UE: PER L’EUROPA È IL MOMENTO DELLA VERITÀ

L’Unione europea “è arrivata al momento della verità”. I leader “devono decidere se è un progetto politico o solo un mercato”.

Parole del presidente francese Emmanuel Macron che al Financial Times offrono una efficace sintesi del compito che devono affrontare i capi di stato e di governo nel prossimo vertice di 23 aprile con all’ordine del giorno le misure per fare fronte alla crisi economica dovuta alla pandemia da Coronavirus. Ancora sul bivio che la Ue si trova di fronte “Io -ha detto ancora il presidente Macron- penso che (la Ue) sia un progetto politico e quindi servono trasferimenti finanziari e solidarietà”.

Al di là degli argomenti retorici e di propaganda, la divisione vede schierati da una parte Francia, Italia e Spagna appoggiate da altri 11 paesi favorevoli al ricorso a bond europei garantiti da tutti i membri Ue che insieme facciano ricorso al mercato per ricavare i fondi necessari (2 o 3mila miliardi di euro) necessari per una ricostruzione economica, sociale e del lavoro in Europa. Che si chiamino eurobond (come propone l’Italia) o Recovery Fund (come propone la Francia) si tratta chiaramente di un passo politico verso la nascita di un’Europa federale. A fronte c’è lo schieramento dei paesi del Nord Europa guidati dall’Olanda che si autodefiniscono i “frugali”: Finlandia, Austria, Svezia e Danimarca, tutti spalleggiati dalla Germania che è sempre ferma ad una visione intergovernativa della Ue. Se per la Germania è una questione economica che mette in gioco una questione di interessi e di potere che pone il serio interrogativo se Berlino preferisca germanizzare l’Europa e non europeizzare la Germania, per gli altri si configura una scelta improntata ad un egoismo che sfiora ricordi razzistici. Cosa pensare infatti quando i “frugali” parlano dei paesi del sud Europa in termini di “cicale” fino all’estremo di Jerome Dijisselbloem che come capo dell’Eurogruppo nel 2017 spiegava la linea del rigore nordica sostenendo che “i popoli del Sud prima spendono i soldi in vino e donne e poi chiedono aiuto all’Europa”. E non è certo improntato al dialogo il commento del direttore del giornale olandese Cartoon Movement quando spiega che “quello che per il resto del mondo è offensivo per noi vuole essere semplicemente chiaro”.  In questo quadro delineato per sommi capi la posizione italiana è chiara a partire da un fermo rifiuto del ricorso al Mes, il fondo salva stati. Il Mes viene obiettato è stato concepito per affrontare crisi finanziarie che colpiscono singoli stati causate da cattive gestioni finanziarie. In secondo luogo il Mes venne pensato per ridurre il ruolo della Commissione e per esonerare il Parlamento europeo da una funzione di controllo. E poi la questione non da poco che i finanziamenti del Mes sono dei prestiti che dovranno essere restituiti con tanto di interessi anche se limitati. In definitiva quello che l’Italia propone, in funzione da apripista verso una mediazione come quella dei Recovery Fund francesi, è una riduzione del potere intergovernativo e del suo cappio per avviare una politica comune che liberi la Commissione e l’Europarlamento. Ma l’Italia farà appello solo alla solidarietà con una moral suasion? Sembra di no visto che ripetute indiscrezioni di fonte governativa prospettano la presentazione di un ricco dossier sui paradisi fiscali che sono stati istituiti proprio in alcuni paesi frugali e il ricorso ad un dumping industriale che si configurano come concorrenza sleale per un danno che una stima minimale indica in 300 miliardi di euro l’anno. In ultimo potrebbe funzionare la costatazione che una crisi europea generalizzata potrebbe travolgere tutti i miopi egoismi. E’ quello che ha fatto osservare Romano Prodi che rivolgendosi ai duri olandesi ha chiesto: se tutti si va in crisi a chi pensate di vendere i vostri tulipani?

Angelo Mina

 

L’Unione europea “è arrivata al momento della verità”. I leader “devono decidere se è un progetto politico o solo un mercato”.

Parole del presidente francese Emmanuel Macron che al Financial Times offrono una efficace sintesi del compito che devono affrontare i capi di stato e di governo nel prossimo vertice di 23 aprile con all’ordine del giorno le misure per fare fronte alla crisi economica dovuta alla pandemia da Coronavirus. Ancora sul bivio che la Ue si trova di fronte “Io -ha detto ancora il presidente Macron- penso che (la Ue) sia un progetto politico e quindi servono trasferimenti finanziari e solidarietà”.

Al di là degli argomenti retorici e di propaganda, la divisione vede schierati da una parte Francia, Italia e Spagna appoggiate da altri 11 paesi favorevoli al ricorso a bond europei garantiti da tutti i membri Ue che insieme facciano ricorso al mercato per ricavare i fondi necessari (2 o 3mila miliardi di euro) necessari per una ricostruzione economica, sociale e del lavoro in Europa. Che si chiamino eurobond (come propone l’Italia) o Recovery Fund (come propone la Francia) si tratta chiaramente di un passo politico verso la nascita di un’Europa federale. A fronte c’è lo schieramento dei paesi del Nord Europa guidati dall’Olanda che si autodefiniscono i “frugali”: Finlandia, Austria, Svezia e Danimarca, tutti spalleggiati dalla Germania che è sempre ferma ad una visione intergovernativa della Ue. Se per la Germania è una questione economica che mette in gioco una questione di interessi e di potere che pone il serio interrogativo se Berlino preferisca germanizzare l’Europa e non europeizzare la Germania, per gli altri si configura una scelta improntata ad un egoismo che sfiora ricordi razzistici. Cosa pensare infatti quando i “frugali” parlano dei paesi del sud Europa in termini di “cicale” fino all’estremo di Jerome Dijisselbloem che come capo dell’Eurogruppo nel 2017 spiegava la linea del rigore nordica sostenendo che “i popoli del Sud prima spendono i soldi in vino e donne e poi chiedono aiuto all’Europa”. E non è certo improntato al dialogo il commento del direttore del giornale olandese Cartoon Movement quando spiega che “quello che per il resto del mondo è offensivo per noi vuole essere semplicemente chiaro”.  In questo quadro delineato per sommi capi la posizione italiana è chiara a partire da un fermo rifiuto del ricorso al Mes, il fondo salva stati. Il Mes viene obiettato è stato concepito per affrontare crisi finanziarie che colpiscono singoli stati causate da cattive gestioni finanziarie. In secondo luogo il Mes venne pensato per ridurre il ruolo della Commissione e per esonerare il Parlamento europeo da una funzione di controllo. E poi la questione non da poco che i finanziamenti del Mes sono dei prestiti che dovranno essere restituiti con tanto di interessi anche se limitati. In definitiva quello che l’Italia propone, in funzione da apripista verso una mediazione come quella dei Recovery Fund francesi, è una riduzione del potere intergovernativo e del suo cappio per avviare una politica comune che liberi la Commissione e l’Europarlamento. Ma l’Italia farà appello solo alla solidarietà con una moral suasion? Sembra di no visto che ripetute indiscrezioni di fonte governativa prospettano la presentazione di un ricco dossier sui paradisi fiscali che sono stati istituiti proprio in alcuni paesi frugali e il ricorso ad un dumping industriale che si configurano come concorrenza sleale per un danno che una stima minimale indica in 300 miliardi di euro l’anno. In ultimo potrebbe funzionare la costatazione che una crisi europea generalizzata potrebbe travolgere tutti i miopi egoismi. E’ quello che ha fatto osservare Romano Prodi che rivolgendosi ai duri olandesi ha chiesto: se tutti si va in crisi a chi pensate di vendere i vostri tulipani?

Angelo Mina

 

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