Una lunga mediazione a distanza con l’Eliseo e il colloquio con Macron che aiuta anche Parigi

Tra tutti gli uomini della presidente che giocano a un braccio di ferro molto rischioso con gli alleati europei è dovuto intervenire lui. In una crisi diplomatica sui migranti, lontana dall’essere risolta, anzi in preda a toni sempre più aspri tra Italia e Francia, Sergio Mattarella, dall’alto del Quirinale, ha alzato il telefono e ha chiamato un altro capo di Stato. Da pari a pari e immune dalla logica del gradimento nei sondaggi, Mattarella ha fatto in extremis la sua mossa e ha parlato a Emmanuel Macron, per chiarire al Capo dell’Eliseo da che parte sta l’Italia. E anche per indicare implicitamente a Giorgia Meloni, sempre più in balia delle acque agitate dal pugno duro della linea Salvini sugli sbarchi, la strada che un premier che vuole contare deve percorrere, mettendo davanti il ruolo cruciale che il Paese deve avere in Europa. Perché tutto ha un prezzo e guidare una nazione che non vuole rimanere isolata necessita di sacrifici: dei cittadini, che da anni devono sottostare alle richieste dell’Unione, e del capo del governo, il cui ruolo gli impone di immolare il consenso sull’altare delle responsabilità. Un compito al quale Giorgia era già stata preparata dal suo predecessore, Mario Draghi. E lei stessa lo ha dimostrato in varie occasioni, sia in campagna elettorale sia nei tumultuosi giorni della formazione del suo Esecutivo. Ha retto agli assalti e alle pretese di Matteo Salvini e di Silvio Berlusconi in lite sulle poltrone, ha dimostrato di poter parlare con i grandi del mondo con una postura nuova e misurata. Ma proprio durante i vertici internazionali, quando la premier non era presente a Palazzo Chigi, si è trovata davanti ai fatti compiuti da altri e ha dovuto subire atti dai quali, ovviamente, non si è potuta dissociare, nonostante lei stessa avrebbe voluto agire diversamente, con più diplomazia e dialogo in un’Europa fortemente sofferente, che non è in grado di parlare né di reputare le coste italiane come il confine europeo. E si è arrivati a un passo dalla rottura con la Francia, a una richiesta di isolamento italiano alla quale il nostro Paese ha prestato il fianco auto-isolandosi con la scelta scellerata di formare un asse con Malta, Cipro e Grecia per ribadire i contrasti sulla gestione dei flussi migratori. Insomma, l’Italia, paese fondatore dell’Unione, stava correndo il serio rischio di finire in un gruppo di serie B contro i giganti che contano, ovvero Francia e Germania.
Così Mattarella, con il suo stile democristiano in grado di favorire i rapporti e la collaborazione, è corso ai ripari e ha ricucito l’asse Roma-Parigi. Un lungo colloquio telefonico tra il Presidente della Repubblica e Macron, mentre la premier era in volo per raggiungere Bali, dove è in corso il G20. Per rafforzare l’unità d’intenti, al termine della telefonata, il Quirinale e l’Eliseo hanno diramato un comunicato ufficiale identico, con la differenza che uno è in italiano e l’altro in francese. “Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha avuto con il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, un colloquio telefonico, nel corso del quale entrambi hanno affermato la grande importanza della relazione tra i due Paesi e hanno condiviso la necessità che vengano poste in atto condizioni di piena collaborazione in ogni settore, sia in ambito bilaterale sia dell’Unione Europea”, si legge sul sito della Presidenza della Repubblica. Un comunicato ufficiale condiviso che indica due elementi rilevanti. Il primo è che è stato Mattarella a decidere di telefonare a Macron e non viceversa, e a seguito di una valutazione istituzionale scevra della logica dell’orgoglio. Il secondo è che in quelle tre parole, “in ogni settore”, è contenuto tutto l’impegno che il Capo dello Stato ha assicurato a Macron sulla risoluzione del nodo migranti. Senza contare che, con la sua discesa nella disputa italo-francese, Mattarella ha levato le castagne dal fuoco anche a Macron, che potrà spendere come una vittoria la sua mossa maldestra, scaturita dai problemi interni che il capo dell’Eliseo sta attraversando per la mancanza di una maggioranza e per i continui attacchi del fronte sovranista francese. Insomma, con una telefonata Sergio ha salvato capra e cavoli. Ed è logico pensare che, a seguito di questa dichiarazione, Giorgia Meloni abbia telefonato a Mattarella e lei stessa abbia recepito la linea dettata da Sergio. Perché, nella giornata, i toni sono diventati più distesi, sia da Oltralpe che dal fronte italiano. Con la lezione del “Mattarellum”, perfino l’intervento del presidente del Senato, Ignazio La Russa, seppur radicato nella sua storia, è apparso timido. “Io credo che l’opera del Presidente della Repubblica sia sempre utile, ma credo anche che la fermezza del nostro governo debba essere condivisa. Credo che l’interesse nazionale vada difeso ciascuno con il proprio ruolo”, ha detto La Russa. “Il Presidente della Repubblica sta svolgendo benissimo il proprio ruolo, come credo i nostri ministri e il presidente del Consiglio. I toni devono essere garbati”, ha aggiunto, “ma la sostanza deve essere chiara: l’Italia non può essere lasciata sola a gestire il problema migratorio. L’Italia non può essere l’unica nazione come terra di prima accoglienza”. Puntualizzazioni ormai superate di fronte a Sergio il garante, che riabilita la posizione dell’Italia in Europa. E allora Bruxelles ha ribadito che si lavora a una soluzione congiunta per il problema dei migranti. La Ue, però, ha voluto precisare che non può essere fatta alcuna distinzione tra navi Ong e altre imbarcazioni quando si tratta di salvare vite umane in mare. Un pizzino al governo Meloni, per evitare che vengano prese decisioni che limitino l’azione delle navi umanitarie.

Tra tutti gli uomini della presidente che giocano a un braccio di ferro molto rischioso con gli alleati europei è dovuto intervenire lui. In una crisi diplomatica sui migranti, lontana dall’essere risolta, anzi in preda a toni sempre più aspri tra Italia e Francia, Sergio Mattarella, dall’alto del Quirinale, ha alzato il telefono e ha chiamato un altro capo di Stato. Da pari a pari e immune dalla logica del gradimento nei sondaggi, Mattarella ha fatto in extremis la sua mossa e ha parlato a Emmanuel Macron, per chiarire al Capo dell’Eliseo da che parte sta l’Italia. E anche per indicare implicitamente a Giorgia Meloni, sempre più in balia delle acque agitate dal pugno duro della linea Salvini sugli sbarchi, la strada che un premier che vuole contare deve percorrere, mettendo davanti il ruolo cruciale che il Paese deve avere in Europa. Perché tutto ha un prezzo e guidare una nazione che non vuole rimanere isolata necessita di sacrifici: dei cittadini, che da anni devono sottostare alle richieste dell’Unione, e del capo del governo, il cui ruolo gli impone di immolare il consenso sull’altare delle responsabilità. Un compito al quale Giorgia era già stata preparata dal suo predecessore, Mario Draghi. E lei stessa lo ha dimostrato in varie occasioni, sia in campagna elettorale sia nei tumultuosi giorni della formazione del suo Esecutivo. Ha retto agli assalti e alle pretese di Matteo Salvini e di Silvio Berlusconi in lite sulle poltrone, ha dimostrato di poter parlare con i grandi del mondo con una postura nuova e misurata. Ma proprio durante i vertici internazionali, quando la premier non era presente a Palazzo Chigi, si è trovata davanti ai fatti compiuti da altri e ha dovuto subire atti dai quali, ovviamente, non si è potuta dissociare, nonostante lei stessa avrebbe voluto agire diversamente, con più diplomazia e dialogo in un’Europa fortemente sofferente, che non è in grado di parlare né di reputare le coste italiane come il confine europeo. E si è arrivati a un passo dalla rottura con la Francia, a una richiesta di isolamento italiano alla quale il nostro Paese ha prestato il fianco auto-isolandosi con la scelta scellerata di formare un asse con Malta, Cipro e Grecia per ribadire i contrasti sulla gestione dei flussi migratori. Insomma, l’Italia, paese fondatore dell’Unione, stava correndo il serio rischio di finire in un gruppo di serie B contro i giganti che contano, ovvero Francia e Germania.
Così Mattarella, con il suo stile democristiano in grado di favorire i rapporti e la collaborazione, è corso ai ripari e ha ricucito l’asse Roma-Parigi. Un lungo colloquio telefonico tra il Presidente della Repubblica e Macron, mentre la premier era in volo per raggiungere Bali, dove è in corso il G20. Per rafforzare l’unità d’intenti, al termine della telefonata, il Quirinale e l’Eliseo hanno diramato un comunicato ufficiale identico, con la differenza che uno è in italiano e l’altro in francese. “Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha avuto con il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, un colloquio telefonico, nel corso del quale entrambi hanno affermato la grande importanza della relazione tra i due Paesi e hanno condiviso la necessità che vengano poste in atto condizioni di piena collaborazione in ogni settore, sia in ambito bilaterale sia dell’Unione Europea”, si legge sul sito della Presidenza della Repubblica. Un comunicato ufficiale condiviso che indica due elementi rilevanti. Il primo è che è stato Mattarella a decidere di telefonare a Macron e non viceversa, e a seguito di una valutazione istituzionale scevra della logica dell’orgoglio. Il secondo è che in quelle tre parole, “in ogni settore”, è contenuto tutto l’impegno che il Capo dello Stato ha assicurato a Macron sulla risoluzione del nodo migranti. Senza contare che, con la sua discesa nella disputa italo-francese, Mattarella ha levato le castagne dal fuoco anche a Macron, che potrà spendere come una vittoria la sua mossa maldestra, scaturita dai problemi interni che il capo dell’Eliseo sta attraversando per la mancanza di una maggioranza e per i continui attacchi del fronte sovranista francese. Insomma, con una telefonata Sergio ha salvato capra e cavoli. Ed è logico pensare che, a seguito di questa dichiarazione, Giorgia Meloni abbia telefonato a Mattarella e lei stessa abbia recepito la linea dettata da Sergio. Perché, nella giornata, i toni sono diventati più distesi, sia da Oltralpe che dal fronte italiano. Con la lezione del “Mattarellum”, perfino l’intervento del presidente del Senato, Ignazio La Russa, seppur radicato nella sua storia, è apparso timido. “Io credo che l’opera del Presidente della Repubblica sia sempre utile, ma credo anche che la fermezza del nostro governo debba essere condivisa. Credo che l’interesse nazionale vada difeso ciascuno con il proprio ruolo”, ha detto La Russa. “Il Presidente della Repubblica sta svolgendo benissimo il proprio ruolo, come credo i nostri ministri e il presidente del Consiglio. I toni devono essere garbati”, ha aggiunto, “ma la sostanza deve essere chiara: l’Italia non può essere lasciata sola a gestire il problema migratorio. L’Italia non può essere l’unica nazione come terra di prima accoglienza”. Puntualizzazioni ormai superate di fronte a Sergio il garante, che riabilita la posizione dell’Italia in Europa. E allora Bruxelles ha ribadito che si lavora a una soluzione congiunta per il problema dei migranti. La Ue, però, ha voluto precisare che non può essere fatta alcuna distinzione tra navi Ong e altre imbarcazioni quando si tratta di salvare vite umane in mare. Un pizzino al governo Meloni, per evitare che vengano prese decisioni che limitino l’azione delle navi umanitarie.

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