derubricando la vicenda ad associazione a delinquere semplice, pur riconoscendo la gravità dei fatti e i tentacoli che avvinghiavano ogni appalto. Carminati e Buzzi uscirono così dal 41bis e affrontarono l’appello bis, che portò alla riduzione delle pene di primo grado. Condanne confermate, quando la Cassazione ha respinto i ricorsi di tutti gli imputati a eccezione di Franco Panzironi, l’ex ad di Ama che si appresta ad affrontare il suo terzo processo. Così la reputazione di Roma è salva, perché non si dica che nella Capitale, già spartita tra le famiglie della ‘Ndrangheta, della mafia, della Camorra e perfino dei Casamonica, sia attiva anche un’organizzazione mista di politici ed ex esponenti della Magliana. Resta la condivisione da parte della Cassazione delle conclusioni sul sistema criminale del Mondo di Mezzo e sulla Pa vista e utilizzata come “una mucca da mungere”, tracciate dal verdetto dell’appello bis. Un sistema che ha operato “con metodi corruttivi persuasivi” per inquinare “le scelte politiche e l’agire pubblico dell’ente locale”, di Roma Capitale. Eppure, nonostante il “ruolo apicale” rivestito da Carminati, e il suo “curriculum criminale”, er Cecato non finirà in cella.


IL FURTO DEL SECOLO

Resta il dubbio che la buona stella di Carminati sia legata al furto del secolo. Il 16 luglio 1999, un commando guidato dal Nero si introdusse nella Banca di Roma all’interno del fortino giudiziario di piazzale Clodio, dove, su 997 cassette di sicurezza, ne furono svuotate 197. Non contenevano denaro e preziosi, ma documenti importanti, tutti trafugati. Le cassette non vennero scelte a caso, ma contrassegnate con una crocetta rossa: appartenevano a magistrati, alti funzionari di Stato e personaggi legati ai principali misteri d’Italia, dalla P2 all’omicidio Pecorelli, dalla scomparsa di Emanuela Orlandi alla strage di Bologna, fino al delitto di via Poma, È così che Carminati mise le mani sui segreti più scottanti del Paese. E nessuno è mai riuscito a incarcerarlo per buttare via la chiave.

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