Una festa folle, kitsch e sregolata raccontata con lirismo e ironia

DI GABRIELE GRAZI
“E’ come se la mia corazza d’amore per la vita fosse continuamente sbocconcellata dal pesce del grottesco e da quello del tragico, e l’unico modo per proteggermi, per ripararmi, è un certo modo di guardare al mondo, un lirismo. Essere lirici e ironici è la sola cosa che ci protegge dalla disperazione assoluta. Io abito il mio lirismo, Cesco, per continuare ad amare la vita: ogni evento vissuto non può che tradursi in queste due forme d’esistere, lirismo e ironia, perché la terza sarebbe la disperazione, e a quella non saprei porre rimedio. Non c’è altro.” E’ tutto qui. Lirismo e ironia. In ogni singola pagina di questo libro. Aggiungo un elemento che in questo caso credo si possa intendere come una conseguenza dell’ironia: il non-senso. Intendo una situazione letteraria in bilico tra ordine e caos, dove l’umorismo è sovente acre e alla fine melanconico, che scivola per l’appunto sul lirico in questo modo. Potrei fare molti esempi ma parlando di lirismo e ironia devo citare sopra tutto “Amici Miei”. La parabola esistenziale dei personaggi, lontani nel tempo e nello spazio ma poco importa in questo caso, è simile: si scherza su tutto senza rispettare niente in apparenza, ma scendendo di livello e andando in profondità si traduce nel rispettare l’unica cosa che conta, la vita in ogni sua forma, anche quella della morte, difficile da comprendere ancor più in una guerra mondiale o nella povertà del Messico. Tutte le decisioni importanti vengono procrastinate per inseguire l’effimero, nel libro non si riesce a trovare il modo di curare un mal di denti eppure si passano ore ad ascoltare il suono di un fiore che cresce su una tomba. Del resto forse la vita diviene piena se si riesce a trovare la propria angolazione da cui osservare la materie umane, altrimenti saremo un numero sull’ennesimo documento amministrativo. Ovviamente, visto quanto detto, il Messico c’entra poco in questo libro: ci sono più piani temporali che si avvicendano e plurimi protagonisti. La storia che sicuramente è il motore di tutto però è quella tra Cesco e Tilde, lui milite della guardia repubblicana di Asti durante la fine della seconda guerra mondiale e con la missione arrivata da un generico Alto, qualche importante funzionario tedesco attraverso una serie di passaggi di mano, di redigere una mappa delle ferrovie del Messico indispensabile per vincere la guerra, lei una bibliotecaria forse folle o che in altre epoche magari avrebbero reso sacerdotessa. Come può un piccolo soldato dell’astigiano durante gli anni quaranta del novecento in mezzo a una guerra che è anche, anzi forse soprattutto, civile, avere delle possibilità di redigere una seria mappa delle Ferrovie del Messico, posto che abbia una vaga idea di dove sia il Messico? Semplice in un solo modo, con lirismo e ironia, in una situazione kafkiana, in un’avventura donchisciottesca (ecco altri due maestri del non senso).
Lo stile narrativo di questo libro è pastoso, eccessivo, pieno di vita e quindi pieno di difetti, ma lasciatevi sedurre da questo eccesso, come una festa folle, kitsch, sregolata, piena di piume di struzzo e vestiti opalescenti, dove non c’è dubbio che vi divertirete moltissimo.
DI GABRIELE GRAZI
“E’ come se la mia corazza d’amore per la vita fosse continuamente sbocconcellata dal pesce del grottesco e da quello del tragico, e l’unico modo per proteggermi, per ripararmi, è un certo modo di guardare al mondo, un lirismo. Essere lirici e ironici è la sola cosa che ci protegge dalla disperazione assoluta. Io abito il mio lirismo, Cesco, per continuare ad amare la vita: ogni evento vissuto non può che tradursi in queste due forme d’esistere, lirismo e ironia, perché la terza sarebbe la disperazione, e a quella non saprei porre rimedio. Non c’è altro.” E’ tutto qui. Lirismo e ironia. In ogni singola pagina di questo libro. Aggiungo un elemento che in questo caso credo si possa intendere come una conseguenza dell’ironia: il non-senso. Intendo una situazione letteraria in bilico tra ordine e caos, dove l’umorismo è sovente acre e alla fine melanconico, che scivola per l’appunto sul lirico in questo modo. Potrei fare molti esempi ma parlando di lirismo e ironia devo citare sopra tutto “Amici Miei”. La parabola esistenziale dei personaggi, lontani nel tempo e nello spazio ma poco importa in questo caso, è simile: si scherza su tutto senza rispettare niente in apparenza, ma scendendo di livello e andando in profondità si traduce nel rispettare l’unica cosa che conta, la vita in ogni sua forma, anche quella della morte, difficile da comprendere ancor più in una guerra mondiale o nella povertà del Messico. Tutte le decisioni importanti vengono procrastinate per inseguire l’effimero, nel libro non si riesce a trovare il modo di curare un mal di denti eppure si passano ore ad ascoltare il suono di un fiore che cresce su una tomba. Del resto forse la vita diviene piena se si riesce a trovare la propria angolazione da cui osservare la materie umane, altrimenti saremo un numero sull’ennesimo documento amministrativo. Ovviamente, visto quanto detto, il Messico c’entra poco in questo libro: ci sono più piani temporali che si avvicendano e plurimi protagonisti. La storia che sicuramente è il motore di tutto però è quella tra Cesco e Tilde, lui milite della guardia repubblicana di Asti durante la fine della seconda guerra mondiale e con la missione arrivata da un generico Alto, qualche importante funzionario tedesco attraverso una serie di passaggi di mano, di redigere una mappa delle ferrovie del Messico indispensabile per vincere la guerra, lei una bibliotecaria forse folle o che in altre epoche magari avrebbero reso sacerdotessa. Come può un piccolo soldato dell’astigiano durante gli anni quaranta del novecento in mezzo a una guerra che è anche, anzi forse soprattutto, civile, avere delle possibilità di redigere una seria mappa delle Ferrovie del Messico, posto che abbia una vaga idea di dove sia il Messico? Semplice in un solo modo, con lirismo e ironia, in una situazione kafkiana, in un’avventura donchisciottesca (ecco altri due maestri del non senso).
Lo stile narrativo di questo libro è pastoso, eccessivo, pieno di vita e quindi pieno di difetti, ma lasciatevi sedurre da questo eccesso, come una festa folle, kitsch, sregolata, piena di piume di struzzo e vestiti opalescenti, dove non c’è dubbio che vi divertirete moltissimo.
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