UE: BILANCIO COMUNITARIO DA FRAMMENTAZIONE

L’european green deal annunciato nel suo programma dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen aveva fatto sperare molti, se non tutti, in un possibile salto di qualità nella vita dell’unione. Non ancora il sogno di un’Europa federalista che si guadagna un posto di primo piano nello scenario geopolitico e che si confronta alla pari con gli Usa, la Russia e la Cina, ma comunque in grado di dire la sua senza dover sempre dire di Sì all’attore globale di turno. Al primo vero appuntamento-prova, quello per il bilancio comunitario, la speranza (come del resto prevedibile) ha lasciato il posto alla delusione. La presidente von der Leyen, appoggiata dalla Commissione e dall’europarlamento, aveva delineato un grande orizzonte innovativo per il futuro comunitario con un bilancio finanziario pluriennale  con una integrazione più stretta dell’eurozona e una risposta convergente per affrontare il cambiamento climatico. Il tutto visto come la piattaforma necessaria per affrontare investimenti agricoli e industriali innovativi per fare guadagnare al’Europa un “anticipo” rispetto agli altri paesi resistenti ad adottare politiche di salvaguardia ambientale. Un “anticipo” che porterebbe l’Unione a svolgere naturalmente un ruolo di primo piano nelle grandi scelte economiche e geostrategiche con l’elaborazione di una politica estera e di difesa comune.

Naturalmente non è pensabile che queste politiche non abbiano dei costi e che tutto possa essere messo in cantiere insieme e subito. Quello che era necessario era un segno concreto, chiaro a tutti di una volontà di cambiare registro e di procedere verso il progetto di green deal. L’appuntamento naturale, il momento buono era il consiglio dei 27 capi di governo e di stato per l’approvazione del bilancio pluriennale. Purtroppo proprio questo appuntamento fin dall’inizio ha fatto capire che il Consiglio dei ministri ha scelto nella sua maggioranza di continuare come nel passato. La presidenza di turno finlandese ha avviato i lavori proponendo addirittura una contrazione rispetto al passato con la proposta di uno stitico 1,06 del Pil complessivo della Ue, decisamente molto al di sotto della proposta dell’europarlamento dell’1,3 per cento. Per di più si ripropone una validità di 7 anni ignorando l’indicazione del parlamento di abbassare il periodo a 5 anni facendolo corrispondere alla durata della legislatura. Insomma, i 27 leader europei, comunque andrà a finire il braccio di ferro sulla dimensione dei conti, per motivi diversi hanno detto no all’ipotesi di una fiscalità propria della Ue derivata (questa la proposta)  da una tassazione autonoma di attività transnazionali che così peraltro alleggerirebbe le spese nazionali dei singoli stati. Questo sarebbe stato il primo vero atto di rafforzamento dell’Unione e di avvio sulla strada del federalismo. Ma le divisioni sono tante: la Polonia se ne infischia (almeno per ora) delle politiche green e si fa forte del suo carbone;  i paesi ricchi autodefinitisi “frugali” come Olanda, Svezia , Danimarca e Austria pensano che fare da soli va bene così e non intendono allargare la borsa per politiche di solidarietà; una posizione che non è respinta da Finlandia e Germania anche se quest’ultima non si chiude del tutto a ipotesi di crescita dell’Unione. I paesi dell’est sono fin troppo espliciti nel puntare egoisticamente ai fondi Ue ma senza condividere progetti alti di politica comune. Restano i paesi mediterranei che un po’ per interesse e un po’ perché ci credono (come Italia e Francia)  la svolta la vorrebbero sostenere. Il risultato è che, secondo i dati di previsione, il bilancio Ue per il 60 per cento servirà alla spesa per l’agricoltura e per i fondi di coesione.  Il restante 40-45 per  cento dovrebbe bastare a finanziare il passaggio all’Europa verde, la rivoluzione digitale, fronteggiare l’emergenza migratoria, il controllo delle frontiere, la ricerca scientifica, la futura difesa europea, i programmi spaziali, l’energia, i trasporti, la politica estera, i fondi destinati all’Africa, la protezione civile, le emergenze per catastrofi  naturali, il programma Erasmus. E per sognare,  sognare un’Europa più unita, federalista ancora una volta si dovrà aspettare. Sette o cinque anni? Chissà!

Angelo Mina

L’european green deal annunciato nel suo programma dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen aveva fatto sperare molti, se non tutti, in un possibile salto di qualità nella vita dell’unione. Non ancora il sogno di un’Europa federalista che si guadagna un posto di primo piano nello scenario geopolitico e che si confronta alla pari con gli Usa, la Russia e la Cina, ma comunque in grado di dire la sua senza dover sempre dire di Sì all’attore globale di turno. Al primo vero appuntamento-prova, quello per il bilancio comunitario, la speranza (come del resto prevedibile) ha lasciato il posto alla delusione. La presidente von der Leyen, appoggiata dalla Commissione e dall’europarlamento, aveva delineato un grande orizzonte innovativo per il futuro comunitario con un bilancio finanziario pluriennale  con una integrazione più stretta dell’eurozona e una risposta convergente per affrontare il cambiamento climatico. Il tutto visto come la piattaforma necessaria per affrontare investimenti agricoli e industriali innovativi per fare guadagnare al’Europa un “anticipo” rispetto agli altri paesi resistenti ad adottare politiche di salvaguardia ambientale. Un “anticipo” che porterebbe l’Unione a svolgere naturalmente un ruolo di primo piano nelle grandi scelte economiche e geostrategiche con l’elaborazione di una politica estera e di difesa comune.

Naturalmente non è pensabile che queste politiche non abbiano dei costi e che tutto possa essere messo in cantiere insieme e subito. Quello che era necessario era un segno concreto, chiaro a tutti di una volontà di cambiare registro e di procedere verso il progetto di green deal. L’appuntamento naturale, il momento buono era il consiglio dei 27 capi di governo e di stato per l’approvazione del bilancio pluriennale. Purtroppo proprio questo appuntamento fin dall’inizio ha fatto capire che il Consiglio dei ministri ha scelto nella sua maggioranza di continuare come nel passato. La presidenza di turno finlandese ha avviato i lavori proponendo addirittura una contrazione rispetto al passato con la proposta di uno stitico 1,06 del Pil complessivo della Ue, decisamente molto al di sotto della proposta dell’europarlamento dell’1,3 per cento. Per di più si ripropone una validità di 7 anni ignorando l’indicazione del parlamento di abbassare il periodo a 5 anni facendolo corrispondere alla durata della legislatura. Insomma, i 27 leader europei, comunque andrà a finire il braccio di ferro sulla dimensione dei conti, per motivi diversi hanno detto no all’ipotesi di una fiscalità propria della Ue derivata (questa la proposta)  da una tassazione autonoma di attività transnazionali che così peraltro alleggerirebbe le spese nazionali dei singoli stati. Questo sarebbe stato il primo vero atto di rafforzamento dell’Unione e di avvio sulla strada del federalismo. Ma le divisioni sono tante: la Polonia se ne infischia (almeno per ora) delle politiche green e si fa forte del suo carbone;  i paesi ricchi autodefinitisi “frugali” come Olanda, Svezia , Danimarca e Austria pensano che fare da soli va bene così e non intendono allargare la borsa per politiche di solidarietà; una posizione che non è respinta da Finlandia e Germania anche se quest’ultima non si chiude del tutto a ipotesi di crescita dell’Unione. I paesi dell’est sono fin troppo espliciti nel puntare egoisticamente ai fondi Ue ma senza condividere progetti alti di politica comune. Restano i paesi mediterranei che un po’ per interesse e un po’ perché ci credono (come Italia e Francia)  la svolta la vorrebbero sostenere. Il risultato è che, secondo i dati di previsione, il bilancio Ue per il 60 per cento servirà alla spesa per l’agricoltura e per i fondi di coesione.  Il restante 40-45 per  cento dovrebbe bastare a finanziare il passaggio all’Europa verde, la rivoluzione digitale, fronteggiare l’emergenza migratoria, il controllo delle frontiere, la ricerca scientifica, la futura difesa europea, i programmi spaziali, l’energia, i trasporti, la politica estera, i fondi destinati all’Africa, la protezione civile, le emergenze per catastrofi  naturali, il programma Erasmus. E per sognare,  sognare un’Europa più unita, federalista ancora una volta si dovrà aspettare. Sette o cinque anni? Chissà!

Angelo Mina

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