TRIVELLE: NO, GRAZIE IL MURO AMICO

La premier Giorgia Meloni non immaginava certo che la prima grana da risolvere sul fronte energetico sarebbe arrivata dagli amministratori del centrodestra. Il muro amico dei veneti cementato da Lega e Fratelli d’Italia contro le nuove estrazioni del gas in Adriatico, ipotizzate dall’emendamento al decreto Aiuti quater, è in apparenza invalicabile. È un no secco. A cominciare da quello eretto dal governatore Luca Zaia, che in tutte le salse fin qui ha ribadito: “Sono sempre stato contrario a nuove trivellazioni nel Delta del Po e lo sono ancora adesso perché non ci sono sufficienti garanzie ambientali”. Il timore si chiama subsidenza, cioè l’abbassamento del terreno che per effetto delle passate trivellazioni è di oltre tre metri, e che suscita grandi paure nella gente. Il Veneto, gridano le associazioni ambientaliste, ha già pagato un prezzo elevato. I sindaci sia della Lega che quelli di Fratelli d’Italia del Rodigino sono pronti alle barricate. Nel Polesine la terra sprofonda ancora e gli effetti delle estrazioni si sarebbero visti anche nel novembre di 71 anni fa con la catastrofe dell’inondazione in seguito alla quale 100 mila persone furono evacuate. Anche per questo il senatore Bartolomeo Amidei di FdI, che è di Loreo a due passi da Adria, oltre a ricordare che i pozzi metaniferi erano quasi in centro al paese, “degli oltre 30 anni di estrazioni portiamo ancora le ferite”. Si può comprendere perché il no alle trivellazioni con il referendum del 2016 è stato quasi un plebiscito.

Sabato scorso Adolfo Urso, ministro padovano delle Imprese e del Made in Italy, e Luca Zaia si sono visti a pranzo a Venezia e di fatto ognuno è rimasto sulle proprie posizioni. Per uscire dall’impasse, come si fa di solito in questi casi, è stato proposto un tavolo tecnico al ministero sulle trivelle in Adriatico al termine del quale è facile immaginare che ognuno rimarrà sulle proprie posizioni. “Temo anche per il turismo veneto – aggiunge Zaia – che rappresenta una quota rilevante della ricchezza prodotta”. Si parla di quasi il 15% del Pil regionale con oltre 71 milioni di presenze. Tra chi si schiera contro le nuove trivellazioni è Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Cà Foscari di Venezia, ordinario di Economia ambientale, per il quale “poiché il territorio regionale è tra i più vulnerabili, è sbagliato cercare metano nel Delta del Po poiché richiede tempo ed è costoso, meglio orientarsi allora sull’eolico off shore che è un male minore e aiuta la transizione energetica”. Chi al contrario è per far ripartire le trivelle è Enrico Carraro, presidente degli industriali veneti, che sottolinea che “il rischio subsidenza è un tema tecnico e non politico. Nessuno sa ancora se ci sono evidenze scientifiche di un rischio, ma la politica di prossimità dice subito no”. E a chi replica che in Croazia si effettuano estrazioni di gas e perciò i cugini rischiano di danneggiarci due volte, il governatore Zaia chiosa: “Ma noi abbiamo fondali sabbiosi, mentre in Croazia sono rocciosi”. Ecco perché dal tavolo tecnico ministeriale sulle trivelle è difficile che esca un pronunciamento risolutivo.

La premier Giorgia Meloni non immaginava certo che la prima grana da risolvere sul fronte energetico sarebbe arrivata dagli amministratori del centrodestra. Il muro amico dei veneti cementato da Lega e Fratelli d’Italia contro le nuove estrazioni del gas in Adriatico, ipotizzate dall’emendamento al decreto Aiuti quater, è in apparenza invalicabile. È un no secco. A cominciare da quello eretto dal governatore Luca Zaia, che in tutte le salse fin qui ha ribadito: “Sono sempre stato contrario a nuove trivellazioni nel Delta del Po e lo sono ancora adesso perché non ci sono sufficienti garanzie ambientali”. Il timore si chiama subsidenza, cioè l’abbassamento del terreno che per effetto delle passate trivellazioni è di oltre tre metri, e che suscita grandi paure nella gente. Il Veneto, gridano le associazioni ambientaliste, ha già pagato un prezzo elevato. I sindaci sia della Lega che quelli di Fratelli d’Italia del Rodigino sono pronti alle barricate. Nel Polesine la terra sprofonda ancora e gli effetti delle estrazioni si sarebbero visti anche nel novembre di 71 anni fa con la catastrofe dell’inondazione in seguito alla quale 100 mila persone furono evacuate. Anche per questo il senatore Bartolomeo Amidei di FdI, che è di Loreo a due passi da Adria, oltre a ricordare che i pozzi metaniferi erano quasi in centro al paese, “degli oltre 30 anni di estrazioni portiamo ancora le ferite”. Si può comprendere perché il no alle trivellazioni con il referendum del 2016 è stato quasi un plebiscito.

Sabato scorso Adolfo Urso, ministro padovano delle Imprese e del Made in Italy, e Luca Zaia si sono visti a pranzo a Venezia e di fatto ognuno è rimasto sulle proprie posizioni. Per uscire dall’impasse, come si fa di solito in questi casi, è stato proposto un tavolo tecnico al ministero sulle trivelle in Adriatico al termine del quale è facile immaginare che ognuno rimarrà sulle proprie posizioni. “Temo anche per il turismo veneto – aggiunge Zaia – che rappresenta una quota rilevante della ricchezza prodotta”. Si parla di quasi il 15% del Pil regionale con oltre 71 milioni di presenze. Tra chi si schiera contro le nuove trivellazioni è Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Cà Foscari di Venezia, ordinario di Economia ambientale, per il quale “poiché il territorio regionale è tra i più vulnerabili, è sbagliato cercare metano nel Delta del Po poiché richiede tempo ed è costoso, meglio orientarsi allora sull’eolico off shore che è un male minore e aiuta la transizione energetica”. Chi al contrario è per far ripartire le trivelle è Enrico Carraro, presidente degli industriali veneti, che sottolinea che “il rischio subsidenza è un tema tecnico e non politico. Nessuno sa ancora se ci sono evidenze scientifiche di un rischio, ma la politica di prossimità dice subito no”. E a chi replica che in Croazia si effettuano estrazioni di gas e perciò i cugini rischiano di danneggiarci due volte, il governatore Zaia chiosa: “Ma noi abbiamo fondali sabbiosi, mentre in Croazia sono rocciosi”. Ecco perché dal tavolo tecnico ministeriale sulle trivelle è difficile che esca un pronunciamento risolutivo.

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