Perché l’ultima manovra di Giorgetti sarà la più difficile
La coperta è corta. E tutti la tirano dalla loro parte. Sarà l’ultima manovra di questo governo prima delle elezioni. E non sarà per niente facile. In Europa, i piani di bilancio vanno presentati con una certa sollecitudine. Entro il 15 ottobre, suppergiù. Affinché, poi, l’occhiuta vigilanza brussellese possa indicare eventuali correttivi. Se possibile, però, il tema (vero) per Giancarlo Giorgetti non è manco questo. È, semmai, un altro. Quello, cioè, di far quadrare i conti in una congiuntura economica effettivamente straordinaria, quasi inedita per certi versi. E farlo proprio quando si è già in piena campagna elettorale.
I nodi della politica
Matteo Salvini, per dire, ha rilanciato la sua proposta: le banche, ha detto, chiuderanno con utili per cinquanta miliardi quest’anno. Le dieci più grandi, da sole, potrebbero mettere sul tavolo cinque miliardi da devolvere alle famiglie. Su questo, naturalmente, c’è già il solenne no dell’Abi. Che, con cadenza ormai quotidiana, ricorda di aver sottoscritto un “accordo triennale”. E che di rinegoziarlo, per l’ennesima volta, non se ne parla proprio. Non c’è nemmeno bisogno di dire che, quando si parla di extraprofitti, a Forza Italia viene l’orticaria. È già successo, accadrà ancora: Lega e Fi se le suoneranno di santa ragione nel dibattito per la manovra e al povero Giorgetti toccherà il ruolo di mediare tra le richieste. Che son tante. E non arrivano solo dalla politica parlamentare.
Tutti presentano il conto
I Comuni dell’Anci hanno già presentato il conto: serve un miliardo. Confindustria si prepara a presentare il suo decalogo e il presidente Emanuele Orsini è tornato a chiedere la sospensione degli Ets e, anzi, ha esplicitamente fatto richiesta al governo di rimettere “in gioco tutto quello che incassa” dai balzelli energetici in manovra. Energia, poi. È il tema dei temi. Eni ha abbassato di nuovo il price cap riportando il diesel a 2,19 euro al litro. Così come auspicava Giorgia Meloni. È chiaro, però, che il tetto sui carburanti resterà in vigore (per il momento) fino a fine mese. E che c’è bisogno di trovare una soluzione a più lungo respiro. Che non dovrà per forza entrare in manovra ma che, evidentemente, innerverà di sé l’intero dibattito sul bilancio.
L’Ue non apre alla nuova flessibilità
A cominciare dalla questione flessibilità. Quella sull’energia (appunto) e sulla difesa è già stata approvata dalla Commissione Ue. Per il resto, c’è ben poco da sperare. Valdis Dombrovskis l’ha detto chiaro che più chiaro non si può: non ci saranno “nuove forme di flessibilità fiscale” ma saranno esaminate “più a fondo le richieste di Italia e Grecia”. Saranno contenti i frugali. Un po’ meno i francesi. Parigi rischia di traballare. E se è umano, fin troppo, sorridere delle disgrazie transalpine ricordandosi la smorfietta di Sarkozy ai tempi dello spread (italiano), più realisticamente dovremmo stare molto attenti. Se la Francia vacilla, rischiamo grosso anche noi.
Il tema fisco
Restano, sul tavolo, i temi. Quelli di sempre. A cominciare dal taglio dell’Irpef per il ceto medio, nel Paese della pressione fiscale che ha raggiunto il 43,5%. Questa è la volta buona, come ripete di continuo il viceministro all’Economia Maurizio Leo. Che, tra l’altro, resta attentissimo sul fronte delle riforme fiscali. Ha elencato i decreti già approvati, ha promesso che l’intelligenza artificiale servirà a sgamare i furbetti. E pure questo tema, fondamentale specialmente quando c’è sullo sfondo una campagna elettorale, sarà centrale.
LEGGI QUI TUTTE LE NEWS DI POLITICA
Torna alle notizie in home