Una lezione di Benedetto XVI

“La dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono da sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore”. Basterebbero queste parole di Benedetto XVI per evidenziare la piena sintonia tra la visione liberale e quella cristiana dei rapporti umani e correlativamente la grande distonia tra quest’ultima e le dottrine politiche “socialstatalistiche”, in seno alle quali lo Stato viene rappresentato come fonte costitutiva dei diritti della persona. I liberali hanno sempre visto nella Costituzione, non già l’atto di nascita dei diritti umani, bensì una solenne dichiarazione, diretta a limitare e regolare i poteri dello Stato. Dalla Magna Charta in poi la funzione storica delle Carte costituzionali è stata quella di mettere un freno al potere tendenzialmente illimitato del sovrano; e il primo limite è stato ravvisato dai liberali nel riconoscimento dei diritti della persona umana, preesistenti e precostituiti rispetto a qualsivoglia atto legislativo. Al contrario i fautori dell’interventismo pubblico in ogni ambito della convivenza, avendo la necessità logica di deificare lo Stato e sacralizzarne lo statuto basilare, concepiscono l’ordinamento giuridico come un complesso piramidale di norme positive – intenzionalmente deliberate dall’autorità politica e costituzionalmente vincolate – dalle quali scaturiscono i diritti umani, che pertanto non hanno carattere originario, ma derivato. Entro queste coordinate ideali, che erigono lo Stato a creatore del diritto, si fa fatica a distinguere il diritto dalla politica e perde senso la nozione di “Stato di diritto”. Se infatti il diritto perde il suo carattere originario, la persona soccombe innanzi all’autorità politica, che può disporre arbitrariamente dei diritti umani: come concede, può revocare. In nome del “bene comune”, che ispira tutte le autorità politiche di questo mondo e soprattutto quelle orientate alla “giustizia sociale”, i diritti di quella infinitesimale minoranza, che si riduce a un solo individuo, possono essere compressi e perfino annullati. Anche il diritto di uscire da casa può essere annullato con un semplice atto amministrativo, chiamato Dpcm, in nome di una discutibile finalità preventiva, mentre la “Costituzione più bella del mondo” rimane a guardare. La politica, che non si dà il compito di riconoscere il diritto preesistente, ma di crearlo con la norma ritualmente deliberata, non arretra di fronte al diritto della persona, giacché l’alfa e l’omega di ogni diritto finiscono col risiedere nella legge e dunque nella politica. L’immedesimazione del diritto nella politica, a ui offre supporto culturale la dottrina positivistica kelseniana, è la prima pietra dell’autoritarismo dello Stato, che perde la sua stessa connotazione, nel momento in cui non riconosce il diritto come “altro da sé”. Infatti la paritaria condizione dell’individuo di fronte allo Stato non può sussistere, se quella condizione dipende poi dallo Stato medesimo. Ma infine i liberali si chiedono: se tutto il diritto vive negli atti dell’autorità costituita, quali relazioni umane si instaurano nelle zone grigie spazio-temporali dell’ordine politico costituendo? Che ne è della lex mercatoria, mai deliberata, né mai inserita in un costrutto piramidale di norme giuridiche, eppure spontaneamente osservata da Marco Polo e dai suoi fornitori di seta nelle “terre di nessuno”? E nelle convulse fasi di passaggio da un ordine a un altro, la persona può difendere legittimamente i suoi diritti oppure il ladro che entra nella casa altrui non può nemmeno essere chiamato “ladro”? A queste domande i liberali rispondono come Benedetto XVI: il diritto preesiste allo Stato, avendo un carattere originario, che lo distingue dalla politica. E ritengono fondamentale questa distinzione per la libertà degli uomini.
“La dignità umana e i diritti umani devono essere presentati come valori che precedono qualsiasi giurisdizione statale. I diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono da sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore”. Basterebbero queste parole di Benedetto XVI per evidenziare la piena sintonia tra la visione liberale e quella cristiana dei rapporti umani e correlativamente la grande distonia tra quest’ultima e le dottrine politiche “socialstatalistiche”, in seno alle quali lo Stato viene rappresentato come fonte costitutiva dei diritti della persona. I liberali hanno sempre visto nella Costituzione, non già l’atto di nascita dei diritti umani, bensì una solenne dichiarazione, diretta a limitare e regolare i poteri dello Stato. Dalla Magna Charta in poi la funzione storica delle Carte costituzionali è stata quella di mettere un freno al potere tendenzialmente illimitato del sovrano; e il primo limite è stato ravvisato dai liberali nel riconoscimento dei diritti della persona umana, preesistenti e precostituiti rispetto a qualsivoglia atto legislativo. Al contrario i fautori dell’interventismo pubblico in ogni ambito della convivenza, avendo la necessità logica di deificare lo Stato e sacralizzarne lo statuto basilare, concepiscono l’ordinamento giuridico come un complesso piramidale di norme positive – intenzionalmente deliberate dall’autorità politica e costituzionalmente vincolate – dalle quali scaturiscono i diritti umani, che pertanto non hanno carattere originario, ma derivato. Entro queste coordinate ideali, che erigono lo Stato a creatore del diritto, si fa fatica a distinguere il diritto dalla politica e perde senso la nozione di “Stato di diritto”. Se infatti il diritto perde il suo carattere originario, la persona soccombe innanzi all’autorità politica, che può disporre arbitrariamente dei diritti umani: come concede, può revocare. In nome del “bene comune”, che ispira tutte le autorità politiche di questo mondo e soprattutto quelle orientate alla “giustizia sociale”, i diritti di quella infinitesimale minoranza, che si riduce a un solo individuo, possono essere compressi e perfino annullati. Anche il diritto di uscire da casa può essere annullato con un semplice atto amministrativo, chiamato Dpcm, in nome di una discutibile finalità preventiva, mentre la “Costituzione più bella del mondo” rimane a guardare. La politica, che non si dà il compito di riconoscere il diritto preesistente, ma di crearlo con la norma ritualmente deliberata, non arretra di fronte al diritto della persona, giacché l’alfa e l’omega di ogni diritto finiscono col risiedere nella legge e dunque nella politica. L’immedesimazione del diritto nella politica, a ui offre supporto culturale la dottrina positivistica kelseniana, è la prima pietra dell’autoritarismo dello Stato, che perde la sua stessa connotazione, nel momento in cui non riconosce il diritto come “altro da sé”. Infatti la paritaria condizione dell’individuo di fronte allo Stato non può sussistere, se quella condizione dipende poi dallo Stato medesimo. Ma infine i liberali si chiedono: se tutto il diritto vive negli atti dell’autorità costituita, quali relazioni umane si instaurano nelle zone grigie spazio-temporali dell’ordine politico costituendo? Che ne è della lex mercatoria, mai deliberata, né mai inserita in un costrutto piramidale di norme giuridiche, eppure spontaneamente osservata da Marco Polo e dai suoi fornitori di seta nelle “terre di nessuno”? E nelle convulse fasi di passaggio da un ordine a un altro, la persona può difendere legittimamente i suoi diritti oppure il ladro che entra nella casa altrui non può nemmeno essere chiamato “ladro”? A queste domande i liberali rispondono come Benedetto XVI: il diritto preesiste allo Stato, avendo un carattere originario, che lo distingue dalla politica. E ritengono fondamentale questa distinzione per la libertà degli uomini.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli