Un amore di Natale a Chiogga 

Odio il Natale è un titolo a trucco: la serie Netflix infatti non ci diletta con black humour, battute sagaci o cose alla Grinch. La protagonista della storia in realtà odia la festa per antonomasia per via della sua famiglia, perché è l’unica senza compagno per il cenone. Cosa che in casa le fanno pesare tutti, a partire dai genitori. Tanto che la protagonista arriva a mentire spudoratamente dicendo che a Natale verrà con il fidanzato. Ecco, sta tutto qua lo spirito della prima serie natalizia italiana dell’era delle piattaforme streaming. Un’occasione per molti versi mancata. Innanzitutto, il progetto in sé: Odio il Natale è il remake di Natale con uno sconosciuto, una serie Netflix norvegese. L’occasione persa dunque è non averne scritta una tutta italiana. Altro obiettivo mancato: tratteggiare la protagonista 30enne alle prese con gli uomini, l’amore e la famiglia con coraggio, magari in modo politicamente scorretto – senza provare a cimentarsi nel fare il verso all’inarrivabile capolavoro Fleabag, della britannica Phoebe Waller-Bridge – ma almeno osando un minimo al di fuori del mainstream da anime belle. La trasgressione in sostanza sta solo nel titolo: siamo comunque alla sagra dei buoni sentimenti, con l’happy ending di rito.
I pregi di questa serie diretta dai Cric (Davide Mardegan, Clemente De Muro) sono pochissimi, tuttavia risultano sufficienti a salvare la visione: le puntate sono soltanto sei e in media durano mezz’ora l’una. La serie dunque scorre via veloce e senza pensieri (che poi è lo scopo dei prodotti di intrattenimento). Altro aspetto positivo, la protagonista è brava, funziona, sia nei monologhi rivolti al pubblico, tipo videodiario, sia interagendo con gli altri personaggi. Anche se i dialoghi sono a dir poco banali e stereotipati. Così come i meccanismi narrativi e le soluzioni offerte – tutto già visto. Pure l’insopportabile quanto scontato finale aperto è l’ennesimo elemento déjà vu.
La trama: Gianna (la frizzante e luminosa Pilar Fogliati) è un’infermiera single di 30 anni che odia il Natale perché è il momento più critico dell’anno per chi, come lei, cerca l’amore. Deve trovare un partner da portare al cenone di Natale, ha 24 giorni di tempo e una serie di candidati da testare. In mezzo ci sono disavventure con le amiche, con la famiglia e sul lavoro. Trent’anni: età cruciale – di passaggio verso l’età adulta – in cui, con l’ultimo fidanzato importante (rimasto in contatto con i genitori di lei, per giunta) che risale a tre anni prima, circondata da parenti e amici che figliano e hanno relazioni stabili, Gianna è condannata a sedere in mezzo ai bambini come gogna familiare perché non accompagnata. In sostanza, la protagonista non vuole fidanzarsi per lei ma per un senso di inferiorità rispetto alla famiglia, o quanto meno di anormalità. Questo la dice lunga: non a caso Gianna ha un carattere difficile e fa scappare via i pretendenti. Salvo poi concedersi un rapporto di solo sesso con un liceale (troppo piccolo da portare a casa a Natale).
La carrellata di papabili fidanzati è simpatica: tra tutti spicca un pescivendolo mammone (Alessio Praticò) davvero divertente, che lei respinge senza pietà (il quale poi si fidanza con la migliore amica e coinquilina di Gianna – il contrappasso). Carine anche le situazioni tutte al femminile, con le dinamiche del caso tra amiche e sorelle. Prevedibili gli sviluppi che vorrebbero essere sorprendenti, sono perfettamente in linea con la trasgressione controllata e su misura. Tutt’altro che originale il personaggio segretamente innamorato, come anche l’ammiratore segreto e tutto il contorno tipico delle commedie romantiche. Gli ingredienti sono dosati secondo la logica del prodotto di largo consumo, per accontentare tutti e non infastidire nessuno (secondo i canoni attuali, sia chiaro).
La Fogliati, per chi non lo ricordasse, aveva imperversato sui social con i suoi video sui dialetti romani, suddivisi per zone e quindi censo. Ecco, proprio in merito all’inflessione romanesca va detto che la serie è ambientata a Chioggia ma la cadenza dei personaggi è più o meno marcatamente quella della Capitale. Tanto che quando si sente parlare l’attore che fa il padre della protagonista, l’unico dall’inflessione correttamente veneta, lo straniamento è doppio: la storia dunque narra di romani trapiantati a Chioggia? Altro dettaglio che stona – ma è per pochi attenti, fissati con il menu natalizio – l’arrosto in tavola. Alla Vigilia? In Veneto? Forse è un residuo dell’originale norvegese: si sono dimenticati di “tradurlo” in italiano, con il pesce. Il finale è tipico di Netflix: è l’inizio della seconda stagione.
Odio il Natale è un titolo a trucco: la serie Netflix infatti non ci diletta con black humour, battute sagaci o cose alla Grinch. La protagonista della storia in realtà odia la festa per antonomasia per via della sua famiglia, perché è l’unica senza compagno per il cenone. Cosa che in casa le fanno pesare tutti, a partire dai genitori. Tanto che la protagonista arriva a mentire spudoratamente dicendo che a Natale verrà con il fidanzato. Ecco, sta tutto qua lo spirito della prima serie natalizia italiana dell’era delle piattaforme streaming. Un’occasione per molti versi mancata. Innanzitutto, il progetto in sé: Odio il Natale è il remake di Natale con uno sconosciuto, una serie Netflix norvegese. L’occasione persa dunque è non averne scritta una tutta italiana. Altro obiettivo mancato: tratteggiare la protagonista 30enne alle prese con gli uomini, l’amore e la famiglia con coraggio, magari in modo politicamente scorretto – senza provare a cimentarsi nel fare il verso all’inarrivabile capolavoro Fleabag, della britannica Phoebe Waller-Bridge – ma almeno osando un minimo al di fuori del mainstream da anime belle. La trasgressione in sostanza sta solo nel titolo: siamo comunque alla sagra dei buoni sentimenti, con l’happy ending di rito.
I pregi di questa serie diretta dai Cric (Davide Mardegan, Clemente De Muro) sono pochissimi, tuttavia risultano sufficienti a salvare la visione: le puntate sono soltanto sei e in media durano mezz’ora l’una. La serie dunque scorre via veloce e senza pensieri (che poi è lo scopo dei prodotti di intrattenimento). Altro aspetto positivo, la protagonista è brava, funziona, sia nei monologhi rivolti al pubblico, tipo videodiario, sia interagendo con gli altri personaggi. Anche se i dialoghi sono a dir poco banali e stereotipati. Così come i meccanismi narrativi e le soluzioni offerte – tutto già visto. Pure l’insopportabile quanto scontato finale aperto è l’ennesimo elemento déjà vu.
La trama: Gianna (la frizzante e luminosa Pilar Fogliati) è un’infermiera single di 30 anni che odia il Natale perché è il momento più critico dell’anno per chi, come lei, cerca l’amore. Deve trovare un partner da portare al cenone di Natale, ha 24 giorni di tempo e una serie di candidati da testare. In mezzo ci sono disavventure con le amiche, con la famiglia e sul lavoro. Trent’anni: età cruciale – di passaggio verso l’età adulta – in cui, con l’ultimo fidanzato importante (rimasto in contatto con i genitori di lei, per giunta) che risale a tre anni prima, circondata da parenti e amici che figliano e hanno relazioni stabili, Gianna è condannata a sedere in mezzo ai bambini come gogna familiare perché non accompagnata. In sostanza, la protagonista non vuole fidanzarsi per lei ma per un senso di inferiorità rispetto alla famiglia, o quanto meno di anormalità. Questo la dice lunga: non a caso Gianna ha un carattere difficile e fa scappare via i pretendenti. Salvo poi concedersi un rapporto di solo sesso con un liceale (troppo piccolo da portare a casa a Natale).
La carrellata di papabili fidanzati è simpatica: tra tutti spicca un pescivendolo mammone (Alessio Praticò) davvero divertente, che lei respinge senza pietà (il quale poi si fidanza con la migliore amica e coinquilina di Gianna – il contrappasso). Carine anche le situazioni tutte al femminile, con le dinamiche del caso tra amiche e sorelle. Prevedibili gli sviluppi che vorrebbero essere sorprendenti, sono perfettamente in linea con la trasgressione controllata e su misura. Tutt’altro che originale il personaggio segretamente innamorato, come anche l’ammiratore segreto e tutto il contorno tipico delle commedie romantiche. Gli ingredienti sono dosati secondo la logica del prodotto di largo consumo, per accontentare tutti e non infastidire nessuno (secondo i canoni attuali, sia chiaro).
La Fogliati, per chi non lo ricordasse, aveva imperversato sui social con i suoi video sui dialetti romani, suddivisi per zone e quindi censo. Ecco, proprio in merito all’inflessione romanesca va detto che la serie è ambientata a Chioggia ma la cadenza dei personaggi è più o meno marcatamente quella della Capitale. Tanto che quando si sente parlare l’attore che fa il padre della protagonista, l’unico dall’inflessione correttamente veneta, lo straniamento è doppio: la storia dunque narra di romani trapiantati a Chioggia? Altro dettaglio che stona – ma è per pochi attenti, fissati con il menu natalizio – l’arrosto in tavola. Alla Vigilia? In Veneto? Forse è un residuo dell’originale norvegese: si sono dimenticati di “tradurlo” in italiano, con il pesce. Il finale è tipico di Netflix: è l’inizio della seconda stagione.
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