Terzo polo a destra, questo è il cammino

Non esiste epoca o luogo in Italia in cui non esiste il “centro”. Questa parola, nel dizionario della politica nazionale, però, assume il senso più machiavellico del termine. Ecco perché non bisogna meravigliarsi che nell’era Meloni, quegli stessi signori, che prima facevano la stampella del centrosinistra, adesso possano determinare gli equilibri del centrodestra. Quando si parla di divide et impera i “i figli di mamma Dc” sono accademici. Non bisogna, quindi, meravigliarsi che dal Lazio del dopo Zingaretti fino al Veneto del verde Fedriga possano venir fuori alleanze improbabili e incomprensibili sotto la parola magica del civismo. Con questo termine, la politica nazionale insegna, si può sintetizzare davvero tutto e il contrario di tutto.
Il profeta Calenda
e l’ispirazione del giglio
Il primo a diffondere il verbo è Carlo Calenda. Il leader di Azione, tramite Twitter, la sua prima voce, invia più di qualche semplice messaggio d’amore indirizzato al premier e al capo politico di Fratelli d’Italia. Si tratta di una semplice scusa la cosiddetta “contromanovra”. La verità è che siamo di fronte a un nuovo Patto del Nazareno o meglio ancora della Scrofa. Non sarà un’intesa alla luce del sole, ma piuttosto il classico minestrone che nasce sotto l’insegna dell’opposizione costruttiva. Matteo Renzi parla di “atto di rispetto istituzionale”. La verità, però, è un’altra. Quest’accordo conviene a entrambe le parti in causa. A Giorgia occorre per tenere a bada l’indomabile Silvio di Arcore. Il primo partito della nazione non può permettersi mal di pancia o voci fuori dalcoro. L’obiettivo è far comprendere al Cav che tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile. Ciò non significa dargli il ben servito. Vuol dire, piuttosto, che sui provvedimenti in Parlamento o sulle alleanze nei territori non può fare il capetto come una volta. Per il terzo polo, i cui sondaggi non sorridono, invece, può essere l’occasione propizia per accapparrarsi quel ruolo di interlocutore, che non riesce a un Pd diviso tra chi ama Conte e chi meno. Meglio muoversi in anticipo, visto il maltempo portato da Nardella. Se il discepolo riesce a convincere Bonaccini a fare un passo indietro, il duo azione Italia Viva non avrebbe alcuna possibilità di riprendersi quei moderati che guardano al mondo progressista.
L’ennesima mutazione
Il centro per realizzare tale compito deve cambiare look. Bisogna mettere da parte ogni antipatia. Non è un caso il ritorno di +Europa. Della Vedova, dopo aver ricevuto tutto il fango possibile da Carlo de Roma si dimentica del passato e gli consegna la creatura voluta dall’ormai ex nemica Bonino. Divisi, lo sanno tutti, non si va da nessuna parte. Non sono un caso neanche le recenti aperture di Mara Carfagna. Quest’ultima, sotto l’effige della Moratti, in Lombardia e non solo, vuole rubare ai suoi ex amici il possibile. Silvio non durerà in eterno e in quel caso la rete Mulè, come qualcuno la definisce, potrebbe essere ancora interessante.
Lo scacchiere
delle Regioni
Il terzo polo, sui territori, nei fatti rende meno impervio il cammino di Meloni, che ha bisogno di aiuti fuori dal perimetro del centrodestr. Buttare D’Amato nel Lazio vuol dire frenare Cont. In Lombardia, invece, meglio non far stravincere Fontana. Ciò vuol dire indebolire Salvini, unico sponsor e rafforzare invece quei governatori che ne volevano la testa. Non sono un caso le liste civiche presentate da Fedriga. Si tratta di una strategia ben precisa per nascondere “truppe cattoliche”, mandate da Meloni tramite Renzi, che servono una riconferma sicura e quindi una prossima leadership del partito fondato da Bossi.
Un piano, insomma, ben preciso da parte di chi conosce a menadito gli equilibri della politica. Il progetto alla Macron di Matteo non è ancora utopia, niente di meno se un piccolo aiutino arriva proprio dalle stanze di Palazzo Chigi, dove l’unica priorità allo stato è andare avanti e tenere a bada partitini fastidiosi per l’unica vera imperatrice del conservatorismo nazionale.

Non esiste epoca o luogo in Italia in cui non esiste il “centro”. Questa parola, nel dizionario della politica nazionale, però, assume il senso più machiavellico del termine. Ecco perché non bisogna meravigliarsi che nell’era Meloni, quegli stessi signori, che prima facevano la stampella del centrosinistra, adesso possano determinare gli equilibri del centrodestra. Quando si parla di divide et impera i “i figli di mamma Dc” sono accademici. Non bisogna, quindi, meravigliarsi che dal Lazio del dopo Zingaretti fino al Veneto del verde Fedriga possano venir fuori alleanze improbabili e incomprensibili sotto la parola magica del civismo. Con questo termine, la politica nazionale insegna, si può sintetizzare davvero tutto e il contrario di tutto.
Il profeta Calenda
e l’ispirazione del giglio
Il primo a diffondere il verbo è Carlo Calenda. Il leader di Azione, tramite Twitter, la sua prima voce, invia più di qualche semplice messaggio d’amore indirizzato al premier e al capo politico di Fratelli d’Italia. Si tratta di una semplice scusa la cosiddetta “contromanovra”. La verità è che siamo di fronte a un nuovo Patto del Nazareno o meglio ancora della Scrofa. Non sarà un’intesa alla luce del sole, ma piuttosto il classico minestrone che nasce sotto l’insegna dell’opposizione costruttiva. Matteo Renzi parla di “atto di rispetto istituzionale”. La verità, però, è un’altra. Quest’accordo conviene a entrambe le parti in causa. A Giorgia occorre per tenere a bada l’indomabile Silvio di Arcore. Il primo partito della nazione non può permettersi mal di pancia o voci fuori dalcoro. L’obiettivo è far comprendere al Cav che tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile. Ciò non significa dargli il ben servito. Vuol dire, piuttosto, che sui provvedimenti in Parlamento o sulle alleanze nei territori non può fare il capetto come una volta. Per il terzo polo, i cui sondaggi non sorridono, invece, può essere l’occasione propizia per accapparrarsi quel ruolo di interlocutore, che non riesce a un Pd diviso tra chi ama Conte e chi meno. Meglio muoversi in anticipo, visto il maltempo portato da Nardella. Se il discepolo riesce a convincere Bonaccini a fare un passo indietro, il duo azione Italia Viva non avrebbe alcuna possibilità di riprendersi quei moderati che guardano al mondo progressista.
L’ennesima mutazione
Il centro per realizzare tale compito deve cambiare look. Bisogna mettere da parte ogni antipatia. Non è un caso il ritorno di +Europa. Della Vedova, dopo aver ricevuto tutto il fango possibile da Carlo de Roma si dimentica del passato e gli consegna la creatura voluta dall’ormai ex nemica Bonino. Divisi, lo sanno tutti, non si va da nessuna parte. Non sono un caso neanche le recenti aperture di Mara Carfagna. Quest’ultima, sotto l’effige della Moratti, in Lombardia e non solo, vuole rubare ai suoi ex amici il possibile. Silvio non durerà in eterno e in quel caso la rete Mulè, come qualcuno la definisce, potrebbe essere ancora interessante.
Lo scacchiere
delle Regioni
Il terzo polo, sui territori, nei fatti rende meno impervio il cammino di Meloni, che ha bisogno di aiuti fuori dal perimetro del centrodestr. Buttare D’Amato nel Lazio vuol dire frenare Cont. In Lombardia, invece, meglio non far stravincere Fontana. Ciò vuol dire indebolire Salvini, unico sponsor e rafforzare invece quei governatori che ne volevano la testa. Non sono un caso le liste civiche presentate da Fedriga. Si tratta di una strategia ben precisa per nascondere “truppe cattoliche”, mandate da Meloni tramite Renzi, che servono una riconferma sicura e quindi una prossima leadership del partito fondato da Bossi.
Un piano, insomma, ben preciso da parte di chi conosce a menadito gli equilibri della politica. Il progetto alla Macron di Matteo non è ancora utopia, niente di meno se un piccolo aiutino arriva proprio dalle stanze di Palazzo Chigi, dove l’unica priorità allo stato è andare avanti e tenere a bada partitini fastidiosi per l’unica vera imperatrice del conservatorismo nazionale.

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