Tutte le trappole della Manovra in aula. Renzi: “In alto mare”

Ora tocca al Parlamento. Nei giorni scorsi, il presidente del Senato Ignazio La Russa si era augurato di veder approvata la manovra entro, e non oltre, il 30 dicembre. È una questione di giorni, si gioca sul filo del rasoio. L’opposizione, in mano, ha una wild card da giocarsi per incidere. Anche perché, intanto, il governo non sembra essere così organizzato a chiudere in fretta, e bene, la regina di tutte le partite politiche. È così, almeno, per Matteo Renzi che intervenuto ieri mattina a Omnibus su La7 ha dichiarato: “Il governo sulla legge di bilancio è in alto mare. Oggi siamo al 15 dicembre e non si vota ancora”. Quindi ha incalzato la maggioranza e l’esecutivo Meloni: “Fino a quando governavo io c’era il bicameralismo, ho perso il referendum e c’è un monocameralismo di fatto perché ormai della legge di bilancio si fa una sola lettura”. Infine ha concluso con una battuta: “Diciamo che quando la portava Draghi la manovra in aula anche se last minute ero più tranquillo di quando la portava Conte o la porta la Meloni”.

Critiche all’immobilismo del governo sono arrivate anche dall’Alleanza dei Verdi e della Sinistra. I due capigruppo, Luana Zanella (Camera) e Peppe De Cristofaro (Senato) hanno tuonato: “Dicevano di essere pronti e invece non lo sono affatto. La maggioranza è bloccata su un duplice binario non trovando nessun accordo nelle commissioni Bilancio sulla manovra alla Camera e sul superbonus al Senato. Tiene così in stallo entrambe le commissioni. Ma soprattutto tiene in ostaggio il Paese”.
Ma qualcosa, nel dibattito istituzionale, ha cominciato a muoversi. Seppur a rilento. Innanzitutto, la scrematura delle centinaia e centinaia di emendamenti che sono piovuti sulla finanziaria. La Commissione bilancio ne ha selezionati 158. Sono gli “emendamenti supersegnalati”, 107 provengono dai banchi della maggioranza (40 da Fdi, 28 da Fi, 25 dalla Lega, 14 da Noi Moderati) e 51 dalla minoranza (33 dal M5s, 10 dal Terzo Polo, otto dalle autonomie). Zero per il Pd che ha scelto di intraprendere un’altra strada: se “non si chiarisce il percorso da seguire” non ci saranno “supersegnalazioni”. A dispetto da quello che parrebbe, però, la giornata di ieri si è trascinata stancamente. Il dibattito è stato interrotto, in Commissione, per poi non ripartire di slancio. Come ci si sarebbe attesi o, quantomeno, auspicati e non solo dalle parti del centrodestra. Al cui interno infuria la questione legata alle pensioni. Su cui ci sarebbe stata un’apertura importante da parte del ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti a Forza Italia, che sul proposito di adeguare le minime ad (almeno) 600 euro non intende fare un solo passo indietro. La deputato di Fdi Ylenia Lucaselli ha riferito che “Giorgetti ha dato disponibilità a trovare risorse aggiuntive del Mef per finanziare la misura” e, inoltre “ha chiarito che per sostenere i costi della misura andranno recuperati fondi anche dal tesoretto messo a disposizione del Parlamento”. Insomma, i partiti scelgano: adeguare le pensioni o “utilizzare” quei soldi per le misure “identitarie” care ai propri e rispettivi elettorati.

Ora tocca al Parlamento. Nei giorni scorsi, il presidente del Senato Ignazio La Russa si era augurato di veder approvata la manovra entro, e non oltre, il 30 dicembre. È una questione di giorni, si gioca sul filo del rasoio. L’opposizione, in mano, ha una wild card da giocarsi per incidere. Anche perché, intanto, il governo non sembra essere così organizzato a chiudere in fretta, e bene, la regina di tutte le partite politiche. È così, almeno, per Matteo Renzi che intervenuto ieri mattina a Omnibus su La7 ha dichiarato: “Il governo sulla legge di bilancio è in alto mare. Oggi siamo al 15 dicembre e non si vota ancora”. Quindi ha incalzato la maggioranza e l’esecutivo Meloni: “Fino a quando governavo io c’era il bicameralismo, ho perso il referendum e c’è un monocameralismo di fatto perché ormai della legge di bilancio si fa una sola lettura”. Infine ha concluso con una battuta: “Diciamo che quando la portava Draghi la manovra in aula anche se last minute ero più tranquillo di quando la portava Conte o la porta la Meloni”.

Critiche all’immobilismo del governo sono arrivate anche dall’Alleanza dei Verdi e della Sinistra. I due capigruppo, Luana Zanella (Camera) e Peppe De Cristofaro (Senato) hanno tuonato: “Dicevano di essere pronti e invece non lo sono affatto. La maggioranza è bloccata su un duplice binario non trovando nessun accordo nelle commissioni Bilancio sulla manovra alla Camera e sul superbonus al Senato. Tiene così in stallo entrambe le commissioni. Ma soprattutto tiene in ostaggio il Paese”.
Ma qualcosa, nel dibattito istituzionale, ha cominciato a muoversi. Seppur a rilento. Innanzitutto, la scrematura delle centinaia e centinaia di emendamenti che sono piovuti sulla finanziaria. La Commissione bilancio ne ha selezionati 158. Sono gli “emendamenti supersegnalati”, 107 provengono dai banchi della maggioranza (40 da Fdi, 28 da Fi, 25 dalla Lega, 14 da Noi Moderati) e 51 dalla minoranza (33 dal M5s, 10 dal Terzo Polo, otto dalle autonomie). Zero per il Pd che ha scelto di intraprendere un’altra strada: se “non si chiarisce il percorso da seguire” non ci saranno “supersegnalazioni”. A dispetto da quello che parrebbe, però, la giornata di ieri si è trascinata stancamente. Il dibattito è stato interrotto, in Commissione, per poi non ripartire di slancio. Come ci si sarebbe attesi o, quantomeno, auspicati e non solo dalle parti del centrodestra. Al cui interno infuria la questione legata alle pensioni. Su cui ci sarebbe stata un’apertura importante da parte del ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti a Forza Italia, che sul proposito di adeguare le minime ad (almeno) 600 euro non intende fare un solo passo indietro. La deputato di Fdi Ylenia Lucaselli ha riferito che “Giorgetti ha dato disponibilità a trovare risorse aggiuntive del Mef per finanziare la misura” e, inoltre “ha chiarito che per sostenere i costi della misura andranno recuperati fondi anche dal tesoretto messo a disposizione del Parlamento”. Insomma, i partiti scelgano: adeguare le pensioni o “utilizzare” quei soldi per le misure “identitarie” care ai propri e rispettivi elettorati.

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