Sulla pelle dei disabili

Atteso per più di vent’anni, durerà lo spazio di un mattino. Il decreto Tariffe del ministero della Salute che mette, almeno, una parvenza d’ordine tra Lea e prestazioni, si impantanerà al cospetto della Conferenza Stato-Regioni. Non sarebbe nemmeno una grossa novità dal momento che un primo piano simile era stato già bocciato a gennaio scorso. La diffidenza c’è e non si fa scrupoli a trapelare, tra dichiarazioni ufficiali e posizioni ufficiose. Eppure, non si può più aspettare. Perché dalla definizione dei livelli essenziali di assistenza previsti dal decreto ministeriale dipende il futuro di migliaia di persone, disabili e ammalati, e quello di decine di aziende.

“Hanno già detto che lo bocceranno. Fosse così sarebbe vergognoso, un’azione nefanda in un momento così delicato per le aziende e per i cittadini”. Parole e musica di Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità, che a L’Identità spiega: “La politica non si rende conto, forse per interessi che non voglio neanche conoscere. Dopo più di vent’anni di attesa, sebbene questa non sia una buona riforma perché non è previsto un buon nomenclatore, avremmo almeno una base su cui poter intervenire più avanti, oltre a tariffe leggermente più congrue che oggi ci vedono altamente penalizzati”. Il presidente Confimi Industria Sanità ammette: “Non so chi o se voterà contro, questo è un lavoro che è stato fatto riuscendo a portare avanti ciò che si era bloccato nel 2017”, fatto sta che “in questo decreto c’è tutto, anche l’attività ambulatoriale ma siccome non si pensa nell’interesse del cittadino, ci troveremo a dover assistere a gravi conseguenze. Bloccare tutto vuol dire far chiudere le aziende”. Non c’è nessuna altra soluzione. Pulin ne è convintissimo: “Spero che non accada, confidiamo nel buon senso della politica a favore delle imprese del settore e soprattutto di tutti quei cittadini, specialmente disabili, che non possono più essere considerati come se fossero di Serie B. Eppure accadrà perché tante Regioni hanno già dichiarato che non lo voteranno”. Per quale ragione? “Perché con il decreto tariffe si crea un precedente che può bloccare una serie di mobilità passive tra Regioni. E ce ne sono che vivono di mobilità sanitaria ma in un Paese civile ciò non è normale”.

Non è una questione solo economica: in mezzo ci sono i disabili, persone fragili che rischiano di pagare sulla loro pelle le contraddizioni di un sistema che non mette al centro la persona ma i conti da far quadrare. Massimo Pulin spiega: “Per la politica, la spesa protesica, che non è inserita direttamente nei capitoli di bilancio sanitari ma è a parte, non è un beneficio ma un costo. Far camminare chi ha subito un’amputazione è una spesa, non un beneficio. E accade persino che, pur di non fornirli di impianti talora dal valore di poche centinaia di euro, ci siano ospedali che preferiscano tenere i pazienti ricoverati per settimane, dal momento che per l’assistenza sanitaria ospedaliera non ci sono limiti da rispettare di natura economica come li ha l’assistenza protesica. Nel Nord Europa, in Francia o in Spagna, non c’è questo approccio. Anzi, è il contrario perché quest’assistenza consente di evitare interventi e di restituire le persone a una vita normale. Noi, invece, siamo diventati interventisti. Non si guarda più al bene della persona, questo è un sistema sanitario che non guarda all’individuo ma sta diventando meramente un business”.

Insomma, non c’è solo da riformare un settore cruciale e strategico come quello della sanità ma si deve cambiare l’approccio alla materia. Che è delicatissima. Occorre ripartire dai Lea e, per Pulin, è necessario che “il governo che verrà, se ne avrà le condizioni, dovrà sistemare la sanità pubblica cooperando con la parte privata” altrimenti il rischio è quello del “dissesto e a quel punto non ce ne sarà più per nessun tipo di assistenza”. Dunque “Tutti devono cominciare a capire che un quarto di passo indietro si deve fare”.
Inoltre Confimi ha presentato, insieme a Confindustria e a diverse associazioni di disabili, un decalogo diretto alla politica su alcuni dei temi che la politica non può più ignorare. Un’agenda sulle priorità da tener presente: “La prima cosa da fare è un focus sui Lea e una revisione di tutti i nomenclatori tariffari – afferma Pulin -. Poi chiediamo un sistema nazionale che permetta alle piccole e medie imprese di accedere e di partecipare a gare d’appalto. Adesso ogni Asl ha suo portale e noi come pmi abbiamo da controllare centinaia di portali, con un dispendio di energie e costi inimmaginabile. Quindi c’è la battaglia sulla certificazione dei dispositivi medici. Grazie al Ministero della Salute, a livello europeo siamo riusciti a spostare date del nuovo regolamento in materia di dispositivi medici che pende come una spada di Damocle sulle imprese. Inoltre si deve abolire la mobilità passiva tra le Regioni”. 

Atteso per più di vent’anni, durerà lo spazio di un mattino. Il decreto Tariffe del ministero della Salute che mette, almeno, una parvenza d’ordine tra Lea e prestazioni, si impantanerà al cospetto della Conferenza Stato-Regioni. Non sarebbe nemmeno una grossa novità dal momento che un primo piano simile era stato già bocciato a gennaio scorso. La diffidenza c’è e non si fa scrupoli a trapelare, tra dichiarazioni ufficiali e posizioni ufficiose. Eppure, non si può più aspettare. Perché dalla definizione dei livelli essenziali di assistenza previsti dal decreto ministeriale dipende il futuro di migliaia di persone, disabili e ammalati, e quello di decine di aziende.

“Hanno già detto che lo bocceranno. Fosse così sarebbe vergognoso, un’azione nefanda in un momento così delicato per le aziende e per i cittadini”. Parole e musica di Massimo Pulin, presidente di Confimi Industria Sanità, che a L’Identità spiega: “La politica non si rende conto, forse per interessi che non voglio neanche conoscere. Dopo più di vent’anni di attesa, sebbene questa non sia una buona riforma perché non è previsto un buon nomenclatore, avremmo almeno una base su cui poter intervenire più avanti, oltre a tariffe leggermente più congrue che oggi ci vedono altamente penalizzati”. Il presidente Confimi Industria Sanità ammette: “Non so chi o se voterà contro, questo è un lavoro che è stato fatto riuscendo a portare avanti ciò che si era bloccato nel 2017”, fatto sta che “in questo decreto c’è tutto, anche l’attività ambulatoriale ma siccome non si pensa nell’interesse del cittadino, ci troveremo a dover assistere a gravi conseguenze. Bloccare tutto vuol dire far chiudere le aziende”. Non c’è nessuna altra soluzione. Pulin ne è convintissimo: “Spero che non accada, confidiamo nel buon senso della politica a favore delle imprese del settore e soprattutto di tutti quei cittadini, specialmente disabili, che non possono più essere considerati come se fossero di Serie B. Eppure accadrà perché tante Regioni hanno già dichiarato che non lo voteranno”. Per quale ragione? “Perché con il decreto tariffe si crea un precedente che può bloccare una serie di mobilità passive tra Regioni. E ce ne sono che vivono di mobilità sanitaria ma in un Paese civile ciò non è normale”.

Non è una questione solo economica: in mezzo ci sono i disabili, persone fragili che rischiano di pagare sulla loro pelle le contraddizioni di un sistema che non mette al centro la persona ma i conti da far quadrare. Massimo Pulin spiega: “Per la politica, la spesa protesica, che non è inserita direttamente nei capitoli di bilancio sanitari ma è a parte, non è un beneficio ma un costo. Far camminare chi ha subito un’amputazione è una spesa, non un beneficio. E accade persino che, pur di non fornirli di impianti talora dal valore di poche centinaia di euro, ci siano ospedali che preferiscano tenere i pazienti ricoverati per settimane, dal momento che per l’assistenza sanitaria ospedaliera non ci sono limiti da rispettare di natura economica come li ha l’assistenza protesica. Nel Nord Europa, in Francia o in Spagna, non c’è questo approccio. Anzi, è il contrario perché quest’assistenza consente di evitare interventi e di restituire le persone a una vita normale. Noi, invece, siamo diventati interventisti. Non si guarda più al bene della persona, questo è un sistema sanitario che non guarda all’individuo ma sta diventando meramente un business”.

Insomma, non c’è solo da riformare un settore cruciale e strategico come quello della sanità ma si deve cambiare l’approccio alla materia. Che è delicatissima. Occorre ripartire dai Lea e, per Pulin, è necessario che “il governo che verrà, se ne avrà le condizioni, dovrà sistemare la sanità pubblica cooperando con la parte privata” altrimenti il rischio è quello del “dissesto e a quel punto non ce ne sarà più per nessun tipo di assistenza”. Dunque “Tutti devono cominciare a capire che un quarto di passo indietro si deve fare”.
Inoltre Confimi ha presentato, insieme a Confindustria e a diverse associazioni di disabili, un decalogo diretto alla politica su alcuni dei temi che la politica non può più ignorare. Un’agenda sulle priorità da tener presente: “La prima cosa da fare è un focus sui Lea e una revisione di tutti i nomenclatori tariffari – afferma Pulin -. Poi chiediamo un sistema nazionale che permetta alle piccole e medie imprese di accedere e di partecipare a gare d’appalto. Adesso ogni Asl ha suo portale e noi come pmi abbiamo da controllare centinaia di portali, con un dispendio di energie e costi inimmaginabile. Quindi c’è la battaglia sulla certificazione dei dispositivi medici. Grazie al Ministero della Salute, a livello europeo siamo riusciti a spostare date del nuovo regolamento in materia di dispositivi medici che pende come una spada di Damocle sulle imprese. Inoltre si deve abolire la mobilità passiva tra le Regioni”. 

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