TORNARE AL PADRE

C’è bisogno di tornare al padre. Il padre ucciso e vilipeso dalle ideologie materialistiche, dall’ondata marxista degli anni settanta e dalla vulgata freudiana prima e dal mercato poi. Dalle culture positivistiche che hanno voluto distruggere quanto non conforme alle proprie logiche, ai propri scopi. Veicolate da un nichilismo imperante che non ammette eticità, sentimento, ruoli, senso delle cose comuni e di responsabilità per ciò che si pensa e si fa, per i valori insiti nella tradizione e, soprattutto, per quelli riguardanti la famiglia. Quella famiglia dove l’identità del padre è stata sopraffatta da una logica egualitaria che mette tutti sullo stesso piano, che non accetta differenze. Per la quale ognuno può fare qualsiasi cosa, svolgere il ruolo e i compiti di qualsiasi altro. In un’anarchia che affievolisce, quando non annulla, l’autorevolezza dei genitori figlia dell’esperienza, del senso di responsabilità, del sentimento oculato. 

Prevale così un governo familiare fondato su un buonismo peloso e facile, che tutto giustifica e ammette, depauperato da qualsiasi responsabilità per incapacità, per mancanza di un’adeguata cultura familiare, per superficialità, foriero di danni e vuoti incolmabili.

Eppure del padre abbiamo bisogno, accanto alla figura equivalente della madre, per sentirci persone realizzate. Donne e uomini con identità, con valori, con la coscienza di ciò che si è e si fa. Perché è dall’esempio del padre che il figlio trova il senso della virilità applicata alla vita. La capacità cioè di saper affrontare gli eventi con la giusta determinazione, con il giusto equilibrio, con la giusta visione, con il giusto sentimento, con la giusta responsabilità. Con le paure, le debolezze e gli entusiasmi umani, che non solo paure, debolezze ed entusiasmi, ma qualcosa di più. Sono consapevolezza di quanto si vive, di come si vive e di come un’esperienza possa divenire propellente per migliorarsi e crescere coscienti del proprio essere. Perché il padre è fonte di sicurezza, di conforto, di umano ristoro, di difesa, di resilienza e di giustizia. Il padre è il silenzio che insegna. E’ la voce che annuisce e sprona. E’ il gioco che diventa maestro dei giorni. E’ la parola che si trasforma in destino. E’ la dimensione di un tempo di senso. E’ la guida verso il cammino della vita che si riverbera con il tracciato del suo stesso vivere. Uccidere il padre, è uccidere tutto questo. E’ creare un’umanità senza bussole, ondeggiante tra i riferimenti proposti dai mercanti del nulla, che al dunque si rivelano effimeri, deboli, inumani. 

Privi di quei valori e di quell’essenza che al tempo resistono e al tempo sanno offrire spunti di vitalità, di crescita, di benessere. E’ dalla figura del padre che l’occidente deve ripartire se vuole lasciarsi alle spalle la fiacchezza del suo presente, la sterilità del suo pensare, l’astenia del reagire con senso, equilibrio e determinazione ai fatti della vita e all’incapacità di incidere positivamente sulle cose del mondo e tornare a essere il luogo che irradia pensiero di civiltà e di progresso. 

Ha detto Antoine de Saint Exupéry; “Il padre è la mappa della vita. Tutti i percorsi dell’esistenza lui li sa individuare e indicare. Ai figli scegliere quelli che portano alla realizzazione del sé”.

 Romolo Paradiso

C’è bisogno di tornare al padre. Il padre ucciso e vilipeso dalle ideologie materialistiche, dall’ondata marxista degli anni settanta e dalla vulgata freudiana prima e dal mercato poi. Dalle culture positivistiche che hanno voluto distruggere quanto non conforme alle proprie logiche, ai propri scopi. Veicolate da un nichilismo imperante che non ammette eticità, sentimento, ruoli, senso delle cose comuni e di responsabilità per ciò che si pensa e si fa, per i valori insiti nella tradizione e, soprattutto, per quelli riguardanti la famiglia. Quella famiglia dove l’identità del padre è stata sopraffatta da una logica egualitaria che mette tutti sullo stesso piano, che non accetta differenze. Per la quale ognuno può fare qualsiasi cosa, svolgere il ruolo e i compiti di qualsiasi altro. In un’anarchia che affievolisce, quando non annulla, l’autorevolezza dei genitori figlia dell’esperienza, del senso di responsabilità, del sentimento oculato. 

Prevale così un governo familiare fondato su un buonismo peloso e facile, che tutto giustifica e ammette, depauperato da qualsiasi responsabilità per incapacità, per mancanza di un’adeguata cultura familiare, per superficialità, foriero di danni e vuoti incolmabili.

Eppure del padre abbiamo bisogno, accanto alla figura equivalente della madre, per sentirci persone realizzate. Donne e uomini con identità, con valori, con la coscienza di ciò che si è e si fa. Perché è dall’esempio del padre che il figlio trova il senso della virilità applicata alla vita. La capacità cioè di saper affrontare gli eventi con la giusta determinazione, con il giusto equilibrio, con la giusta visione, con il giusto sentimento, con la giusta responsabilità. Con le paure, le debolezze e gli entusiasmi umani, che non solo paure, debolezze ed entusiasmi, ma qualcosa di più. Sono consapevolezza di quanto si vive, di come si vive e di come un’esperienza possa divenire propellente per migliorarsi e crescere coscienti del proprio essere. Perché il padre è fonte di sicurezza, di conforto, di umano ristoro, di difesa, di resilienza e di giustizia. Il padre è il silenzio che insegna. E’ la voce che annuisce e sprona. E’ il gioco che diventa maestro dei giorni. E’ la parola che si trasforma in destino. E’ la dimensione di un tempo di senso. E’ la guida verso il cammino della vita che si riverbera con il tracciato del suo stesso vivere. Uccidere il padre, è uccidere tutto questo. E’ creare un’umanità senza bussole, ondeggiante tra i riferimenti proposti dai mercanti del nulla, che al dunque si rivelano effimeri, deboli, inumani. 

Privi di quei valori e di quell’essenza che al tempo resistono e al tempo sanno offrire spunti di vitalità, di crescita, di benessere. E’ dalla figura del padre che l’occidente deve ripartire se vuole lasciarsi alle spalle la fiacchezza del suo presente, la sterilità del suo pensare, l’astenia del reagire con senso, equilibrio e determinazione ai fatti della vita e all’incapacità di incidere positivamente sulle cose del mondo e tornare a essere il luogo che irradia pensiero di civiltà e di progresso. 

Ha detto Antoine de Saint Exupéry; “Il padre è la mappa della vita. Tutti i percorsi dell’esistenza lui li sa individuare e indicare. Ai figli scegliere quelli che portano alla realizzazione del sé”.

 Romolo Paradiso

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