Una legge simbolica e ideologica. Lo Ius soli c’è già

Lo ius scholae è l’ennesima legge “simbolica”, in realtà inutile, che il centrosinistra ciclicamente propina, essendo ormai più interessato alla bandiera delle minoranze che non alle politiche che concretamente incidono nella vita delle persone, stranieri inclusi. Come già nel caso del ddl Zan, si ritorna sulla medesima questione, nonostante il parlamento già abbia rigettato la legge una volta, nel nostro caso lo ius culturae, nella scorsa legislatura. Con buona pace della retorica Pd del partito della stabilità, che trascina invece il governo Draghi in querelle circa i diritti negati, che esistono solo nell’ideologia del partito.

Partiamo dai fatti. In Italia non c’è solo lo ius sanguinis e già esiste lo ius soli, tant’è che il nostro Paese è secondo nella Ue per numero di cittadinanze concesse ogni anno. Seguiamo la Germania al 19% del totale dell’Unione, con il 18%, cioè 127.000 stranieri diventati cittadini italiani ogni anno, anche se con una popolazione e un territorio inferiori a Berlino. La cittadinanza italiana è acquisita al 41,6% dei casi per residenza e nel 13,4 per matrimonio. Per gli stranieri, basta risiedere in Italia continuativamente per almeno 10 anni (5 se si tratta di rifugiati o apolidi, 4 se si tratta di cittadini comunitari), grazie alla legge 91 del ‘92, che faceva seguito alla riforma (del socialista) Martelli del ‘90. Ma i poveri figli degli stranieri? Sono già italiani, se lo vogliono. La legge recita che “lo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diventa cittadino italiano se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”.

Dunque, il problema non esiste. Nonostante questi siano i fatti, da anni, soprattutto il Pd, orfano degli operai (non perché non ci siano più, ma perché non vivono nella Ztl), ha iniziato il piano greco delle libertà civili conculcate, molto più facili da realizzare rispetto ai diritti socioeconomici che evidentemente turbano proprio gli elettori delle Ztl. E ora ritorna la manfrina sullo ius soli temperato, di volta in volta declinato secondo la fantasia dei legislatori del Nazareno, nonostante lo ius soli in Italia già ci sia. Vogliamo allargare le maglie ulteriormente, nonostante l’Italia sia dunque primatista per nuove cittadinanze ogni anno?

Dovremmo in realtà imparare dalle esperienze precedenti. I modelli di integrazione degli stranieri all’interno degli altri Stati – quello assimilazionista francese, quello comunitario inglese, il melting pot americano o il salad bowl multiculturalista canadese – hanno tutti variamente fallito. Creando spesso ghetti livorosi, richiesta di tribunali speciali ispirati alla sharia, seconde generazioni che, nonostante abbiano vissuto l’edonismo e il pensiero liquido occidentale, volgono le spalle alle nuove patrie, alla ricerca di una concezione esclusiva e radicale dell’identità religiosa, seppur distorta, in chiara contraddizione con i nostri valori mondani.

Rispetto a tutto questo, negli ultimi anni, si è distinta la proposta della progressista “istituzionalista” Onora O’ Neil. Per la O’Neill, lo Stato non può rinunciare a socializzare a un minimo di valori civili i suoi cittadini. Non è necessario per i nuovi cittadini aderire ai principi assoluti della République, come nell’assimilazionismo francese, ma occorre invece almeno convenire su di una serie di questioni relative, ma necessarie alla coesione nazionale. Un nuovo patto sociale con i nuovi cittadini. In quest’ottica, il processo di “nazionalizzazione delle masse”, come lo definisce George Mosse, se non deve essere aggravato è sicuramente problematizzato.

Ma il demonio è nei particolari. Come dimostra il caso dei latinos negli Usa, che si stanno spostando sempre più a destra, le minoranze etniche a cui la sinistra guarda anche in ottica elettorale, in realtà, non sono progressiste. Sia il concetto africano di ujamaa che quello musulmano di umma si basano sui valori tradizionali e legami comunitari, dunque è difficile che i nuovi cittadini possano essere sedotti dai teorici del cosmopolitismo apolide. Ma nella Ztl, sembrano non averlo capito.

Speriamo che questo articolo ti sia piaciuto. Se è così, sappi che è stato pubblicato almeno 24 ore fa sulla versione cartacea de “L’Identità”. Editoriali o news del quotidiano saranno periodicamente pubblicati anche online. Ad oggi, tutti i contenuti digitali sono liberamente fruibili, ma non sarà sempre così, perché la nostra indipendenza necessita dell’aiuto anche tuo.

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Lo ius scholae è l’ennesima legge “simbolica”, in realtà inutile, che il centrosinistra ciclicamente propina, essendo ormai più interessato alla bandiera delle minoranze che non alle politiche che concretamente incidono nella vita delle persone, stranieri inclusi. Come già nel caso del ddl Zan, si ritorna sulla medesima questione, nonostante il parlamento già abbia rigettato la legge una volta, nel nostro caso lo ius culturae, nella scorsa legislatura. Con buona pace della retorica Pd del partito della stabilità, che trascina invece il governo Draghi in querelle circa i diritti negati, che esistono solo nell’ideologia del partito.

Partiamo dai fatti. In Italia non c’è solo lo ius sanguinis e già esiste lo ius soli, tant’è che il nostro Paese è secondo nella Ue per numero di cittadinanze concesse ogni anno. Seguiamo la Germania al 19% del totale dell’Unione, con il 18%, cioè 127.000 stranieri diventati cittadini italiani ogni anno, anche se con una popolazione e un territorio inferiori a Berlino. La cittadinanza italiana è acquisita al 41,6% dei casi per residenza e nel 13,4 per matrimonio. Per gli stranieri, basta risiedere in Italia continuativamente per almeno 10 anni (5 se si tratta di rifugiati o apolidi, 4 se si tratta di cittadini comunitari), grazie alla legge 91 del ‘92, che faceva seguito alla riforma (del socialista) Martelli del ‘90. Ma i poveri figli degli stranieri? Sono già italiani, se lo vogliono. La legge recita che “lo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diventa cittadino italiano se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data”.

Dunque, il problema non esiste. Nonostante questi siano i fatti, da anni, soprattutto il Pd, orfano degli operai (non perché non ci siano più, ma perché non vivono nella Ztl), ha iniziato il piano greco delle libertà civili conculcate, molto più facili da realizzare rispetto ai diritti socioeconomici che evidentemente turbano proprio gli elettori delle Ztl. E ora ritorna la manfrina sullo ius soli temperato, di volta in volta declinato secondo la fantasia dei legislatori del Nazareno, nonostante lo ius soli in Italia già ci sia. Vogliamo allargare le maglie ulteriormente, nonostante l’Italia sia dunque primatista per nuove cittadinanze ogni anno?

Dovremmo in realtà imparare dalle esperienze precedenti. I modelli di integrazione degli stranieri all’interno degli altri Stati – quello assimilazionista francese, quello comunitario inglese, il melting pot americano o il salad bowl multiculturalista canadese – hanno tutti variamente fallito. Creando spesso ghetti livorosi, richiesta di tribunali speciali ispirati alla sharia, seconde generazioni che, nonostante abbiano vissuto l’edonismo e il pensiero liquido occidentale, volgono le spalle alle nuove patrie, alla ricerca di una concezione esclusiva e radicale dell’identità religiosa, seppur distorta, in chiara contraddizione con i nostri valori mondani.

Rispetto a tutto questo, negli ultimi anni, si è distinta la proposta della progressista “istituzionalista” Onora O’ Neil. Per la O’Neill, lo Stato non può rinunciare a socializzare a un minimo di valori civili i suoi cittadini. Non è necessario per i nuovi cittadini aderire ai principi assoluti della République, come nell’assimilazionismo francese, ma occorre invece almeno convenire su di una serie di questioni relative, ma necessarie alla coesione nazionale. Un nuovo patto sociale con i nuovi cittadini. In quest’ottica, il processo di “nazionalizzazione delle masse”, come lo definisce George Mosse, se non deve essere aggravato è sicuramente problematizzato.

Ma il demonio è nei particolari. Come dimostra il caso dei latinos negli Usa, che si stanno spostando sempre più a destra, le minoranze etniche a cui la sinistra guarda anche in ottica elettorale, in realtà, non sono progressiste. Sia il concetto africano di ujamaa che quello musulmano di umma si basano sui valori tradizionali e legami comunitari, dunque è difficile che i nuovi cittadini possano essere sedotti dai teorici del cosmopolitismo apolide. Ma nella Ztl, sembrano non averlo capito.

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