The Menu il gusto è servito

Sono entrato in sala mezzo convinto che prima della fine del primo tempo avrei dato il benservito. L’impresa mi sembrava impossibile, quasi come andare in certi ristoranti e avere contemporaneamente un servizio impeccabile, buon cibo, sapiente interpretazione della materia prima (in questo caso il cast) e anche un ottimo senso estetico. Sono uscito pienamente soddisfatto, senza nemmeno essere appesantito dalla quantità di portate.
The Menu si struttura in portate, esattamente come fossimo a cena al ristorante, seduti con i personaggi del film. Un ristorante esageratamente stellato e, che lo dico a fare, esclusivo, come ormai non se ne vede più. L’esterno è un’isola costiera dove si giunge solo grazie ad una nave e solo in certe ore del giorno. Un raggio di sole in più o in meno e la perfezione scenica ne sarebbe compromessa Si tratta di un locale che è l’apice di uno status sociale dichiarato e a cui la coppia formata da Anya Taylor-Joy e Nicholas Hoult riesce ad infilarsi dopo aver sganciato una fraccata di denari per essere messi in lista. L’intento del film è dichiarato: una satira sulla disparità sociale e sul barocco che imperversa, sull’insostenibile pesantezza che circonda la leggerezza della gente danarosa, specie quella che lo è da poco. E allo stesso tempo una commedia degli orrori, che sfa ridere, sì ma squarcia anche l’aura mistica che fa uscire il pus interiore che si cela dietro dietro il glamour di una certa classe sociale, servita su un piatto d’argento con l’escamotage cine-culinario. Ralph Fiennes è il carismatico chef, classico self made man che poi se la tira, a capo di uno dei ristoranti più esclusivi del pianeta, dove non basta essere miliardari per accedere. Uno chef che propone ai propri ospiti un menu sempre diverso che è venduto come un’esperienza, termine assai gradito a influencer a scrocco e nouveau riche 4.0.
La cucina cinematografica, i dialoghi, la fotografia, somigliano a una pièce teatrale, in cui i commensali sono da una parte e la cucina con lo staff dall’altra. Le due tipologie umane non vanno mai mescolate, ognuno deve decidere da che parte stare. E questo sarà esplicitato dalle parole dello chef al personaggio di Taylor-Joy.
Il ritmo della pellicola è perfetto. Ed è spesso scandito dai battiti di mani che annunciano la presentazione dei piatti dello chef e le sorprese di ogni portata, non sempre piacevoli.
I commensali, sono trattati a pari dei prodotti. Lo chef li sceglie personalmente, dopo un’attenta analisi. Come il film si cucina, gli spettatori scopriranno con sorprese spesso estreme, come gli stessi avventori, siano lì proprio per un motivo non casuale. Ognuno rappresenta una maschera tipica della società attuale: il terribile regista in disgrazia John Leguizamo e l’assistente che sta per lasciarlo dopo l’ennesima sparata sui social Aimee Carrero. La coppia facoltosa con un matrimonio spento interpretata da Reed Birney e Judith Light. Il trio di giovani rampolli viziati e di successo formato da Arturo Castro, Mark St. Cyr e Rob Yang. Ed è in questo circo che la coppia formata da Taylor-Joy e Hoult ci fa entrare attraverso i loro occhi: un circo tanto seducente e affascinante quanto respingente. Lo staff del ristorante ha un ruolo altrettanto importante ed è svelato man mano che la storia procede. Affascina la psicologia di un’imperturbabile e granitica sous-chef, interpretata da Hong Chau. Il tutto scorre agevolmente, servito boccone dopo boccone. Ogni momento e ogni step del film èun tassello che va a creare la tensione narrativa, senza mai sfociare nell’esagerazione, pur giocando su un livello estetico accuratissimo. E con una satira accessibile che non richiede un digestivo, per restare in tema, per essere compresa. Lo staff è altrettanto importante e verrà svelato man mano che la storia procede – su tutti l’impassibile sous-chef interpretata da Hong Chau.
Mark Mylod è stato in grado di servire un prodotto satirico equilibrato e divertente tra portate di cucina e porcate dell’anima, in un contesto dove tanto puro, biologico e impeccabile è l’ingrediente in cucina, quanto sofisticato, double standard e ipocrita quello umano. Tutta una serie di portate visive, psicologiche e gastronomiche che fanno crescere la tensione narrativa assaporandola un boccone alla volta.
Ciliegina sulla torta, lo svelamento dell’identità e delle peculiarità dei personaggi, in quella che è a tutti gli effetti una commedia teatrale culinaria sulgrande schermo.

Sono entrato in sala mezzo convinto che prima della fine del primo tempo avrei dato il benservito. L’impresa mi sembrava impossibile, quasi come andare in certi ristoranti e avere contemporaneamente un servizio impeccabile, buon cibo, sapiente interpretazione della materia prima (in questo caso il cast) e anche un ottimo senso estetico. Sono uscito pienamente soddisfatto, senza nemmeno essere appesantito dalla quantità di portate.
The Menu si struttura in portate, esattamente come fossimo a cena al ristorante, seduti con i personaggi del film. Un ristorante esageratamente stellato e, che lo dico a fare, esclusivo, come ormai non se ne vede più. L’esterno è un’isola costiera dove si giunge solo grazie ad una nave e solo in certe ore del giorno. Un raggio di sole in più o in meno e la perfezione scenica ne sarebbe compromessa Si tratta di un locale che è l’apice di uno status sociale dichiarato e a cui la coppia formata da Anya Taylor-Joy e Nicholas Hoult riesce ad infilarsi dopo aver sganciato una fraccata di denari per essere messi in lista. L’intento del film è dichiarato: una satira sulla disparità sociale e sul barocco che imperversa, sull’insostenibile pesantezza che circonda la leggerezza della gente danarosa, specie quella che lo è da poco. E allo stesso tempo una commedia degli orrori, che sfa ridere, sì ma squarcia anche l’aura mistica che fa uscire il pus interiore che si cela dietro dietro il glamour di una certa classe sociale, servita su un piatto d’argento con l’escamotage cine-culinario. Ralph Fiennes è il carismatico chef, classico self made man che poi se la tira, a capo di uno dei ristoranti più esclusivi del pianeta, dove non basta essere miliardari per accedere. Uno chef che propone ai propri ospiti un menu sempre diverso che è venduto come un’esperienza, termine assai gradito a influencer a scrocco e nouveau riche 4.0.
La cucina cinematografica, i dialoghi, la fotografia, somigliano a una pièce teatrale, in cui i commensali sono da una parte e la cucina con lo staff dall’altra. Le due tipologie umane non vanno mai mescolate, ognuno deve decidere da che parte stare. E questo sarà esplicitato dalle parole dello chef al personaggio di Taylor-Joy.
Il ritmo della pellicola è perfetto. Ed è spesso scandito dai battiti di mani che annunciano la presentazione dei piatti dello chef e le sorprese di ogni portata, non sempre piacevoli.
I commensali, sono trattati a pari dei prodotti. Lo chef li sceglie personalmente, dopo un’attenta analisi. Come il film si cucina, gli spettatori scopriranno con sorprese spesso estreme, come gli stessi avventori, siano lì proprio per un motivo non casuale. Ognuno rappresenta una maschera tipica della società attuale: il terribile regista in disgrazia John Leguizamo e l’assistente che sta per lasciarlo dopo l’ennesima sparata sui social Aimee Carrero. La coppia facoltosa con un matrimonio spento interpretata da Reed Birney e Judith Light. Il trio di giovani rampolli viziati e di successo formato da Arturo Castro, Mark St. Cyr e Rob Yang. Ed è in questo circo che la coppia formata da Taylor-Joy e Hoult ci fa entrare attraverso i loro occhi: un circo tanto seducente e affascinante quanto respingente. Lo staff del ristorante ha un ruolo altrettanto importante ed è svelato man mano che la storia procede. Affascina la psicologia di un’imperturbabile e granitica sous-chef, interpretata da Hong Chau. Il tutto scorre agevolmente, servito boccone dopo boccone. Ogni momento e ogni step del film èun tassello che va a creare la tensione narrativa, senza mai sfociare nell’esagerazione, pur giocando su un livello estetico accuratissimo. E con una satira accessibile che non richiede un digestivo, per restare in tema, per essere compresa. Lo staff è altrettanto importante e verrà svelato man mano che la storia procede – su tutti l’impassibile sous-chef interpretata da Hong Chau.
Mark Mylod è stato in grado di servire un prodotto satirico equilibrato e divertente tra portate di cucina e porcate dell’anima, in un contesto dove tanto puro, biologico e impeccabile è l’ingrediente in cucina, quanto sofisticato, double standard e ipocrita quello umano. Tutta una serie di portate visive, psicologiche e gastronomiche che fanno crescere la tensione narrativa assaporandola un boccone alla volta.
Ciliegina sulla torta, lo svelamento dell’identità e delle peculiarità dei personaggi, in quella che è a tutti gli effetti una commedia teatrale culinaria sulgrande schermo.

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