Stesso prezzo meno prodotto, ecco la shrinkflation

L’inflazione ha colpito i consumatori in qualunque ambito della loro spesa, in ogni parte del mondo. E ovunque, dagli Usa all’Italia, sta crescendo il fenomeno della “shrinkflation”, una tecnica di marketing che gli analisti definiscono “nuova architettura del packaging”. In sostanza si regola la confezione dei beni di consumo, in particolare il cibo, con contenitori più piccoli, o comunque di contenuto inferiore, ma allo stesso prezzo di quello comunemente conosciuto dai consumatori.
La shrinkflation colpisce ogni prodotto: dalla carta igienica che finisce per avere meno “strappi” allo stesso costo, ai cereali e alle patatine, meno grammi a parità di volume della confezione. Una tecnica oscura, invisibile ai più. Nailya Ordabayeva, docente di Marketing al Boston College, ha spiegato a Bloomberg che “le persone tendono a sottovalutare i cambiamenti nelle dimensioni degli oggetti. È piuttosto conveniente per le aziende spostare effettivamente le dimensioni, agire sul contenuto più che sul prezzo, perché le persone notano di più le variazioni di costo”.
Di fatto una tecnica inflattiva, che peraltro supera anche i dati della reale inflazione. Tra i primi a darne conto in Italia Daniele Tirelli, docente di Economia internazionale all’Università di Modena-Reggio e di Product Innovation, Consumption e Marketing allo Iulm, autore di un post su Linkedin in cui smascherava la nuova tendenza mostrando un fustino di detersivo che, con l’inflazione al 4,8%, arrivava ad incrementare il costo del prodotto del 67% a lavaggio”.
Ora, negli Usa, il fenomeno è passato ad invadere il campo della ristorazione, con i consumatori che si aspettano la riduzione delle porzioni dai ristoranti, secondo un sondaggio del fornitore di software back-of-house dei ristoranti MarketMan, riportato da Restaurant Business. Almeno 3 consumatori su 4 si aspettano che i ristoranti conservino i loro margini di guadagno riducendo le porzioni e conservando i prezzi attuali.
Una manovra che in Italia non è ancora finita nel mirino dell’Antitrust o dell’autorità giudiziaria, nonostante il Codacons abbia già presentato un esposto. E non si tratta solo di una reazione da parte delle aziende produttrici alla crisi generata dal conflitto ucraino, se è vero che già nel quinquennio 2012-2017 i dati Istat avevano fatto emergere oltre 7mila casi di confezioni ridimensionate nella grandezza o nel contenuto ma poste in commercio ad un prezzo uguale o addirittura leggermente superiore. Ovviamente, è il caso di segnalare, nel comparto dei prodotti di più largo consumo alimentare, dai dolciumi al pane e ai cereali.

L’inflazione ha colpito i consumatori in qualunque ambito della loro spesa, in ogni parte del mondo. E ovunque, dagli Usa all’Italia, sta crescendo il fenomeno della “shrinkflation”, una tecnica di marketing che gli analisti definiscono “nuova architettura del packaging”. In sostanza si regola la confezione dei beni di consumo, in particolare il cibo, con contenitori più piccoli, o comunque di contenuto inferiore, ma allo stesso prezzo di quello comunemente conosciuto dai consumatori.
La shrinkflation colpisce ogni prodotto: dalla carta igienica che finisce per avere meno “strappi” allo stesso costo, ai cereali e alle patatine, meno grammi a parità di volume della confezione. Una tecnica oscura, invisibile ai più. Nailya Ordabayeva, docente di Marketing al Boston College, ha spiegato a Bloomberg che “le persone tendono a sottovalutare i cambiamenti nelle dimensioni degli oggetti. È piuttosto conveniente per le aziende spostare effettivamente le dimensioni, agire sul contenuto più che sul prezzo, perché le persone notano di più le variazioni di costo”.
Di fatto una tecnica inflattiva, che peraltro supera anche i dati della reale inflazione. Tra i primi a darne conto in Italia Daniele Tirelli, docente di Economia internazionale all’Università di Modena-Reggio e di Product Innovation, Consumption e Marketing allo Iulm, autore di un post su Linkedin in cui smascherava la nuova tendenza mostrando un fustino di detersivo che, con l’inflazione al 4,8%, arrivava ad incrementare il costo del prodotto del 67% a lavaggio”.
Ora, negli Usa, il fenomeno è passato ad invadere il campo della ristorazione, con i consumatori che si aspettano la riduzione delle porzioni dai ristoranti, secondo un sondaggio del fornitore di software back-of-house dei ristoranti MarketMan, riportato da Restaurant Business. Almeno 3 consumatori su 4 si aspettano che i ristoranti conservino i loro margini di guadagno riducendo le porzioni e conservando i prezzi attuali.
Una manovra che in Italia non è ancora finita nel mirino dell’Antitrust o dell’autorità giudiziaria, nonostante il Codacons abbia già presentato un esposto. E non si tratta solo di una reazione da parte delle aziende produttrici alla crisi generata dal conflitto ucraino, se è vero che già nel quinquennio 2012-2017 i dati Istat avevano fatto emergere oltre 7mila casi di confezioni ridimensionate nella grandezza o nel contenuto ma poste in commercio ad un prezzo uguale o addirittura leggermente superiore. Ovviamente, è il caso di segnalare, nel comparto dei prodotti di più largo consumo alimentare, dai dolciumi al pane e ai cereali.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli