“Troppe falle e ritardi ecco perchè il piano non salverà l’Italia”

“Il Pnrr? No, non basterà a salvare l’Italia. E non basterà neanche riuscire a spendere bene i fondi che arriveranno dall’Europa. L’efficienza della spesa, da sola, non servirà a salvare il Paese. Occorrerà invece impegnarsi sul fronte dell’efficacia della spesa: dobbiamo innescare, cioè, un circuito virtuoso aggiuntivo che rimetta in moto l’economia del Paese”. Davide D’Arcangelo, economista, è uno dei maggiori esperti italiani di politiche industriali, fondi europei, corporate finance e politiche industriali. Consulente per la transizione digitale di numerose amministrazioni pubbliche, fa parte di diverse task force operative italiane sul tema delicatissimo dell’innovazione. È fondatore del club deal investor Next4, vicepresidente di Impatta, ed è presidente dell’associazione Public Innovation Manager.

Che significa?
Tra tre anni ci ritroveremo con una serie di nuove infrastrutture sia per gli enti locali che per le amministrazioni centrali. Avremo nuove scuole, nuove palestre, porti, infrastrutture autostradali. Queste strutture vanno gestite. Si devono manutenere, riscaldare e raffreddare. Ciò comporta che avremo una spesa corrente in più a carico degli enti pubblici. Che, in questi anni, vivono un momento di forte stress dopo vent’anni di mancata spesa pubblica che, solo negli ultimi 15 anni, si è ridotta del 40 per cento. Il paradosso sarà che rischiamo di trovarci con le amministrazioni pubbliche sotto stress, oggi, per gestire le risorse che arriveranno e perfino domani quando si ritroveranno a dover gestire le nuove opere. Per questo l’obiettivo deve essere quello di far sì che quegli investimenti generino effetti positivi sull’economia del Paese.

Facciamo chiarezza, cos’è il Pnrr?
Un grande investimento per riformare il Paese che rientra nel Recovery Plan ed è stato voluto dalla Commissione Europea. L’Italia sarà uno dei Paesi che beneficierà maggiormente dei fondi stanziati dall’Unione europea. È spesa ordinaria e va distinto dai fondi europei “classici” che, invece, rappresentano spesa aggiuntiva. Su questo c’è ancora confusione. I fondi della programmazione europea, che segue cicli di sette anni, premiano e incentivano l’innovazione su ricerca e sviluppo per le aziende e le pubbliche amministrazioni. Il Pnrr, rappresenta investimenti ordinari di spesa pubblica. Il problema è un altro.

Quale?
Abbiamo già difficoltà a spendere i fondi europei per l’innovazione, adesso arriva il Pnrr che è quattro volte più grande. E sarà evidente che la pubblica amministrazione non avrà le capacità per mettere a terra tutte i bandi, non avrà la possibilità di seguire tutte le procedure previste, di occuparsi del project management e della programmazione. Pensiamo a un Comune standard che, in un anno, è abituato a fare due gare d’appalto. D’improvviso si ritroverà a doverne fare dodici. Ciò significa che dovrà avere dodici Rup, dovrà contare su un ufficio di progettazione in grado di fare tutti i preliminari, dovrà avere personale e strumenti amministrativi utili a gestire le procedure. Non sempre questa capacità c’è, sia dal punto di vista tecnico ma anche in termini di quantità, la Pa si troverebbe sottorganico.

Cosa si sta facendo per trovare una soluzione a questo problema?
Sia Invitalia che Funzione Pubblica e Cdp hanno messo su una task force per aiutare gli enti a far uscire le gare e a pubblicare i bandi. Ci sono comuni che hanno ricevuto le risorse del Pnrr ma che non riescono a far uscire le gare. E anche quando queste escono, non sempre i Rup hanno la capacità o la possibilità di monitorare l’andamento e l’evoluzione degli appalti, che hanno grandi complessità. Questa è la difficoltà organizzativa. È un po’ come un ristorante che di solito fa venti coperti e d’improvviso si ritrova a doverne fare cinquanta. Deve organizzarsi, arruolare nuovo personale, immaginare una spesa diversa. Anche la Pa deve organizzarsi.

Su cosa dovrà puntare per non perdere l’occasione del Pnrr?
Intanto oggi è necessario investire nelle soft skills e nelle competenze trasversali. Per gestire le risorse Pnrr occorre un management. E così come hanno già fatto le aziende private che hanno arruolato gli innovation manager per diventare 4.0, così deve fare la Pa. Occorre che ci sia chi ne capisca di transizione digitale ed energetica, di grandi tecnologie, di partneriato pubblico e privato, di cloud, c’è bisogno di chi, consapevole del fatto che il mercato non è più improntato sulla sola dicotomia tra produttori e consumatori ma che si fonda sui prosumer, sappia attirare e utilizzare l’apporto delle imprese private. La digitalizzazione non vuol dire semplicemente informatizzare i processi, ma ridisegnarli e individuare nuove strategie di azione per la Pa. Riflettere, per esempio, sul ruolo e la funzione dei Comuni, immaginare sinergie.

Chi è il public innovation manager?
Crediamo che serva una nuova cultura della Pa e un nuovo approccio manageriale, così come è stato fatto per l’industria 4.0. Occorrono queste figure che abbiano competenze trasversali e sappiano accompagnare l’ente locale o l’amministrazione pubblica nella transizione digitale ed energetica e che abbia competenze adatte per ridisegnare i processi e le funzioni.

Il digital divide rischia di pesare sul futuro prossimo del nostro Paese?

Assolutamente sì. Oggi in Italia utilizziamo appena il 40 per cento della banda larga. È evidente che il tema non sia solo quello di portare le infrastrutture ma di renderle operative, di utilizzarle e di avere chi le sappia usare per sfruttare, al meglio, tutto il potenziale che hanno”.

“Il Pnrr? No, non basterà a salvare l’Italia. E non basterà neanche riuscire a spendere bene i fondi che arriveranno dall’Europa. L’efficienza della spesa, da sola, non servirà a salvare il Paese. Occorrerà invece impegnarsi sul fronte dell’efficacia della spesa: dobbiamo innescare, cioè, un circuito virtuoso aggiuntivo che rimetta in moto l’economia del Paese”. Davide D’Arcangelo, economista, è uno dei maggiori esperti italiani di politiche industriali, fondi europei, corporate finance e politiche industriali. Consulente per la transizione digitale di numerose amministrazioni pubbliche, fa parte di diverse task force operative italiane sul tema delicatissimo dell’innovazione. È fondatore del club deal investor Next4, vicepresidente di Impatta, ed è presidente dell’associazione Public Innovation Manager.

Che significa?
Tra tre anni ci ritroveremo con una serie di nuove infrastrutture sia per gli enti locali che per le amministrazioni centrali. Avremo nuove scuole, nuove palestre, porti, infrastrutture autostradali. Queste strutture vanno gestite. Si devono manutenere, riscaldare e raffreddare. Ciò comporta che avremo una spesa corrente in più a carico degli enti pubblici. Che, in questi anni, vivono un momento di forte stress dopo vent’anni di mancata spesa pubblica che, solo negli ultimi 15 anni, si è ridotta del 40 per cento. Il paradosso sarà che rischiamo di trovarci con le amministrazioni pubbliche sotto stress, oggi, per gestire le risorse che arriveranno e perfino domani quando si ritroveranno a dover gestire le nuove opere. Per questo l’obiettivo deve essere quello di far sì che quegli investimenti generino effetti positivi sull’economia del Paese.

Facciamo chiarezza, cos’è il Pnrr?
Un grande investimento per riformare il Paese che rientra nel Recovery Plan ed è stato voluto dalla Commissione Europea. L’Italia sarà uno dei Paesi che beneficierà maggiormente dei fondi stanziati dall’Unione europea. È spesa ordinaria e va distinto dai fondi europei “classici” che, invece, rappresentano spesa aggiuntiva. Su questo c’è ancora confusione. I fondi della programmazione europea, che segue cicli di sette anni, premiano e incentivano l’innovazione su ricerca e sviluppo per le aziende e le pubbliche amministrazioni. Il Pnrr, rappresenta investimenti ordinari di spesa pubblica. Il problema è un altro.

Quale?
Abbiamo già difficoltà a spendere i fondi europei per l’innovazione, adesso arriva il Pnrr che è quattro volte più grande. E sarà evidente che la pubblica amministrazione non avrà le capacità per mettere a terra tutte i bandi, non avrà la possibilità di seguire tutte le procedure previste, di occuparsi del project management e della programmazione. Pensiamo a un Comune standard che, in un anno, è abituato a fare due gare d’appalto. D’improvviso si ritroverà a doverne fare dodici. Ciò significa che dovrà avere dodici Rup, dovrà contare su un ufficio di progettazione in grado di fare tutti i preliminari, dovrà avere personale e strumenti amministrativi utili a gestire le procedure. Non sempre questa capacità c’è, sia dal punto di vista tecnico ma anche in termini di quantità, la Pa si troverebbe sottorganico.

Cosa si sta facendo per trovare una soluzione a questo problema?
Sia Invitalia che Funzione Pubblica e Cdp hanno messo su una task force per aiutare gli enti a far uscire le gare e a pubblicare i bandi. Ci sono comuni che hanno ricevuto le risorse del Pnrr ma che non riescono a far uscire le gare. E anche quando queste escono, non sempre i Rup hanno la capacità o la possibilità di monitorare l’andamento e l’evoluzione degli appalti, che hanno grandi complessità. Questa è la difficoltà organizzativa. È un po’ come un ristorante che di solito fa venti coperti e d’improvviso si ritrova a doverne fare cinquanta. Deve organizzarsi, arruolare nuovo personale, immaginare una spesa diversa. Anche la Pa deve organizzarsi.

Su cosa dovrà puntare per non perdere l’occasione del Pnrr?
Intanto oggi è necessario investire nelle soft skills e nelle competenze trasversali. Per gestire le risorse Pnrr occorre un management. E così come hanno già fatto le aziende private che hanno arruolato gli innovation manager per diventare 4.0, così deve fare la Pa. Occorre che ci sia chi ne capisca di transizione digitale ed energetica, di grandi tecnologie, di partneriato pubblico e privato, di cloud, c’è bisogno di chi, consapevole del fatto che il mercato non è più improntato sulla sola dicotomia tra produttori e consumatori ma che si fonda sui prosumer, sappia attirare e utilizzare l’apporto delle imprese private. La digitalizzazione non vuol dire semplicemente informatizzare i processi, ma ridisegnarli e individuare nuove strategie di azione per la Pa. Riflettere, per esempio, sul ruolo e la funzione dei Comuni, immaginare sinergie.

Chi è il public innovation manager?
Crediamo che serva una nuova cultura della Pa e un nuovo approccio manageriale, così come è stato fatto per l’industria 4.0. Occorrono queste figure che abbiano competenze trasversali e sappiano accompagnare l’ente locale o l’amministrazione pubblica nella transizione digitale ed energetica e che abbia competenze adatte per ridisegnare i processi e le funzioni.

Il digital divide rischia di pesare sul futuro prossimo del nostro Paese?

Assolutamente sì. Oggi in Italia utilizziamo appena il 40 per cento della banda larga. È evidente che il tema non sia solo quello di portare le infrastrutture ma di renderle operative, di utilizzarle e di avere chi le sappia usare per sfruttare, al meglio, tutto il potenziale che hanno”.

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