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Terzo Settore: finalmente il Piano Nazionale

Con il varo del Piano l’Italia allinea la propria governance a quella europea, portando a compimento un percorso iniziato nove anni fa

di Giorgio Brescia -


Dopo quasi un decennio dalla Legge Delega del 2016, il varo del Piano d’Azione Nazionale per l’Economia Sociale segna la chiusura del cerchio normativo per il Terzo Settore.

L’attesa è finita. Con il varo del Piano l’Italia allinea finalmente la propria governance a quella europea, portando a compimento un percorso iniziato nove anni fa. Non solo una formalità burocratica.

Mai più “ruota di scorta”

Il Terzo Settore – questa l’aspirazione per tanti anni – può finalmente cessare di essere considerato una “ruota di scorta” del welfare pubblico per essere riconosciuto come un pilastro economico capace di generare il 4,5% dell’occupazione privata nazionale.

Una svolta che è stata necessariamente tecnica. Uno dei passaggi cruciali di questa manovra, nell’azione del viceministro dell’Economia e delle Finanze, Maurizio Leo. Per comprendere la portata e il significato della riforma, bisogna entrare nelle maglie tecniche della riforma fiscale legata al Runts, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore.

Il governo ha lavorato per sbloccare l’autorizzazione della Commissione Europea sui nuovi regimi fiscali, un passaggio che era stato sempre ritenuto indispensabile dal comparto. Tecnicamente, l’intervento si è concentrato sulla ridefinizione del concetto di “commercialità”. Il punto critico era evitare che gli Ets, gli Enti del Terzo Settore, venissero penalizzati da un sistema di tassazione identico a quello delle imprese profit, pur svolgendo attività di interesse generale.

La svolta

La manovra introduce criteri di proporzionalità e semplificazione. Si è stabilito che le attività di interesse generale non sono considerate commerciali se i ricavi non superano i costi di oltre il 6%. Questo “margine di tolleranza” è vitale, perché permette alle associazioni e alle imprese sociali di generare piccoli avanzi di gestione da reinvestire interamente nelle finalità sociali senza incorrere in sanzioni o regimi fiscali soffocanti. È la fine dell’incertezza che ha bloccato per anni gli investimenti nel settore.

Fino ad oggi, il settore era prigioniero di un paradosso normativo. E così molti enti si erano trovati nell’impossibilità di pianificare investimenti a lungo termine, temendo che la qualificazione delle proprie entrate potesse cambiare retroattivamente da “non commerciale” a “commerciale”, con conseguenti ricalcoli fiscali devastanti. Una nebbia normativa che frenava soprattutto le operazioni di finanza sociale e l’accesso al credito.

Le banche, in assenza di un quadro certo, faticavano a valutare il rischio di realtà che non sapevano ancora quali tasse avrebbero pagato l’anno successivo. Il risultato, un ristagno di capitali che avrebbero potuto essere destinati all’innovazione tecnologica o all’assunzione di nuove figure professionali, limitando il Terzo Settore a una gestione del “qui e ora”.

Il ruolo delle donne

Nel comparto, centrale il ruolo delle donne, pilastro e nodo del mercato del lavoro. Se la norma dà la struttura, le persone danno l’energia. Il Terzo Settore in Italia è, nei fatti, un’economia a trazione femminile. I dati del recente Terzjus Report 2025 e le analisi del Forum del Terzo Settore confermano che oltre il 60% della forza lavoro del comparto è composto da donne.

Tuttavia, un Piano non esente da criticità proprio per le necessità del mercato del lavoro. Nonostante l’alta partecipazione femminile, persiste un differenziale retributivo che il Piano mira a colmare attraverso incentivi alla trasparenza salariale nelle imprese sociali.

Mentre spinge per una maggiore professionalizzazione – il cosiddetto “volontariato di competenza” – che permetta alle donne non solo di occupare ruoli esecutivi, ma di scalare i vertici decisionali degli enti, superando il “soffitto di cristallo” ancora presente.

Le donne nel Terzo Settore non sono solo operatrici, ma vere e proprie “architette di legami sociali”. Valorizzare il loro ruolo significa garantire la tenuta dei servizi di prossimità, dalla sanità territoriale all’assistenza all’infanzia.

Perché il mercato del lavoro ha bisogno di questo Piano?

Il settore oggi impiega quasi un milione di persone. La sfida lanciata dal governo e colta dalle reti, trasformare questa massa critica in un mercato del lavoro stabile e attrattivo. Le necessità ulteriori segnalate dal comparto riguardano la digitalizzazione e l’amministrazione condivisa. e il mercato richiede figure ibride: esperti di progettazione sociale che sappiano dialogare con la Pubblica Amministrazione.

Il Piano punta su questo: finanziare la formazione per creare manager della sostenibilità sociale. Una riforma che non è più “in itinere”, è realtà. Ora spetta agli enti trasformare queste regole in impatto sociale. Consapevoli che, come sottolineato dal viceministro Leo, senza una base fiscale solida e certa anche la più nobile delle intenzioni rischia di restare sulla carta.

Con 160mila enti iscritti al Runts e una strategia nazionale finalmente definita, il Terzo Settore italiano entra nella sua fase “adulta”. Il riconoscimento del valore economico del non profit, l’attenzione alla specificità fiscale e il focus sulla parità di genere sono i binari su cui deve viaggiare l’economia sociale italiana fino al 2030. Un traguardo raggiunto dopo nove anni che non è un punto di arrivo, ma la rampa di lancio per un’Italia più equa e inclusiva.


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