Stellantis in panne: in soli due anni si sono dimezzati i livelli di produzione in Italia. I dati emergono dal report Fim-Cisl aggiornato al quarto trimestre dell’anno scorso. I numeri dipingono una realtà a tinte fosche: nel 2025 sono stati prodotti, complessivamente, poco meno di 380mila veicoli, tra auto e mezzi commerciali, negli stabilimenti produttivi italiani. Rispetto al già esangue 2024, i volumi di produzione sono in netta frenata: -20 per cento. Percentuale, questa, che diventa ancora più ampia se si prende in considerazione solo il comparto auto. Di vetture, in Italia, ne son state assemblate poco meno di 214mila, per la precisione sono 213.706. Così poche non se ne producevano, dicono dalla Fim-Cisl, dagli anni ’50: “Un dato così negativo non si registrava da 70 anni”.
Stellantis, per Fim la produzione cola a picco
La situazione è gravissima, è andato in fumo poco meno di un quarto dell’intera produzione in un solo anno (-24,5%). E viene, purtroppo, confermata dai livelli di produzione registratisi negli stabilimenti produttivi italiani. Solo Mirafiori cresce rispetto al 2024: +16,5%. Tutti gli altri boccheggiano. Ad Atessa, nel Teatino in Abruzzo, dove si lavora ai veicoli commerciali del gruppo, i volumi di produzioni hanno ceduto il 13,5 per cento. Ed è ancora un dato positivo, almeno rispetto a quello fotografato dal report Fim-Cisl, per Melfi. Qui, dove in teoria dovrebbe esserci un polo per le ibride, la produzione si è letteralmente dimezzata: -47,2 per cento. In mezzo, una pioggia di dati più che deludenti. A Cassino, dove c’è la produzione di Stelvio, Giulia e dei modelli Alfa Romeo, i livelli sono crollati del 27,9 per cento. In tutto, sono state prodotte poco più di 19mila auto.
Gli altri flop
Giusto un pochino meglio a Pomigliano. Dove la produzione della Panda (che da sola rappresenta più della metà della produzione nazionale di auto con oltre 112mila vetture) cede il 14% mentre crolla quella della Tonale (-32%). In totale, si è perso il 21,9% della produzione rispetto all’anno precedente. E, poi, c’è il flop dello stabilimento Maserati di Modena (-23,1%) mentre non si hanno ancora novità sul futuro di Termoli, in Molise. Dove ancora appare fermo, se non ormai archiviato, il progetto della giga-factory delle batterie per auto elettriche. Insomma, non proprio la più rosea delle situazioni. Il 2025 s’è chiuso male e il 2026 si apre, pertanto, peggio. Considerando l’importanza, centrale, che l’automotive continua a recitare nello scenario industriale italiano. Se Stellantis perde produzione, il problema è per tutti.
La Germania non corre e ci rallenta
Ma, a dirla tutta, a impensierire le imprese italiane è (pure) un altro dato. Che arriva, però, dalla Germania. Secondo l’Ifo, infatti, la produzione industriale tedesca continua a declinare in almeno la metà dei Lander. Si tratta di numeri che si riferiscono al terzo trimestre di quest’anno. A fare peggio di tutti è la regione della Saar. Difatti il Saarland perde lo 0,6 per cento della produzione. Male pure Renania-Palatinato, che lascia per strada lo 0,4 per cento, e lo Schleswig-Holstein che perde altrettanto. C’è poco da indulgere al “mal comune mezzo gaudio”. Se la Germania annaspa, ce la vediamo nera pure noi. Per fortuna, però, non va tutto male in terra teutonica. E, a ravvivare le speranze italiane, è la buona performance della Baviera (là dove capo hanno molte, forse troppe, filiere che operano nel nostro Paese). A Monaco e dintorni la produzione è salita di mezzo punto percentuale. Bene, ma non benissimo.
La Baviera e i dazi
Già, perché c’è poco da esultare. Presto le tariffe, suggeriscono dall’Ifo, azzanneranno pure le prospettive economiche e produttive del Sud della Germania: “Nel sud del Paese, i dazi imposti dal governo statunitense in particolare si stanno facendo sentire. Rappresentano un ulteriore onere per un’industria già in difficoltà”. Altro che i proclami e le aspettative che si avevano nelle ricette del neocancelliere Friedrich Merz. L’abbandono del debito come dogma di fede e l’avvio di programmi espansivissimi sulla spesa, per il momento, non sembrano aver sortito effetti degni di nota. Al punto che l’economia in Germania non decolla (ancora) né sembra offrire segnali in tal senso. Almeno per ora, almeno per il momento. Se ne parlerà, meglio, quest’anno. Il 2026 sarà un anno decisivo, quello della verità, per le sorti dell’industria. Italiana ed europea. Le premesse non sono delle migliori. Ma è pur vero che fare peggio di così sarà davvero difficile. Si può solo scavare.