Tensione Israele Ben-Gvir visita la Spianata delle Moschee

A pochi giorni dall’insediamento ufficiale come ministro della Sicurezza del governo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra Otzmà Yehudit, ha già scatenato polemiche e tensioni. Ieri mattina infatti, senza alcun preavviso, si è recato in visita alla Spianata delle Moschee, il complesso monumentale dove si trova la moschea di Al -Aqsa a Gerusalemme, il terzo principale luogo sacro per i musulmani.
Il sito, molto importante anche per gli ebrei che lo chiamano “Monte del Tempio”, è un territorio da sempre conteso tra le due comunità religiose. L’occasione della visita (vera o forzata) era il 10 di Tevet, la ricorrenza ebraica che commemora l’inizio dell’assedio babilonese a Gerusalemme. Una volta sul posto, scortato da numerosi agenti di polizia e da un rabbino ortodosso, Ben-Gvir ha dichiarato: “Il Monte del Tempio è il luogo più importante per il popolo di Israele. Noi garantiamo una libertà di movimento ai musulmani e ai cristiani, ma anche gli ebrei saliranno sul Monte del Tempio. E per chi esprime minacce ci sarà un pugno di ferro”. Dopo la conquista israeliana di Gerusalemme nel 1967, la Giordania ha mantenuto l’autorità religiosa sul sito, come è stato confermato anche dal trattato di pace del 1994.
Dunque, non c’è da stupirsi se il mondo palestinese – che teme un cambiamento nello status della Spianata – abbia preso il gesto come una grave dimostrazione di prepotenza e l’abbia subito condannato quale “provocazione senza precedenti e pericolosa”.
Già lunedì, Hamas e la Jihad islamica, da Gaza, avevano promesso conseguenze se Ben Gvir fosse entrato nella Spianata delle Moschee.
Lo stesso Netanyahu aveva caldamente provato a dissuadere il proprio Ministro dalla visita, avvenuta due giorni dopo l’ennesimo scontro a fuoco in Cisgiordania, dove hanno perso la vita alcuni miliziani palestinesi.
Il ministero degli esteri palestinesi ha apertamente attribuito a Netanyahu la responsabilità di quanto avvenuto, e il premier Muhammad Shtayyeh ha definito “l’assalto” una sfida seria per i sentimenti di tutto il popolo palestinese”.
“Tali incursioni – ha aggiunto – mirano a trasformare la moschea di Al-Aqsa in un tempio ebraico, il che costituisce una violazione di tutte le norme, valori, accordi e leggi internazionali e degli impegni di Israele nei confronti del presidente americano”. Shtayyeh ha detto che riterrà il governo israeliano responsabile delle ripercussioni dell’aggressione al popolo palestinese”.
“Una linea rossa che non può essere oltrepassata”, ha avvertito da Gaza Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente Abu Mazen, sottolineando come il gesto del politico di estrema destra sia l’equivalente di “una dichiarazione di guerra”, “una sfida al nostro popolo palestinese, alla nazione araba e alla comunità internazionale che porterà a “maggiori tensioni, violenze e a una situazione esplosiva”.
Anche la Giordania ha condannato la mossa di Ben-Gvir. “L’assalto alla moschea di Al-Aqsa da parte di un membro del governo israeliano e la violazione della sua sacralità – ha detto il portavoce del ministero degli esteri di Amman, Sinan Majali – è un atto da condannare, provocatorio, e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale, nonché dello status quo storico e legale a Gerusalemme”.
Gli equilibri politici e religiosi in Terra Santa sono sempre più fragili e delicati. La visita di Ben-Gvir è stata da molti paragonata all’ultima visita, nel 2000, dell’allora capo del Likud Ariel Sharon, che scatenò la seconda intifada. L’ennesima presa di posizione degli esponenti di estrema destra. Ancora benzina sul fuoco di un conflitto sanguinoso e decennale. Dopo la visita, Ben-Gvir ha scritto che il sito è aperto a tutti. “Se Hamas pensa di scoraggiarmi con le minacce, dovrebbe capire che i tempi sono cambiati”.
A pochi giorni dall’insediamento ufficiale come ministro della Sicurezza del governo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra Otzmà Yehudit, ha già scatenato polemiche e tensioni. Ieri mattina infatti, senza alcun preavviso, si è recato in visita alla Spianata delle Moschee, il complesso monumentale dove si trova la moschea di Al -Aqsa a Gerusalemme, il terzo principale luogo sacro per i musulmani.
Il sito, molto importante anche per gli ebrei che lo chiamano “Monte del Tempio”, è un territorio da sempre conteso tra le due comunità religiose. L’occasione della visita (vera o forzata) era il 10 di Tevet, la ricorrenza ebraica che commemora l’inizio dell’assedio babilonese a Gerusalemme. Una volta sul posto, scortato da numerosi agenti di polizia e da un rabbino ortodosso, Ben-Gvir ha dichiarato: “Il Monte del Tempio è il luogo più importante per il popolo di Israele. Noi garantiamo una libertà di movimento ai musulmani e ai cristiani, ma anche gli ebrei saliranno sul Monte del Tempio. E per chi esprime minacce ci sarà un pugno di ferro”. Dopo la conquista israeliana di Gerusalemme nel 1967, la Giordania ha mantenuto l’autorità religiosa sul sito, come è stato confermato anche dal trattato di pace del 1994.
Dunque, non c’è da stupirsi se il mondo palestinese – che teme un cambiamento nello status della Spianata – abbia preso il gesto come una grave dimostrazione di prepotenza e l’abbia subito condannato quale “provocazione senza precedenti e pericolosa”.
Già lunedì, Hamas e la Jihad islamica, da Gaza, avevano promesso conseguenze se Ben Gvir fosse entrato nella Spianata delle Moschee.
Lo stesso Netanyahu aveva caldamente provato a dissuadere il proprio Ministro dalla visita, avvenuta due giorni dopo l’ennesimo scontro a fuoco in Cisgiordania, dove hanno perso la vita alcuni miliziani palestinesi.
Il ministero degli esteri palestinesi ha apertamente attribuito a Netanyahu la responsabilità di quanto avvenuto, e il premier Muhammad Shtayyeh ha definito “l’assalto” una sfida seria per i sentimenti di tutto il popolo palestinese”.
“Tali incursioni – ha aggiunto – mirano a trasformare la moschea di Al-Aqsa in un tempio ebraico, il che costituisce una violazione di tutte le norme, valori, accordi e leggi internazionali e degli impegni di Israele nei confronti del presidente americano”. Shtayyeh ha detto che riterrà il governo israeliano responsabile delle ripercussioni dell’aggressione al popolo palestinese”.
“Una linea rossa che non può essere oltrepassata”, ha avvertito da Gaza Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente Abu Mazen, sottolineando come il gesto del politico di estrema destra sia l’equivalente di “una dichiarazione di guerra”, “una sfida al nostro popolo palestinese, alla nazione araba e alla comunità internazionale che porterà a “maggiori tensioni, violenze e a una situazione esplosiva”.
Anche la Giordania ha condannato la mossa di Ben-Gvir. “L’assalto alla moschea di Al-Aqsa da parte di un membro del governo israeliano e la violazione della sua sacralità – ha detto il portavoce del ministero degli esteri di Amman, Sinan Majali – è un atto da condannare, provocatorio, e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale, nonché dello status quo storico e legale a Gerusalemme”.
Gli equilibri politici e religiosi in Terra Santa sono sempre più fragili e delicati. La visita di Ben-Gvir è stata da molti paragonata all’ultima visita, nel 2000, dell’allora capo del Likud Ariel Sharon, che scatenò la seconda intifada. L’ennesima presa di posizione degli esponenti di estrema destra. Ancora benzina sul fuoco di un conflitto sanguinoso e decennale. Dopo la visita, Ben-Gvir ha scritto che il sito è aperto a tutti. “Se Hamas pensa di scoraggiarmi con le minacce, dovrebbe capire che i tempi sono cambiati”.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli