Ue: passo avanti al Consiglio ma ancora non basta

Nonostante gli ipercritici e i gufi populisti, al Consiglio europeo dei capi di stato e di governo un importante passo in avanti è stato fatto. Un passo, ha commentato il nostro premier Giuseppe Conte che “era impensabile fino a poco tempo fa”.

Quello che è stato definito l’inizio di un vero cambiamento di rotta è la decisione di accettare la proposta del Recovery fund, ovvero il nuovo fondo in aiuto all’economia in crisi dei paesi colpiti dalla pandemia del Covid19. Ma ulteriore importante novità è che il fondo non sarà gestito dal Consiglio ma dalla Commissione. Nel primo caso le decisioni sono prese all’unanimità mentre nella Commissione vale la regola della maggioranza. Se poi si aggiunge che a controllare sarà l’europarlamento si comprende che il passo in avanti è verso l’uscita da una concezione di una Unione rigidamente intergovernativa verso elementi e prassi di tipo federativo.

Deciso il ricorso al Recovery fund nasce il problema della dotazione dei fondi che i paesi cosiddetti “parsimoniosi” vorrebbero di 500 miliardi di euro mentre gli altri sul modello americano di uno stanziamento di 3mila miliardi di dollari pensano a 1.500 miliardi di euro a cui si aggiungono i fondi disponibili con il Mes (il fondo salva stati) rivisto senza i tassi di interesse e i mille miliardi disposti dalla Bce. Ma come si dice bisogna fare attenzione ai particolari perché è lì che si annida il diavolo! Il particolare più importante riguarda il tipo di finanziamenti: quanto è in conto alla voce crediti (che come tutti i prestiti vanno restituiti) e quanto invece da finanziamenti a fondo perduto. E’ facile intuire quali paesi siano favorevoli a che tutti i fondi siano concessi in forma di crediti. Ma qui sorge la forte obiezione che i crediti anche se a lungo termine e agevolati pur utilizzati per fronteggiare la crisi e ricostruire un’economia d’impresa, aggraverebbero comunque una situazione di forte indebitamento e per ciò stesso sarebbero di ostacolo per una ripresa e lo sviluppo. In sostanza una bomba ad orologeria in grado di coinvolgere l’economia di tutta l’Europa. Altro problema dove si annida il diavolo più grosso è come reperire tutti i fondi da conferire al Recovery fund. A parte chi propone la dotazione minimale di 500 miliardi, il dibattito è se si debba ricorrere ad un finanziamento attraverso il bilancio comunitario (che peraltro deve ancora essere approvato) e che nel caso dovrebbe essere raddoppiato rispetto all’1 per cento che è stato proposto, e se si debba approvare un bilancio praticamente doppio per poter garantire al Recovery fund una dotazione  di almeno mille miliardi di euro. Una prospettiva semplice solo sulla carta perché nella discussione sul bilancio i paesi “frugali” non hanno accettato un aumento all’1,2% per non parlare dell’1,5%. In più i paesi più indebitati come Italia e Spagna non sarebbero disposti ad aumentare le loro quote per non appesantire di più i loro bilanci. Nessuna alternativa? No una soluzione c’è ed è quella proposta fin dall’inizio da Italia, Francia, Spagna e condivisa da altri nove paesi: il ricorso ad eurobond garantiti dall’Unione nel suo complesso e proposti al mercato. In questo modo non si peserebbe sui bilanci nazionali ed essendo finalizzati ad una ricostruzione si garantirebbe che i bond non costituiscono una socializzazione dei debiti dei singoli stati che è il costante timore dei paesi nordici.  Il vertice del 23 aprile per la sola accettazione di un ricorso al Recovery fund (che in definitiva è una forma di eurobond con altro nome) ha accettato che la crisi della pandemia può essere affrontata insieme in una condivisione che non può sostanziarsi se non con un rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, le sole che possono fare superare gli egoismi nazionali e promuovere un interesse europeo condiviso. E’ di questo parere l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi  che ha affermato: “Gli ostacoli tecnici e politici che debbono essere superati sono ancora molti, ma gli eventi di questi giorni ci portano a pensare che questa crisi possa aprire finalmente le porte a un processo di collaborazione solidale tra i diversi paesi europei. Una collaborazione che, anche se ha avuto inizio da uno stato di necessità, non può che costituire un precedente per il futuro”.

Angelo Mina

 

Nonostante gli ipercritici e i gufi populisti, al Consiglio europeo dei capi di stato e di governo un importante passo in avanti è stato fatto. Un passo, ha commentato il nostro premier Giuseppe Conte che “era impensabile fino a poco tempo fa”.

Quello che è stato definito l’inizio di un vero cambiamento di rotta è la decisione di accettare la proposta del Recovery fund, ovvero il nuovo fondo in aiuto all’economia in crisi dei paesi colpiti dalla pandemia del Covid19. Ma ulteriore importante novità è che il fondo non sarà gestito dal Consiglio ma dalla Commissione. Nel primo caso le decisioni sono prese all’unanimità mentre nella Commissione vale la regola della maggioranza. Se poi si aggiunge che a controllare sarà l’europarlamento si comprende che il passo in avanti è verso l’uscita da una concezione di una Unione rigidamente intergovernativa verso elementi e prassi di tipo federativo.

Deciso il ricorso al Recovery fund nasce il problema della dotazione dei fondi che i paesi cosiddetti “parsimoniosi” vorrebbero di 500 miliardi di euro mentre gli altri sul modello americano di uno stanziamento di 3mila miliardi di dollari pensano a 1.500 miliardi di euro a cui si aggiungono i fondi disponibili con il Mes (il fondo salva stati) rivisto senza i tassi di interesse e i mille miliardi disposti dalla Bce. Ma come si dice bisogna fare attenzione ai particolari perché è lì che si annida il diavolo! Il particolare più importante riguarda il tipo di finanziamenti: quanto è in conto alla voce crediti (che come tutti i prestiti vanno restituiti) e quanto invece da finanziamenti a fondo perduto. E’ facile intuire quali paesi siano favorevoli a che tutti i fondi siano concessi in forma di crediti. Ma qui sorge la forte obiezione che i crediti anche se a lungo termine e agevolati pur utilizzati per fronteggiare la crisi e ricostruire un’economia d’impresa, aggraverebbero comunque una situazione di forte indebitamento e per ciò stesso sarebbero di ostacolo per una ripresa e lo sviluppo. In sostanza una bomba ad orologeria in grado di coinvolgere l’economia di tutta l’Europa. Altro problema dove si annida il diavolo più grosso è come reperire tutti i fondi da conferire al Recovery fund. A parte chi propone la dotazione minimale di 500 miliardi, il dibattito è se si debba ricorrere ad un finanziamento attraverso il bilancio comunitario (che peraltro deve ancora essere approvato) e che nel caso dovrebbe essere raddoppiato rispetto all’1 per cento che è stato proposto, e se si debba approvare un bilancio praticamente doppio per poter garantire al Recovery fund una dotazione  di almeno mille miliardi di euro. Una prospettiva semplice solo sulla carta perché nella discussione sul bilancio i paesi “frugali” non hanno accettato un aumento all’1,2% per non parlare dell’1,5%. In più i paesi più indebitati come Italia e Spagna non sarebbero disposti ad aumentare le loro quote per non appesantire di più i loro bilanci. Nessuna alternativa? No una soluzione c’è ed è quella proposta fin dall’inizio da Italia, Francia, Spagna e condivisa da altri nove paesi: il ricorso ad eurobond garantiti dall’Unione nel suo complesso e proposti al mercato. In questo modo non si peserebbe sui bilanci nazionali ed essendo finalizzati ad una ricostruzione si garantirebbe che i bond non costituiscono una socializzazione dei debiti dei singoli stati che è il costante timore dei paesi nordici.  Il vertice del 23 aprile per la sola accettazione di un ricorso al Recovery fund (che in definitiva è una forma di eurobond con altro nome) ha accettato che la crisi della pandemia può essere affrontata insieme in una condivisione che non può sostanziarsi se non con un rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, le sole che possono fare superare gli egoismi nazionali e promuovere un interesse europeo condiviso. E’ di questo parere l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi  che ha affermato: “Gli ostacoli tecnici e politici che debbono essere superati sono ancora molti, ma gli eventi di questi giorni ci portano a pensare che questa crisi possa aprire finalmente le porte a un processo di collaborazione solidale tra i diversi paesi europei. Una collaborazione che, anche se ha avuto inizio da uno stato di necessità, non può che costituire un precedente per il futuro”.

Angelo Mina

 

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