Troiani: “Con più di quaranta documentari racconto l’Italia”

È un apprezzato regista sia in ambito cinematografico che teatrale, Massimiliano Troiani, e nel corso della sua lunga carriera ha realizzato più di quaranta documentari. L’ultimo, prodotto dall’Associazione Cinema Mediterraneo, s’intitola “Villa Nitti, le radici, una pianta,il silenzio” ed è stato presentato qualche giorno fa a Roma, presso la sede dell’Anica. In occasione dell’attesissimo lancio, Troiani ha raccontato il suo nuovo progetto a L’Identità.
Massimiliano, come nasce l’idea di girare un documentario su Villa Nitti?
Più che un’idea è stata una suggestione, un invito a realizzare questo lavoro molto complesso che probabilmente mi portavo dentro da anni. La spinta è arrivata dalla signora Marcella Illiano che lavora in un piccolo ufficio regionale dentro Villa Nitti dove, nel marzo del 2021, ero in uno dei miei “pellegrinaggi” di memoria. Quando lei mi ha visto così informato e innamorato della villa, che io conobbi da ragazzo nel ’68, quando ancora era vivo Gian Paolo Nitti, mi spinse a fare un documentario su quel monumento così ricco di storia. Ed è stata proprio la signora Marcella a trovare in Nicola Timpone e Antonella Caramia, attraverso sue conoscenze, le persone che potevano essere interessate a produrre il progetto. A quel punto, dopo aver riscontrato la loro disponibilità, dopo un incontro a Roma, è iniziato l’iter produttivo.
Cosa sogni per questo tuo documentario?
Ho realizzato più di quaranta documentari in tutto il mondo sugli argomenti e nei luoghi più diversi: dalla Patagonia, ai riti vudù e alle savane del Sahel, nelle bidonville sudamericane e nelle fetide carceri africane, dagli sciamani andini alle monache di clausura in Malawi, eccetera. Ma questo, credetemi, è stato quello dalla lavorazione più lunga e complicata: m’ha fatto tribolare e forse per questo gli sono così affezionato, adesso. Dunque sogno che questa fatica abbia un degno riconoscimento e poi, al di là dei sentimenti personali, credo sia giusto che la storia della saga dei Nitti e della villa, che ne è un “solido prolungamento”, valga la pena di essere conosciuta e fissata nella memoria storica non solo lucana, ovviamente, ma italiana, oserei dire europea, visto la visibilità continentale che il presidente Francesco Saverio ebbe alla fine del primo conflitto mondiale.
C’è una storia legata a Villa Nitti che non conoscevi e che ti ha colpito particolarmente?
Ce ne sono veramente tante, la villa è come un millefoglie composto da strati che nascondono storie di tutti i generi: politici, familiari, ma soprattutto tragici; poi non dimentichiamo che la vecchia casina Marsicano, su cui poi verrà innestata la grande Villa Nitti, fu costruita quasi certamente su un antico tempio di Apollo. Ma la storia più sconosciuta e intrigante è che Francesco Saverio Nitti, di cultura laica e liberale, venne fortemente affascinato dalla filosofia buddista. Non che praticasse o che si fosse “convertito” ma ne fu talmente attratto tanto da far apporre nelle stanze della villa delle piccole lapidi con massime del buddismo primitivo, accanto ad altre di Shakespeare, Leopardi, Milton, Montaigne, così che i suoi figli e nipoti potessero averle sempre davanti al loro sguardo e rifletterci sopra. Parliamo degli anni venti, quando il buddismo era conosciuto solo in ristrette cerchie di orientalisti. Lui ci arrivò attraverso i suggerimenti del suo amico (poi rinnegato perché convertito al fascismo) Giuseppe De Lorenzo, di Lagonegro.
Villa Nitti può essere considerata un simbolo della cultura mediterranea?

Bisognerebbe definire innanzitutto cosa significa “cultura mediterranea”, un termine che a volte mi sembra un po’ troppo onnicomprensivo, che spazia dalla Liguria alla Grecia al Portogallo alla Tunisia… Direi di no. È noto che i paesi della Basilicata prossimi al mare, due fra tutti: Acquafredda e Maratea, nascono voltandogli le spalle, sono creature della cultura del bosco e della montagna e non di quella marinara. Il mare non era la fonte di sussistenza come lo era la terra, canti e poesie lucane raramente si ispirano a lui. Però Villa Nitti, a sua volta, gira le spalle alla montagna e, proprio perché elemento a sé stante affacciato sul Tirreno -prolungamento del Mediterraneo- potrebbe proporsi come simbolo di questa articolata cultura. Non saprei, però, se la villa ce la potrebbe fare ad assumersi un ruolo di tale spessore.

È un apprezzato regista sia in ambito cinematografico che teatrale, Massimiliano Troiani, e nel corso della sua lunga carriera ha realizzato più di quaranta documentari. L’ultimo, prodotto dall’Associazione Cinema Mediterraneo, s’intitola “Villa Nitti, le radici, una pianta,il silenzio” ed è stato presentato qualche giorno fa a Roma, presso la sede dell’Anica. In occasione dell’attesissimo lancio, Troiani ha raccontato il suo nuovo progetto a L’Identità.
Massimiliano, come nasce l’idea di girare un documentario su Villa Nitti?
Più che un’idea è stata una suggestione, un invito a realizzare questo lavoro molto complesso che probabilmente mi portavo dentro da anni. La spinta è arrivata dalla signora Marcella Illiano che lavora in un piccolo ufficio regionale dentro Villa Nitti dove, nel marzo del 2021, ero in uno dei miei “pellegrinaggi” di memoria. Quando lei mi ha visto così informato e innamorato della villa, che io conobbi da ragazzo nel ’68, quando ancora era vivo Gian Paolo Nitti, mi spinse a fare un documentario su quel monumento così ricco di storia. Ed è stata proprio la signora Marcella a trovare in Nicola Timpone e Antonella Caramia, attraverso sue conoscenze, le persone che potevano essere interessate a produrre il progetto. A quel punto, dopo aver riscontrato la loro disponibilità, dopo un incontro a Roma, è iniziato l’iter produttivo.
Cosa sogni per questo tuo documentario?
Ho realizzato più di quaranta documentari in tutto il mondo sugli argomenti e nei luoghi più diversi: dalla Patagonia, ai riti vudù e alle savane del Sahel, nelle bidonville sudamericane e nelle fetide carceri africane, dagli sciamani andini alle monache di clausura in Malawi, eccetera. Ma questo, credetemi, è stato quello dalla lavorazione più lunga e complicata: m’ha fatto tribolare e forse per questo gli sono così affezionato, adesso. Dunque sogno che questa fatica abbia un degno riconoscimento e poi, al di là dei sentimenti personali, credo sia giusto che la storia della saga dei Nitti e della villa, che ne è un “solido prolungamento”, valga la pena di essere conosciuta e fissata nella memoria storica non solo lucana, ovviamente, ma italiana, oserei dire europea, visto la visibilità continentale che il presidente Francesco Saverio ebbe alla fine del primo conflitto mondiale.
C’è una storia legata a Villa Nitti che non conoscevi e che ti ha colpito particolarmente?
Ce ne sono veramente tante, la villa è come un millefoglie composto da strati che nascondono storie di tutti i generi: politici, familiari, ma soprattutto tragici; poi non dimentichiamo che la vecchia casina Marsicano, su cui poi verrà innestata la grande Villa Nitti, fu costruita quasi certamente su un antico tempio di Apollo. Ma la storia più sconosciuta e intrigante è che Francesco Saverio Nitti, di cultura laica e liberale, venne fortemente affascinato dalla filosofia buddista. Non che praticasse o che si fosse “convertito” ma ne fu talmente attratto tanto da far apporre nelle stanze della villa delle piccole lapidi con massime del buddismo primitivo, accanto ad altre di Shakespeare, Leopardi, Milton, Montaigne, così che i suoi figli e nipoti potessero averle sempre davanti al loro sguardo e rifletterci sopra. Parliamo degli anni venti, quando il buddismo era conosciuto solo in ristrette cerchie di orientalisti. Lui ci arrivò attraverso i suggerimenti del suo amico (poi rinnegato perché convertito al fascismo) Giuseppe De Lorenzo, di Lagonegro.
Villa Nitti può essere considerata un simbolo della cultura mediterranea?

Bisognerebbe definire innanzitutto cosa significa “cultura mediterranea”, un termine che a volte mi sembra un po’ troppo onnicomprensivo, che spazia dalla Liguria alla Grecia al Portogallo alla Tunisia… Direi di no. È noto che i paesi della Basilicata prossimi al mare, due fra tutti: Acquafredda e Maratea, nascono voltandogli le spalle, sono creature della cultura del bosco e della montagna e non di quella marinara. Il mare non era la fonte di sussistenza come lo era la terra, canti e poesie lucane raramente si ispirano a lui. Però Villa Nitti, a sua volta, gira le spalle alla montagna e, proprio perché elemento a sé stante affacciato sul Tirreno -prolungamento del Mediterraneo- potrebbe proporsi come simbolo di questa articolata cultura. Non saprei, però, se la villa ce la potrebbe fare ad assumersi un ruolo di tale spessore.
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