Ue: pioggia di euro ma serve una nuova unione fiscale

In principio la Bce ha annunciato per il “programma pandemia”  di acquisto di titoli pubblici e privati  la disposizione di 750 miliardi che ha fatto parlare di bazooka stile Mario Draghi. Giovedì 4 giugno il bazooka è stato rafforzato con l’annuncio di altri 600 miliardi che ha creato grande euforia nelle borse di tutta Europa arrivando alla previsione totale di 1.350 miliardi di euro. Il fatto oltre a far brindare le borse ha suggellato la “conversione” della presidente Christine Lagarde che ha confermato di seguire la rotta che era stata tracciata dal suo predecessore Mario Draghi. Cosa che fino a poco tempo fa non era scontata viste le pressioni dei paesi nordici (Olanda, Norvegia, Austria e Svezia) contrari ad aiuti straordinari in favore dei paesi economicamente più deboli, paesi mediterranei e Italia in particolare. Ma l’iniziativa della Bce non è isolata visto che la Commissione Ue ha attivato un secondo bazooka sulla linea proposta da un’intesa tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. 

Più propriamente si tratta di una proposta di attivare un programma definito Next Generation Eu di 750 miliardi di euro (Merkel-Macron ne prevedevano 500 a fondo perduto). La Commissione propone 500 miliardi di sussidi (fondo perduto) e 250 prestiti. La cifra dovrebbe essere aggiunta al bilancio pluriennale dell’Unione previsto (per ora) di 1.100 miliardi arrivando ad un totale di 1.850 miliardi di euro. Ci sono poi i 450 miliardi già decisi nelle settimane passate. Altre risorse sono previste dal Sure il fondo da 100 miliardi –fino a 20 per l’Italia- a disposizione dei paesi che vogliono rafforzare i loro ammortizzatori sociali. I soldi (questa è una novità) saranno reperiti da Bruxelles sui mercati grazie a 25 miliardi di garanzie ottenute dai governi. In lista c’è anche il Mes più noto come il meccanismo salva Stati che ha messo a disposizione una nuova linea di credito di 240 miliardi (36 per l’Italia) per le spese sanitarie dirette e indirette contro la pandemia. Diversamente dal passato i prestiti sono a tasso zero e a lungo periodo e senza supervisioni della Troika. Infine c’è la Banca europea degli investimenti (Bei) che ha varato un nuovo programma pubblico-privato per finanziare fino a 200 miliardi di investimenti (40 per l’Italia) a favore di aziende ed enti locali che varino nuovi progetti. Il quadro di insieme è davvero impressionante e testimonia –nonostante le divisioni- lo sforzo, il grande sforzo, per fronteggiare la pandemia e la grave crisi economica che se non neutralizzata rischia di abbattersi sulle stesse fondamenta dell’Unione. Ma le misure messe in campo e quelle ancora da varare (da parte del consiglio dei capi di Stato e di governo) non sono un menu a la carte dove ogni Stato sceglie la soluzione che preferisce, senza vincoli di quantità e di tempo prescindendo anche da vincoli politici palesi ma anche occulti. Iniziamo dal primo ostacolo rappresentato dal vincolo dell’approvazione all’unanimità delle misure della Commissione. E’ il vincolo primario a cui guardano i paesi nordici autodefinitisi “frugali” per contrastare gli aiuti ai paesi spendaccioni (Italia in testa) mediterranei. In sostanza un secco no ad aiuti a fondo perduto ma prestiti da restituire sotto la stretta sorveglianza della Commissione ma anche della Troika. Siamo qui di fronte ad uno dei nodi principali da affrontare che sottende la scelta tra una Ue intergovernativa  e un’Unione federale. 

Quasi superfluo sottolineare che il vincolo dell’unanimità si può trasformare in un ricatto da parte dei paesi più piccoli verso i maggiori e più popolosi membri della Ue. Il secondo ostacolo è quello della fiscalità. La Commissione per il Next Generation Eu prevede un finanziamento attraverso un debito europeo garantito dal bilancio pluriennale Ue incrementato da “nuove risorse proprie” ovvero da una fiscalità propria europea non derivata cioè dai conferimenti degli stati membri. 

Questa proposta se accettata aprirebbe una breccia nel muro intergovernativo fino ad oggi contrario a Commissione e parlamento come soggetti dotati di una forza propria. Se chi controlla il fisco controlla il potere ecco il  perché dei no nordici (e della corte costituzionale tedesca): perché una tassazione europea diminuirebbe il potere degli Stati a vantaggio delle istituzioni Ue sovranazionali. E’ dunque chiaro che la risposta alla crisi economica conseguente alla pandemia ci mette di fonte ad una scelta: o lasciare le cose come stanno permettendo a una minoranza di paesi di arricchirsi a danno di tutti gli altri (evitando ad esempio controlli su fiscalità nazionali al limite della slealtà) oppure aprirsi ad una fiscalità dell’Unione che tenga ben distinta la propria responsabilità fiscale da quella degli Stati membri.

Angelo Mina

In principio la Bce ha annunciato per il “programma pandemia”  di acquisto di titoli pubblici e privati  la disposizione di 750 miliardi che ha fatto parlare di bazooka stile Mario Draghi. Giovedì 4 giugno il bazooka è stato rafforzato con l’annuncio di altri 600 miliardi che ha creato grande euforia nelle borse di tutta Europa arrivando alla previsione totale di 1.350 miliardi di euro. Il fatto oltre a far brindare le borse ha suggellato la “conversione” della presidente Christine Lagarde che ha confermato di seguire la rotta che era stata tracciata dal suo predecessore Mario Draghi. Cosa che fino a poco tempo fa non era scontata viste le pressioni dei paesi nordici (Olanda, Norvegia, Austria e Svezia) contrari ad aiuti straordinari in favore dei paesi economicamente più deboli, paesi mediterranei e Italia in particolare. Ma l’iniziativa della Bce non è isolata visto che la Commissione Ue ha attivato un secondo bazooka sulla linea proposta da un’intesa tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. 

Più propriamente si tratta di una proposta di attivare un programma definito Next Generation Eu di 750 miliardi di euro (Merkel-Macron ne prevedevano 500 a fondo perduto). La Commissione propone 500 miliardi di sussidi (fondo perduto) e 250 prestiti. La cifra dovrebbe essere aggiunta al bilancio pluriennale dell’Unione previsto (per ora) di 1.100 miliardi arrivando ad un totale di 1.850 miliardi di euro. Ci sono poi i 450 miliardi già decisi nelle settimane passate. Altre risorse sono previste dal Sure il fondo da 100 miliardi –fino a 20 per l’Italia- a disposizione dei paesi che vogliono rafforzare i loro ammortizzatori sociali. I soldi (questa è una novità) saranno reperiti da Bruxelles sui mercati grazie a 25 miliardi di garanzie ottenute dai governi. In lista c’è anche il Mes più noto come il meccanismo salva Stati che ha messo a disposizione una nuova linea di credito di 240 miliardi (36 per l’Italia) per le spese sanitarie dirette e indirette contro la pandemia. Diversamente dal passato i prestiti sono a tasso zero e a lungo periodo e senza supervisioni della Troika. Infine c’è la Banca europea degli investimenti (Bei) che ha varato un nuovo programma pubblico-privato per finanziare fino a 200 miliardi di investimenti (40 per l’Italia) a favore di aziende ed enti locali che varino nuovi progetti. Il quadro di insieme è davvero impressionante e testimonia –nonostante le divisioni- lo sforzo, il grande sforzo, per fronteggiare la pandemia e la grave crisi economica che se non neutralizzata rischia di abbattersi sulle stesse fondamenta dell’Unione. Ma le misure messe in campo e quelle ancora da varare (da parte del consiglio dei capi di Stato e di governo) non sono un menu a la carte dove ogni Stato sceglie la soluzione che preferisce, senza vincoli di quantità e di tempo prescindendo anche da vincoli politici palesi ma anche occulti. Iniziamo dal primo ostacolo rappresentato dal vincolo dell’approvazione all’unanimità delle misure della Commissione. E’ il vincolo primario a cui guardano i paesi nordici autodefinitisi “frugali” per contrastare gli aiuti ai paesi spendaccioni (Italia in testa) mediterranei. In sostanza un secco no ad aiuti a fondo perduto ma prestiti da restituire sotto la stretta sorveglianza della Commissione ma anche della Troika. Siamo qui di fronte ad uno dei nodi principali da affrontare che sottende la scelta tra una Ue intergovernativa  e un’Unione federale. 

Quasi superfluo sottolineare che il vincolo dell’unanimità si può trasformare in un ricatto da parte dei paesi più piccoli verso i maggiori e più popolosi membri della Ue. Il secondo ostacolo è quello della fiscalità. La Commissione per il Next Generation Eu prevede un finanziamento attraverso un debito europeo garantito dal bilancio pluriennale Ue incrementato da “nuove risorse proprie” ovvero da una fiscalità propria europea non derivata cioè dai conferimenti degli stati membri. 

Questa proposta se accettata aprirebbe una breccia nel muro intergovernativo fino ad oggi contrario a Commissione e parlamento come soggetti dotati di una forza propria. Se chi controlla il fisco controlla il potere ecco il  perché dei no nordici (e della corte costituzionale tedesca): perché una tassazione europea diminuirebbe il potere degli Stati a vantaggio delle istituzioni Ue sovranazionali. E’ dunque chiaro che la risposta alla crisi economica conseguente alla pandemia ci mette di fonte ad una scelta: o lasciare le cose come stanno permettendo a una minoranza di paesi di arricchirsi a danno di tutti gli altri (evitando ad esempio controlli su fiscalità nazionali al limite della slealtà) oppure aprirsi ad una fiscalità dell’Unione che tenga ben distinta la propria responsabilità fiscale da quella degli Stati membri.

Angelo Mina

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