Storie segrete del ciclismo

Retroscena, tradimenti, accordi sotterranei dei campioni 

del passato e dei giorni nostri, nel libro di Beppe Conti

 

In “Ciclismo. Storie segrete” (Ed. Diarkos), Beppe Conti scrive che i litigi, i raggiri e le “coltellate” (nel senso, ovviamente di beffe), anche tra i compagni di squadra, appartengono a un classico del ciclismo. Perché lo sport della bicicletta è innanzitutto storie di uomini, con le loro debolezze ed espedienti, per raggiungere a tutti i costi una meta. Un libro scritto “in punta di penna”: dalle follie degli inizi del Novecento, con strette di mano che valevano un primo posto e dispetti che pesavano, ai duelli storici tra  Coppi e Bartali. Tante vicende che fanno ancora discutere e che conferiscono quell’aria di mistero che ha sempre accompagnato il ciclismo. In questo sport, scrive Claudio Ferretti nella prefazione, la palestra delle chiacchiere è alimentata dalla povertà della cronaca. Per fortuna ci sono i misteri, laddove “i confini tra favole e bugia sfumano e si confondono. Il ciclismo, oltre tutto, si presta. Non esiste sport più segreto. Tanto più palese tecnicamente, quanto più nascosto nelle strategie. E più verità segrete sono nelle stanze d’un albergo di quante ne possa mostrare una telecamera”. Scorrendo i titoli dei capitoli si è subito coinvolti nelle singole storie: come quella di Coppi, con l’epica impresa dello Stelvio; o come l’impresa di Gaul sul Bondone o quella di Moser e Saronni, con i colpi proibiti di una splendida rivalità. Storie che accadono spesso. E’ una metafora della vita, scrive Conti. Nel ciclismo ci sono i compagni di squadra e i compagni di nazionale. Ma fa più effetto quando si corre per lo stesso gruppo sportivo per una stagione o più stagioni, quando si vive assieme tutto l’ anno, dividendo magari anche la camera d’albergo e poi al momento critico, decisivo, ecco il tradimento, la beffa. Come quella volta che Italo Zilioli vestiva la maglia gialla al Tour de France, nel 1970. Zilioli era nella squadra di Merckx e stava vivendo momenti di gloria. Alla prima cronometro, Merckx avrebbe certo ripreso le insegne del potere. Intanto Zilioli, per ben tre volte secondo al Giro d’Italia e mai neppure per mezza giornata in maglia rosa, si stava godendo quel momento felice. Aveva vinto la seconda tappa ad Angers e con il successo era arrivata anche quella tunica leggendaria. Fin quando il Tour propose il pavé francese nei pressi di Roubaix. Roger De Vlaeminck, grande specialista, andò all’attacco per vincere la tappa (e ci riuscì) mentre il gruppo saltò per aria fra forature, cadute e incidenti su quelle pietre. Anche Zilioli, in giallo, forò. Non aveva compagni al fianco, pronti magari a passargli una ruota. Le ammiraglie erano più indietro. E lui si ritrovò sul ciglio della strada con la ruota in mano, pronto a chiedere aiuto, intento a scrutare se c’era nelle vicinanze una maglia amica. Ma eccola, era la sagoma di Merckx, attorniato da un paio di fedeli scudieri che non lo mollavano un istante. Ed in quella nuvola di polvere quei signori fecero finta di niente, si voltarono dall’altra parte. Non videro Zilioli con la ruota in mano. Erano al servizio di Merckx, di nessun altro. De Vlaeminck vinse la tappa, Merckx arrivò nella sua scia e vestì la maglia gialla. Sino a Parigi. Oggi il ciclismo, osserva Conti, al termine delle tante storie e dei ricordi personali, offre pochi segreti. O forse magari come accaduto in passato verranno alla luce col tempo, a distanza di anni. O forse conta meno l’uomo e ha, spesso, il sopravvento la squadra, la strategia del team, i manager che indicano tattiche e comportamenti, l’auricolare nelle orecchie a dettare i tempi. E le telecamere delle tv che scrutano in mezzo al gruppo e, in un certo senso, impediscono anche i colpi di genio. O i colpi proibiti. In appendice, le principali vittorie che hanno reso celebri i campioni di queste storie: da  Alfredo Binda e Gino Bartali a Fausto Coppi, Hugo Koblet, Eddy Merckx e Vincenzo Nibali. Senza dimenticare Ercole Baldini, Raymond Poulidor, Felice Gimondi e Marco Pantani, con i loro grandi rivali. Beppe Conti ha debuttato alla “Gazzetta dello Sport”, per poi passare a “Tuttosport”; adesso è opinionista di Rai Sport. Nel 2020 ha pubblicato: “Dolomiti da leggenda”, “La leggenda del ciclismo”, “Moser e Saronni. Il duello infinito”.

red

 

Retroscena, tradimenti, accordi sotterranei dei campioni 

del passato e dei giorni nostri, nel libro di Beppe Conti

 

In “Ciclismo. Storie segrete” (Ed. Diarkos), Beppe Conti scrive che i litigi, i raggiri e le “coltellate” (nel senso, ovviamente di beffe), anche tra i compagni di squadra, appartengono a un classico del ciclismo. Perché lo sport della bicicletta è innanzitutto storie di uomini, con le loro debolezze ed espedienti, per raggiungere a tutti i costi una meta. Un libro scritto “in punta di penna”: dalle follie degli inizi del Novecento, con strette di mano che valevano un primo posto e dispetti che pesavano, ai duelli storici tra  Coppi e Bartali. Tante vicende che fanno ancora discutere e che conferiscono quell’aria di mistero che ha sempre accompagnato il ciclismo. In questo sport, scrive Claudio Ferretti nella prefazione, la palestra delle chiacchiere è alimentata dalla povertà della cronaca. Per fortuna ci sono i misteri, laddove “i confini tra favole e bugia sfumano e si confondono. Il ciclismo, oltre tutto, si presta. Non esiste sport più segreto. Tanto più palese tecnicamente, quanto più nascosto nelle strategie. E più verità segrete sono nelle stanze d’un albergo di quante ne possa mostrare una telecamera”. Scorrendo i titoli dei capitoli si è subito coinvolti nelle singole storie: come quella di Coppi, con l’epica impresa dello Stelvio; o come l’impresa di Gaul sul Bondone o quella di Moser e Saronni, con i colpi proibiti di una splendida rivalità. Storie che accadono spesso. E’ una metafora della vita, scrive Conti. Nel ciclismo ci sono i compagni di squadra e i compagni di nazionale. Ma fa più effetto quando si corre per lo stesso gruppo sportivo per una stagione o più stagioni, quando si vive assieme tutto l’ anno, dividendo magari anche la camera d’albergo e poi al momento critico, decisivo, ecco il tradimento, la beffa. Come quella volta che Italo Zilioli vestiva la maglia gialla al Tour de France, nel 1970. Zilioli era nella squadra di Merckx e stava vivendo momenti di gloria. Alla prima cronometro, Merckx avrebbe certo ripreso le insegne del potere. Intanto Zilioli, per ben tre volte secondo al Giro d’Italia e mai neppure per mezza giornata in maglia rosa, si stava godendo quel momento felice. Aveva vinto la seconda tappa ad Angers e con il successo era arrivata anche quella tunica leggendaria. Fin quando il Tour propose il pavé francese nei pressi di Roubaix. Roger De Vlaeminck, grande specialista, andò all’attacco per vincere la tappa (e ci riuscì) mentre il gruppo saltò per aria fra forature, cadute e incidenti su quelle pietre. Anche Zilioli, in giallo, forò. Non aveva compagni al fianco, pronti magari a passargli una ruota. Le ammiraglie erano più indietro. E lui si ritrovò sul ciglio della strada con la ruota in mano, pronto a chiedere aiuto, intento a scrutare se c’era nelle vicinanze una maglia amica. Ma eccola, era la sagoma di Merckx, attorniato da un paio di fedeli scudieri che non lo mollavano un istante. Ed in quella nuvola di polvere quei signori fecero finta di niente, si voltarono dall’altra parte. Non videro Zilioli con la ruota in mano. Erano al servizio di Merckx, di nessun altro. De Vlaeminck vinse la tappa, Merckx arrivò nella sua scia e vestì la maglia gialla. Sino a Parigi. Oggi il ciclismo, osserva Conti, al termine delle tante storie e dei ricordi personali, offre pochi segreti. O forse magari come accaduto in passato verranno alla luce col tempo, a distanza di anni. O forse conta meno l’uomo e ha, spesso, il sopravvento la squadra, la strategia del team, i manager che indicano tattiche e comportamenti, l’auricolare nelle orecchie a dettare i tempi. E le telecamere delle tv che scrutano in mezzo al gruppo e, in un certo senso, impediscono anche i colpi di genio. O i colpi proibiti. In appendice, le principali vittorie che hanno reso celebri i campioni di queste storie: da  Alfredo Binda e Gino Bartali a Fausto Coppi, Hugo Koblet, Eddy Merckx e Vincenzo Nibali. Senza dimenticare Ercole Baldini, Raymond Poulidor, Felice Gimondi e Marco Pantani, con i loro grandi rivali. Beppe Conti ha debuttato alla “Gazzetta dello Sport”, per poi passare a “Tuttosport”; adesso è opinionista di Rai Sport. Nel 2020 ha pubblicato: “Dolomiti da leggenda”, “La leggenda del ciclismo”, “Moser e Saronni. Il duello infinito”.

red

 

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