Turchia-Nato, è stallo. Proprio quello che fa gioco a Erdogan

La guerra diplomatica Turchia-Nato procede in parallelo a quella sul campo tra Russia e Ucraina: i destini degli ucraini però dipendono da quanto Ankara riuscirà ad avere la meglio su Washington, se è vero che il presidente turco Erdogan punta a fare da mediatore per i negoziati di pace. L’ostacolo della Turchia è la richiesta di ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia, che si sentono minacciate dalla Russia perché ha invaso l’Ucraina. Mosca dal canto suo assicura che non intende attaccare i due Paesi scandinavi ma precisa anche che se dovessero entrare nell’Alleanza atlantica prenderà le necessarie contromisure militari difensive lungo i 1.300 chilometri di confine con la Finlandia. Qui entra in gioco Erdogan, che dice no all’ampliamento della Nato. Per Erdogan è inammissibile che i due Paesi scandinavi possano entrare nell’alleanza militare – de facto antirussa – senza prima aver estradato i terroristi curdi del Pkk e i golpisti gulenisti a cui danno asilo. Per non parlare del fatto che sempre questi due Paesi hanno messo un embargo sulle armi contro Ankara dopo che il “sultano” aveva bombardato i curdi in Siria. Erdogan non fa mistero di voler mettere le mani sui caccia Usa F35 e sui missili russi S-400. E vuole pure le mani libere su Libia, Siria e nel Mediterraneo.
La Turchia d’altronde è con un piede nella Nato (sebbene siano le basi dell’alleanza ad essere sul suo territorio) e con l’altro nel Mar Nero, dove ci sono le navi russe, che per accedere al Mediterraneo devono passare per il Bosforo, le cui chiavi sono in mano al “Sultano”. L’essere nel mezzo – geograficamente ma anche strategicamente – permette ad Ankara di mantenere quella terzietà su cui si basa il suo ruolo di mediatore nel conflitto. Come è già accaduto ai colloqui di Istanbul, Erdogan punta a far sedere al tavolo delle trattative russi e ucraini. Ma per riuscirci non deve scontentare la Russia, dicendo sì all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato.
Oggi ufficialmente il presidente turco ha ribadito il suo no in colloqui telefonici con quelli che definisce i suoi “amici”. Sul fronte asilo ai terroristi, “in passato – spiega Erdogan – la Turchia è stata messa in difficoltà, non vogliamo certo subire di nuovo questa situazione. Pertanto – ribadisce – continueremo con determinazione questa politica”. I due Paesi nordici sono fonte di preoccupazione da parte di Ankara, “soprattutto la Svezia, che è sicuramente un centro del terrore, una casa del terrore”, afferma il “sultano”. A ciò si aggiunga che la Turchia ricatta la Ue sul fronte flussi migratori, facendosi pagare fior di quattrini per bloccare gli immigrati. Bruxelles e Washington insomma devono tenersi buono l’alleato turco, soprattutto per le basi militari di cui sopra.
Il quadro è semplice: per far entrare i due Paesi scandinavi nella Nato serve l’unanimità, ma c’è il no di Ankara. Dal canto loro, Helsinki e Stoccolma si rifiutano di estradare i terroristi richiesti da Erdogan. La situazione è in stallo. Appare dunque evidente che l’impasse giova a Erdogan, che vuole giocarsi la carta di colui che offre una soluzione diplomatica del conflitto (Mosca in tal senso ha di che essere riconoscente). Più tempo passa e più aumentano le probabilità che Russia e Ucraina si siedano al tavolo dei negoziati. Viceversa, dicendo sì a Finlandia e Svezia nella Nato – alle condizioni richieste, per cui Erdogan ci guadagna in ogni caso – la Turchia si porrebbe automaticamente contro la Russia. E non è detto che gli convenga poi così tanto.

La guerra diplomatica Turchia-Nato procede in parallelo a quella sul campo tra Russia e Ucraina: i destini degli ucraini però dipendono da quanto Ankara riuscirà ad avere la meglio su Washington, se è vero che il presidente turco Erdogan punta a fare da mediatore per i negoziati di pace. L’ostacolo della Turchia è la richiesta di ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia, che si sentono minacciate dalla Russia perché ha invaso l’Ucraina. Mosca dal canto suo assicura che non intende attaccare i due Paesi scandinavi ma precisa anche che se dovessero entrare nell’Alleanza atlantica prenderà le necessarie contromisure militari difensive lungo i 1.300 chilometri di confine con la Finlandia. Qui entra in gioco Erdogan, che dice no all’ampliamento della Nato. Per Erdogan è inammissibile che i due Paesi scandinavi possano entrare nell’alleanza militare – de facto antirussa – senza prima aver estradato i terroristi curdi del Pkk e i golpisti gulenisti a cui danno asilo. Per non parlare del fatto che sempre questi due Paesi hanno messo un embargo sulle armi contro Ankara dopo che il “sultano” aveva bombardato i curdi in Siria. Erdogan non fa mistero di voler mettere le mani sui caccia Usa F35 e sui missili russi S-400. E vuole pure le mani libere su Libia, Siria e nel Mediterraneo.
La Turchia d’altronde è con un piede nella Nato (sebbene siano le basi dell’alleanza ad essere sul suo territorio) e con l’altro nel Mar Nero, dove ci sono le navi russe, che per accedere al Mediterraneo devono passare per il Bosforo, le cui chiavi sono in mano al “Sultano”. L’essere nel mezzo – geograficamente ma anche strategicamente – permette ad Ankara di mantenere quella terzietà su cui si basa il suo ruolo di mediatore nel conflitto. Come è già accaduto ai colloqui di Istanbul, Erdogan punta a far sedere al tavolo delle trattative russi e ucraini. Ma per riuscirci non deve scontentare la Russia, dicendo sì all’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato.
Oggi ufficialmente il presidente turco ha ribadito il suo no in colloqui telefonici con quelli che definisce i suoi “amici”. Sul fronte asilo ai terroristi, “in passato – spiega Erdogan – la Turchia è stata messa in difficoltà, non vogliamo certo subire di nuovo questa situazione. Pertanto – ribadisce – continueremo con determinazione questa politica”. I due Paesi nordici sono fonte di preoccupazione da parte di Ankara, “soprattutto la Svezia, che è sicuramente un centro del terrore, una casa del terrore”, afferma il “sultano”. A ciò si aggiunga che la Turchia ricatta la Ue sul fronte flussi migratori, facendosi pagare fior di quattrini per bloccare gli immigrati. Bruxelles e Washington insomma devono tenersi buono l’alleato turco, soprattutto per le basi militari di cui sopra.
Il quadro è semplice: per far entrare i due Paesi scandinavi nella Nato serve l’unanimità, ma c’è il no di Ankara. Dal canto loro, Helsinki e Stoccolma si rifiutano di estradare i terroristi richiesti da Erdogan. La situazione è in stallo. Appare dunque evidente che l’impasse giova a Erdogan, che vuole giocarsi la carta di colui che offre una soluzione diplomatica del conflitto (Mosca in tal senso ha di che essere riconoscente). Più tempo passa e più aumentano le probabilità che Russia e Ucraina si siedano al tavolo dei negoziati. Viceversa, dicendo sì a Finlandia e Svezia nella Nato – alle condizioni richieste, per cui Erdogan ci guadagna in ogni caso – la Turchia si porrebbe automaticamente contro la Russia. E non è detto che gli convenga poi così tanto.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli