Un mare di guai. Perché il Mar cinese meridionale è un problema anche per Biden

Un’area ricca di 11 miliardi di barili di petrolio non sfruttati e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale, dove transitano ogni anno circa 5mila miliardi di dollari di merci. Luogo di confronto fra le ambizioni di Pechino, dei suoi vicini e degli Stati Uniti, che contano un quarto dei traffici marittimi della regione. Teatro di varie dispute territoriali, che hanno visto in questi anni contrapporsi la Cina a Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Taiwan e Vietnam.
Pechino basa le proprie rivendicazioni su diritti storici e sulla cosiddetta “nine dashed line”, mentre i Paesi vicini e gli Stati Uniti invocano la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (Unclos). La Convenzione stabilisce per ogni Stato 12 miglia di acque territoriali e lo sfruttamento delle risorse all’interno delle 200 miglia marittime, che coincidono con le cosiddette Zone economiche esclusive (Zee), nelle quali, previa autorizzazione, anche navi da guerra straniere possono transitare. Le acque oltre questo limite sono acque internazionali, sottoposte al principio di libertà dei mari. I problemi sorgono per stabilire da dove si contino tali fasce di pertinenza, considerando che un’isola sposta la linea di base di costa a quella d’arcipelago e varie isole e isolotti sono disputati, allargando e restringendo le Zee a seconda delle convenienze. La Cina, poi, aggrava il quadro, militarizzando isole contese e perfino creandone di nuove, spostando i sedimenti e trasformando atolli impercettibili in territorio dove posare, magari, una pista d’atterraggio. Fra le isole vere e proprie contese, ci sono le isole Diaoyu/Senkaku (disputate fra Cina e Giappone), le Spratly (se le litigano Filippine, Malesia, Taiwan, Brunei e il Vietnam) e le Paracel (la contrapposizione vede qui Giappone, Vietnam, Cina e Taiwan).
Nel 2016, la Corte permanente di arbitrato dell’Aia, in seguito ad un ricorso delle Filippine, ha rigettato le rivendicazioni cinesi. Il governo di Pechino ha però respinto la sentenza, nonostante aderisca alla Unclos, lasciando il Mar Cinese meridionale in un limbo giuridico a bassa intensità di conflitti. A causa della mancata ratifica della Convenzione da parte del Senato americano, gli Stati Uniti infatti non possono richiamare la Cina al rispetto di un tribunale arbitrale.

Un’area ricca di 11 miliardi di barili di petrolio non sfruttati e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale, dove transitano ogni anno circa 5mila miliardi di dollari di merci. Luogo di confronto fra le ambizioni di Pechino, dei suoi vicini e degli Stati Uniti, che contano un quarto dei traffici marittimi della regione. Teatro di varie dispute territoriali, che hanno visto in questi anni contrapporsi la Cina a Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Taiwan e Vietnam.
Pechino basa le proprie rivendicazioni su diritti storici e sulla cosiddetta “nine dashed line”, mentre i Paesi vicini e gli Stati Uniti invocano la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (Unclos). La Convenzione stabilisce per ogni Stato 12 miglia di acque territoriali e lo sfruttamento delle risorse all’interno delle 200 miglia marittime, che coincidono con le cosiddette Zone economiche esclusive (Zee), nelle quali, previa autorizzazione, anche navi da guerra straniere possono transitare. Le acque oltre questo limite sono acque internazionali, sottoposte al principio di libertà dei mari. I problemi sorgono per stabilire da dove si contino tali fasce di pertinenza, considerando che un’isola sposta la linea di base di costa a quella d’arcipelago e varie isole e isolotti sono disputati, allargando e restringendo le Zee a seconda delle convenienze. La Cina, poi, aggrava il quadro, militarizzando isole contese e perfino creandone di nuove, spostando i sedimenti e trasformando atolli impercettibili in territorio dove posare, magari, una pista d’atterraggio. Fra le isole vere e proprie contese, ci sono le isole Diaoyu/Senkaku (disputate fra Cina e Giappone), le Spratly (se le litigano Filippine, Malesia, Taiwan, Brunei e il Vietnam) e le Paracel (la contrapposizione vede qui Giappone, Vietnam, Cina e Taiwan).
Nel 2016, la Corte permanente di arbitrato dell’Aia, in seguito ad un ricorso delle Filippine, ha rigettato le rivendicazioni cinesi. Il governo di Pechino ha però respinto la sentenza, nonostante aderisca alla Unclos, lasciando il Mar Cinese meridionale in un limbo giuridico a bassa intensità di conflitti. A causa della mancata ratifica della Convenzione da parte del Senato americano, gli Stati Uniti infatti non possono richiamare la Cina al rispetto di un tribunale arbitrale.

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