Un poeta chiamato Faber

di Benedetta Basile

L’11 novembre 1999 morì uno dei cantautori più grandi e amati del nostro Paese, Fabrizio De Andrè.
Sono passati 24 anni da quando l’artista ci lasciò, stroncato a 58 anni da un carcinoma polmonare, eppure ieri questa triste ricorrenza è stata celebrata con parecchi eventi commemorativi non solo nella sua Genova, ma in giro per l’Italia.
Ben 14 furono gli album pubblicati in circa 40 anni di carriera in cui l’artista, attraverso la sua musica, aprì la finestra su un mondo che spesso, troppo spesso, viene dimenticato, quello degli emarginati.
Chi non conosce “Bocca di Rosa”, una delle sue canzoni più famose e a lui più care, come dichiarò durante un’intervista televisiva a Vincenzo Mollica.
Il testo racconta la storia di una prostituta e del suo arrivo nel paesino di Sant’Ilario. In realtà “Bocca di Rosa” non era una prostituta, ma come recita la canzone – “c’è chi l’amore lo fa per noia chi se lo sceglie per professione, bocca di rosa ne l’uno ne l’altro lei lo faceva per passione” e il cantautore racconta la mentalità chiusa della società di Sant’Ilario che giudicò e discriminò questa donna prima ancora di conoscerla.
Fabrizio De Andrè nacque a Genova nel 1940 nel quartiere di Pegli, in via Nicolay 12, dove nel 2001 fu riposta una targa in sua memoria dal Comune. Fu uno dei maggiori esponenti della scuola genovese insieme a Luigi Tenco, Umberto Bindi, Bruno Lauzi e Gino Paoli. Durante la seconda Guerra mondiale in un primo momento visse da sfollato nella campagna di Revignano d’Asti, dove il padre acquistò una cascina, e dove conobbe Nina Manieri.
All’amica con cui condivise momenti felici e che mai dimenticò, dedicò la canzone “Ho visto Nina volare”.
Il suo primo importante incontro fu quello con Paolo Villaggio negli anni del Dopoguerra, con lui condivise la maggior parte delle scorribande giovanili da ragazzo tormentato, come raccontò lo stesso De Andrè: “L’ho incontrato per la prima volta a Pocol, sopra Cortina, io ero un ragazzino incazzato che parlava sporco; gli piacevo perché ero tormentato, inquieto e lui lo era altrettanto, solo che era più controllato, forse perché era più grande di me e allora subito si investì della parte del fratello maggiore”.
Le prime importanti sperimentazioni con la musica avvennero grazie alla scoperta della produzione di Georges Brassens, che divenne uno dei suoi riferimenti assoluti e di cui tradusse alcune canzoni che inserì nei suoi primi 45 giri. La sua passione prese corpo anche nel momento in cui ci fu la “scoperta” del jazz e quando consolidò la frequentazione di Tenco, Bindi e Paoli, grazie a cui iniziò a esibirsi in pubblico. De Andrè scelse uno stile poetico per raccontare nei suoi brani la vita vera, le storie di chi è considerato di “serie B”, le esistenze più drammatiche e difficili e poco abituate alle parole dolci e d’amore come vengono dedicate da lui. Come in “Creuza de ma” utilizzò spesso il dialetto genovese e costruì testi all’apparenza molto semplici, ma in realtà complessi per canzoni in cui spesso emerge la sua profonda fede cristiana e la sua misericordia. Nel 1964 pubblicò “La canzone di Marinella”, il suo primo grande successo e dopo due anni uscirono “La canzone dell’amore perduto” e “Amore che vieni, amore che vai”, che ne decretarono il successo in tutto il Paese. Nel 1967 scomparve l’amico Luigi Tengo, che fu ritrovato morto nella sua stanza d’albergo a Sanremo durante i giorni della kermesse, a lui Faber dedicò “Preghiera in gennaio”, in cui prega Dio di accogliere l’amico in Paradiso. Il legame tra i due era molto forte e il cantautore compose il brano di getto, sull’onda dell’emozione, dopo aver fatto visita alla salma. Gli anni più proficui furono tra il 1968 e il 1973 quando uscì il concept album “Tutti morimmo a stento” dove vengono affrontate tematiche esistenzialiste e che contiene “Cantico dei drogati” tratto da una poesia di Riccardo Mannerini.
La vita di Fabrizio De Andrè fu segnata da due importanti figure femminili. La prima fu Enrica Rignon, Puny, musa del suo “Verranno a chiederti del nostro amore” e madre di Cristiano e poi la compagna di sempre, Dori Ghezzi, con cui Faber condivise anche l’esperienza della prigionia: i due furono rapiti dall’anonima sequestri sarda e tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno per 4 mesi.

di Benedetta Basile

L’11 novembre 1999 morì uno dei cantautori più grandi e amati del nostro Paese, Fabrizio De Andrè.
Sono passati 24 anni da quando l’artista ci lasciò, stroncato a 58 anni da un carcinoma polmonare, eppure ieri questa triste ricorrenza è stata celebrata con parecchi eventi commemorativi non solo nella sua Genova, ma in giro per l’Italia.
Ben 14 furono gli album pubblicati in circa 40 anni di carriera in cui l’artista, attraverso la sua musica, aprì la finestra su un mondo che spesso, troppo spesso, viene dimenticato, quello degli emarginati.
Chi non conosce “Bocca di Rosa”, una delle sue canzoni più famose e a lui più care, come dichiarò durante un’intervista televisiva a Vincenzo Mollica.
Il testo racconta la storia di una prostituta e del suo arrivo nel paesino di Sant’Ilario. In realtà “Bocca di Rosa” non era una prostituta, ma come recita la canzone – “c’è chi l’amore lo fa per noia chi se lo sceglie per professione, bocca di rosa ne l’uno ne l’altro lei lo faceva per passione” e il cantautore racconta la mentalità chiusa della società di Sant’Ilario che giudicò e discriminò questa donna prima ancora di conoscerla.
Fabrizio De Andrè nacque a Genova nel 1940 nel quartiere di Pegli, in via Nicolay 12, dove nel 2001 fu riposta una targa in sua memoria dal Comune. Fu uno dei maggiori esponenti della scuola genovese insieme a Luigi Tenco, Umberto Bindi, Bruno Lauzi e Gino Paoli. Durante la seconda Guerra mondiale in un primo momento visse da sfollato nella campagna di Revignano d’Asti, dove il padre acquistò una cascina, e dove conobbe Nina Manieri.
All’amica con cui condivise momenti felici e che mai dimenticò, dedicò la canzone “Ho visto Nina volare”.
Il suo primo importante incontro fu quello con Paolo Villaggio negli anni del Dopoguerra, con lui condivise la maggior parte delle scorribande giovanili da ragazzo tormentato, come raccontò lo stesso De Andrè: “L’ho incontrato per la prima volta a Pocol, sopra Cortina, io ero un ragazzino incazzato che parlava sporco; gli piacevo perché ero tormentato, inquieto e lui lo era altrettanto, solo che era più controllato, forse perché era più grande di me e allora subito si investì della parte del fratello maggiore”.
Le prime importanti sperimentazioni con la musica avvennero grazie alla scoperta della produzione di Georges Brassens, che divenne uno dei suoi riferimenti assoluti e di cui tradusse alcune canzoni che inserì nei suoi primi 45 giri. La sua passione prese corpo anche nel momento in cui ci fu la “scoperta” del jazz e quando consolidò la frequentazione di Tenco, Bindi e Paoli, grazie a cui iniziò a esibirsi in pubblico. De Andrè scelse uno stile poetico per raccontare nei suoi brani la vita vera, le storie di chi è considerato di “serie B”, le esistenze più drammatiche e difficili e poco abituate alle parole dolci e d’amore come vengono dedicate da lui. Come in “Creuza de ma” utilizzò spesso il dialetto genovese e costruì testi all’apparenza molto semplici, ma in realtà complessi per canzoni in cui spesso emerge la sua profonda fede cristiana e la sua misericordia. Nel 1964 pubblicò “La canzone di Marinella”, il suo primo grande successo e dopo due anni uscirono “La canzone dell’amore perduto” e “Amore che vieni, amore che vai”, che ne decretarono il successo in tutto il Paese. Nel 1967 scomparve l’amico Luigi Tengo, che fu ritrovato morto nella sua stanza d’albergo a Sanremo durante i giorni della kermesse, a lui Faber dedicò “Preghiera in gennaio”, in cui prega Dio di accogliere l’amico in Paradiso. Il legame tra i due era molto forte e il cantautore compose il brano di getto, sull’onda dell’emozione, dopo aver fatto visita alla salma. Gli anni più proficui furono tra il 1968 e il 1973 quando uscì il concept album “Tutti morimmo a stento” dove vengono affrontate tematiche esistenzialiste e che contiene “Cantico dei drogati” tratto da una poesia di Riccardo Mannerini.
La vita di Fabrizio De Andrè fu segnata da due importanti figure femminili. La prima fu Enrica Rignon, Puny, musa del suo “Verranno a chiederti del nostro amore” e madre di Cristiano e poi la compagna di sempre, Dori Ghezzi, con cui Faber condivise anche l’esperienza della prigionia: i due furono rapiti dall’anonima sequestri sarda e tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno per 4 mesi.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli