Tasse, protezione e miliardi di dollari La vera sfida tra Europa e America

 

di EDOARDO GREBLO
e LUCA TADDIO
Tutti abbiamo visto le immagini degli attivisti di “Ultima Generazione” che hanno imbrattato con della vernice la facciata del Senato. Il gesto, realizzato con vernice lavabile, è stato definito dagli stessi autori come una “azione di protesta non violenta dettata dalla disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e dal disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità”. E tutti abbiamo letto gli innumerevoli commenti, orientati in un senso o nell’altro, dedicati a questo gesto – e ad altri analoghi. Eppure, molta meno attenzione è stata dedicata ad altre notizie, che annunciano il delinearsi di un’altra visione riguardo alle misure da intraprendere nel campo della politica ambientale, ben più significative di singole iniziative eclatanti come quelle che salgono periodicamente agli onori delle cronache e che lasciano il tempo che trovano.
Non che i problemi denunciati dagli attivisti non siano reali, ovviamente. Negli ultimi anni, il riscaldamento globale causato dalle attività umane è diventato sempre più evidente. L’Italia non fa eccezione. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche, il 2022 è stato l’anno più caldo dal 1800, cioè da quando si dispone delle informazioni necessarie per effettuare delle comparazioni. Tuttavia, l’anno appena trascorso dovrebbe essere ricordato anche per alcune importanti novità positive in merito ai problemi connessi al cambiamento climatico. Ad esempio, l’approvazione, negli Stati Uniti, dell’Inflation Reduction Act segna una svolta di grande importanza. Nella lista degli Stati per emissioni di CO2 nel mondo, gli Stati Uniti figurano ai primi posti, e sono anche da sempre tra i Paesi più riluttanti ad aderire alle proposte avanzate nei vari forum internazionali. La legge voluta da Joe Biden eroga circa 370 miliardi in sussidi per prodotti di energia rinnovabile, e indica un percorso volto a ridurre drasticamente le emissioni prodotte da un Paese che – e anche per questo il provvedimento è così significativo – non ha saputo approfittare della pandemia per preparare un rimbalzo verde, e anzi ha fatto crescere il volume di gas serra. Tuttavia, secondo i critici, questa legge viola le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), perché i sussidi per i prodotti di energia rinnovabile sono riservati a quelli fabbricati negli Stati Uniti.
Si tratta, in effetti, della stessa critica rivolta al Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), ovvero la tassa sul carbonio alla frontiera adottata dall’Unione europea e che entrerà in vigore a partire dall’anno in corso. Si tratta di un’imposta volta a proteggere l’industria europea impegnata a raggiungere la neutralità carbonica dai concorrenti esterni che si sottraggono alla responsabilità di combattere per un obiettivo di cui tutti potranno, comunque, godere liberamente. In sostanza, non sarà possibile importare da un fornitore esterno all’Unione una merce più inquinante senza incorrere nel sovrapprezzo, e i produttori extraeuropei non potranno inondare il mercato europeo di merci meno costose, ma prodotte con minore attenzione all’ambiente. La tassa sul carbonio alla frontiera risponde a due finalità. La prima è di evitare che le industrie europee delocalizzino le loro attività, e quindi le loro emissioni di gas serra, in Paesi dove le produzioni inquinanti godono di norme più permissive o meno vincolanti. L’Ue sta invece innalzando i propri obiettivi climatici in diversi modi, tra i quali rientra l’imposizione all’industria di limiti più stringenti sulle emissioni. Ciò significa che molti settori, a partire da quelli a intensità energetica più elevata, dovranno investire per ridurre la loro incidenza sull’ambiente. Dovranno, cioè, addossarsi voci di spesa che potrebbero essere evitate se la produzione avvenisse in Paesi con una legislazione climatica meno esigente di quella europea. Il CBAM non serve però soltanto a evitare l’eventuale delocalizzazione dei processi produttivi, ma anche a spingere gli altri Paesi a introdurre misure normative più stringenti per evitare, o ridurre, il sovrapprezzo sulle loro merci dovuto alla carbon tax europea.
Naturalmente, la sua applicazione non è priva di ostacoli. Anzitutto in termini di efficacia, dovuta all’ambito di applicazione del CBAM ai materiali o ai prodotti di base in alcuni settori specifici. Esiste ancora un potenziale di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio con i prodotti trasformati: il CBAM potrebbe essere aggirato se questi fossero importati in luogo delle materie prime. E poi in termini di legittimità giuridica. Anche se il CBAM cerca chiaramente di evitare conflitti con il diritto dell’OMC, la sua compatibilità, come nel caso dell’Inflaction Reduction Act, con i principi fondamentali dell’OMC rimane molto controversa. Può infatti essere ritenuto in conflitto con i massimali concordati in materia di dazi doganali e altri dazi o oneri in relazione all’importazione dei prodotti contemplati o alla luce dei principi fondamentali di non discriminazione di cui all’articolo I (Trattamento della nazione più favorita, NPF) e all’articolo III (Trattamento nazionale) dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio.
Ma perché provvedimenti come questi sono, nonostante tutto, un passo avanti nella giusta direzione? Perché mirano a compensare uno dei limiti più importanti dell’attuale sistema di governance globale per la lotta al cambiamento climatico, ovvero l’assenza di un efficace meccanismo di sanzioni nei confronti dei Paesi che non rispettano gli standard regolativi necessari a tutelare il bene pubblico rappresentato dalla riduzione delle emissioni di CO2. Si tratta di colpire il modo di operare che è tipico dei free rider, che lasciano agli altri il compito di accollarsi l’onere di produrre e garantire i beni pubblici e che tuttavia ne beneficiano anche se restano alla finestra quando si tratta di sostenerne i costi, poiché scaricano sugli altri i costi socioeconomici che possono derivare dalle iniziative impegnate a contrastare il cambiamento climatico. La posizione dell’Ue, più ancora di quella degli Stati Uniti, è particolarmente interessante perché mette in evidenza come la politica commerciale – e cioè gli interessi – possa essere utilizzata per favorire la cooperazione su temi di interesse globale. E non solo nella lotta contro il cambiamento climatico. Questa logica si potrebbe estendere anche ad altri settori come, ad esempio, il rispetto di alcuni standard fondamentali nel campo dei diritti dei lavoratori.

 

di EDOARDO GREBLO
e LUCA TADDIO
Tutti abbiamo visto le immagini degli attivisti di “Ultima Generazione” che hanno imbrattato con della vernice la facciata del Senato. Il gesto, realizzato con vernice lavabile, è stato definito dagli stessi autori come una “azione di protesta non violenta dettata dalla disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e dal disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità”. E tutti abbiamo letto gli innumerevoli commenti, orientati in un senso o nell’altro, dedicati a questo gesto – e ad altri analoghi. Eppure, molta meno attenzione è stata dedicata ad altre notizie, che annunciano il delinearsi di un’altra visione riguardo alle misure da intraprendere nel campo della politica ambientale, ben più significative di singole iniziative eclatanti come quelle che salgono periodicamente agli onori delle cronache e che lasciano il tempo che trovano.
Non che i problemi denunciati dagli attivisti non siano reali, ovviamente. Negli ultimi anni, il riscaldamento globale causato dalle attività umane è diventato sempre più evidente. L’Italia non fa eccezione. Secondo i dati recentemente diffusi dall’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche, il 2022 è stato l’anno più caldo dal 1800, cioè da quando si dispone delle informazioni necessarie per effettuare delle comparazioni. Tuttavia, l’anno appena trascorso dovrebbe essere ricordato anche per alcune importanti novità positive in merito ai problemi connessi al cambiamento climatico. Ad esempio, l’approvazione, negli Stati Uniti, dell’Inflation Reduction Act segna una svolta di grande importanza. Nella lista degli Stati per emissioni di CO2 nel mondo, gli Stati Uniti figurano ai primi posti, e sono anche da sempre tra i Paesi più riluttanti ad aderire alle proposte avanzate nei vari forum internazionali. La legge voluta da Joe Biden eroga circa 370 miliardi in sussidi per prodotti di energia rinnovabile, e indica un percorso volto a ridurre drasticamente le emissioni prodotte da un Paese che – e anche per questo il provvedimento è così significativo – non ha saputo approfittare della pandemia per preparare un rimbalzo verde, e anzi ha fatto crescere il volume di gas serra. Tuttavia, secondo i critici, questa legge viola le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), perché i sussidi per i prodotti di energia rinnovabile sono riservati a quelli fabbricati negli Stati Uniti.
Si tratta, in effetti, della stessa critica rivolta al Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), ovvero la tassa sul carbonio alla frontiera adottata dall’Unione europea e che entrerà in vigore a partire dall’anno in corso. Si tratta di un’imposta volta a proteggere l’industria europea impegnata a raggiungere la neutralità carbonica dai concorrenti esterni che si sottraggono alla responsabilità di combattere per un obiettivo di cui tutti potranno, comunque, godere liberamente. In sostanza, non sarà possibile importare da un fornitore esterno all’Unione una merce più inquinante senza incorrere nel sovrapprezzo, e i produttori extraeuropei non potranno inondare il mercato europeo di merci meno costose, ma prodotte con minore attenzione all’ambiente. La tassa sul carbonio alla frontiera risponde a due finalità. La prima è di evitare che le industrie europee delocalizzino le loro attività, e quindi le loro emissioni di gas serra, in Paesi dove le produzioni inquinanti godono di norme più permissive o meno vincolanti. L’Ue sta invece innalzando i propri obiettivi climatici in diversi modi, tra i quali rientra l’imposizione all’industria di limiti più stringenti sulle emissioni. Ciò significa che molti settori, a partire da quelli a intensità energetica più elevata, dovranno investire per ridurre la loro incidenza sull’ambiente. Dovranno, cioè, addossarsi voci di spesa che potrebbero essere evitate se la produzione avvenisse in Paesi con una legislazione climatica meno esigente di quella europea. Il CBAM non serve però soltanto a evitare l’eventuale delocalizzazione dei processi produttivi, ma anche a spingere gli altri Paesi a introdurre misure normative più stringenti per evitare, o ridurre, il sovrapprezzo sulle loro merci dovuto alla carbon tax europea.
Naturalmente, la sua applicazione non è priva di ostacoli. Anzitutto in termini di efficacia, dovuta all’ambito di applicazione del CBAM ai materiali o ai prodotti di base in alcuni settori specifici. Esiste ancora un potenziale di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio con i prodotti trasformati: il CBAM potrebbe essere aggirato se questi fossero importati in luogo delle materie prime. E poi in termini di legittimità giuridica. Anche se il CBAM cerca chiaramente di evitare conflitti con il diritto dell’OMC, la sua compatibilità, come nel caso dell’Inflaction Reduction Act, con i principi fondamentali dell’OMC rimane molto controversa. Può infatti essere ritenuto in conflitto con i massimali concordati in materia di dazi doganali e altri dazi o oneri in relazione all’importazione dei prodotti contemplati o alla luce dei principi fondamentali di non discriminazione di cui all’articolo I (Trattamento della nazione più favorita, NPF) e all’articolo III (Trattamento nazionale) dell’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio.
Ma perché provvedimenti come questi sono, nonostante tutto, un passo avanti nella giusta direzione? Perché mirano a compensare uno dei limiti più importanti dell’attuale sistema di governance globale per la lotta al cambiamento climatico, ovvero l’assenza di un efficace meccanismo di sanzioni nei confronti dei Paesi che non rispettano gli standard regolativi necessari a tutelare il bene pubblico rappresentato dalla riduzione delle emissioni di CO2. Si tratta di colpire il modo di operare che è tipico dei free rider, che lasciano agli altri il compito di accollarsi l’onere di produrre e garantire i beni pubblici e che tuttavia ne beneficiano anche se restano alla finestra quando si tratta di sostenerne i costi, poiché scaricano sugli altri i costi socioeconomici che possono derivare dalle iniziative impegnate a contrastare il cambiamento climatico. La posizione dell’Ue, più ancora di quella degli Stati Uniti, è particolarmente interessante perché mette in evidenza come la politica commerciale – e cioè gli interessi – possa essere utilizzata per favorire la cooperazione su temi di interesse globale. E non solo nella lotta contro il cambiamento climatico. Questa logica si potrebbe estendere anche ad altri settori come, ad esempio, il rispetto di alcuni standard fondamentali nel campo dei diritti dei lavoratori.
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