Una ricetta per l’Italia VISIONE E DECISIONE

Cosa manca al nostro Paese per stare al passo delle Nazioni più organizzate e avanzate? 

Cosa impedisce a chi ci governa di operare con determinazione e lealtà per il bene comune?  

Come abbattere il vizio tipicamente italico di non prevenire o di non intervenire in tempo per affrontare situazioni che possono assumere caratteri di criticità, come quella che stiamo attualmente vivendo? Forse una ricetta c’è.

Il nostro Paese sembra sempre un eterno cantiere, per cose che si dovrebbero fare e non si fanno, per cose che si sono fatte ma non completamente, per cose da fare ma che non si sa quando, né se si potranno portare a compimento. Una sorta di tante e indefinite foggie delle quali non si vede la completa realizzazione dei manufatti. E’ questo un atteggiamento tipico di casa nostra, assunto in molte situazioni, al di là dell’importanza che esse possano rivestire per il bene comune. Come è altrettanto tipico della nostra genia, in questi casi, il mettere toppe là dove invece occorrerebbero misure in grado di fornire risposte, se non definitive e risolutive, almeno di lungo respiro, che lascino intravedere un percorso che vada verso la risoluzione dei problemi che più assillano la Comunità. Il problema vero però, è la mancanza di quello che in gergo manageriale si chiama “visione”. Cioè la capacità di guardare oltre il momento, ipotizzando gli scenari che si potrebbero realizzare in futuro e pensare e agire di conseguenza “Visione” che non può che appartenere alla politica, e che della politica dovrebbe essere, insieme, ragione e propellente. Oltre all’espressione di un dovere nei confronti dei cittadini che alla politica delegano la soddisfazione dei bisogni, le umane speranze di salute, di dignità e di sviluppo personale e sociale. Ma la politica latita. Si agita. Si dimena. Sembra comprendere le difficoltà che la società vive, sembra animata da buona volontà, ma nella realtà non sa cosa fare. O meglio, fa quello che ha sempre fatto, cioè, rimanere distante dalla gente e dai suoi problemi. Ha in sé il male di tutto, ma non riesce ad affrancarsene, perché troppo legata ai suoi vizi, ai suoi birignao, alle sue prebende, al suo stato di assoluto privilegio. La panacea sta, invece, nella 

 

capacità di dare un taglio netto a tutto questo e decidere! Decidere secondo “visione”, per il bene di tutti e della politica stessa. Quella “visione” che è mancata anche ultimamente, di fronte a un evento dilagante come il Covid-19, che forse non poteva essere previsto in tutta la sua micidiale portata, ma poteva essere frenato e affrontato con più prontezza, se il nostro sistema sanitario non si fosse trovato deficitario in alcuni aspetti essenziali, come la mancanza di sufficienti spazi di terapia intensiva, di apparecchiature adatte al caso, di personale medico e infermieristico, di supporti di protezione sanitaria e di strutture, soprattutto locali, chiuse per questioni di miopia politica e di un ingiustificato risparmio economico, a discapito della salute delle persone. E ancora, se lo Stato e i suoi diversi esecutivi, avessero approntato un vigilante e operativo “comitato di crisi”, capace di sviluppare ipotesi di criticità a tutto tondo che possono verificarsi in un Paese e preparare gli interventi più consoni, non dico al loro superamento immediato, ma almeno in grado di limitare gli effetti negativi impattanti sulle persone e sui diversi ambiti societari.  

Capacità di “visione” e di decisione dunque, che devono marciare di pari passo con il senso di responsabilità e con quello delle cose, al di là degli interessi di bottega partitica, avallando, se necessario, il pensiero della parte avversa, sacrificando, per un attimo, concezioni legate a una visione ideologica, ma non capaci, al momento contingente, di dare soluzioni valide a necessità urgenti. Purtroppo però, il decisionismo in Italia sembra non trovare albergo. Appare come una vergogna esercitarlo. 

E’ ancora la politica a dimostrarlo, costantemente, anche nelle proposte di nuove leggi elettorali, che invece di semplificare e rendere più snello un sistema farraginoso e precario, lo va invece a complicare, imprigionando l‘eventuale futuro esecutivo nell’anfratto di coalizioni di partiti dal diverso orientamento di pensiero, con la conseguenza che al primo ostacolo, questi fanno traballare o cadere il governo gettando il Paese in una dannosa crisi istituzionale e in lunghi periodi di inattività legislativa e operativa, con ricadute negative a livello economico-sociale. Invece, è proprio di decisionismo che abbiamo bisogno. Un bisogno urgente per fronteggiare e superare barriere che ci impediscono di stare al passo con società ed economie che viaggiano veloci e bene. Decisionismo che non è “autoritarismo”, ma il frutto di responsabilità assunte e di competenze applicate. 

Un atteggiamento di lealtà dovuto alla Comunità, alla luce delle sue effettive necessità. Pena la staticità, la crescita del senso di smarrimento delle persone, la perdita della fiducia nella democrazia e, più ancora, la creazione di ulteriori lacune e ferite sociali profonde, altrimenti difficilmente sanabili.

Romolo Paradiso

Cosa manca al nostro Paese per stare al passo delle Nazioni più organizzate e avanzate? 

Cosa impedisce a chi ci governa di operare con determinazione e lealtà per il bene comune?  

Come abbattere il vizio tipicamente italico di non prevenire o di non intervenire in tempo per affrontare situazioni che possono assumere caratteri di criticità, come quella che stiamo attualmente vivendo? Forse una ricetta c’è.

Il nostro Paese sembra sempre un eterno cantiere, per cose che si dovrebbero fare e non si fanno, per cose che si sono fatte ma non completamente, per cose da fare ma che non si sa quando, né se si potranno portare a compimento. Una sorta di tante e indefinite foggie delle quali non si vede la completa realizzazione dei manufatti. E’ questo un atteggiamento tipico di casa nostra, assunto in molte situazioni, al di là dell’importanza che esse possano rivestire per il bene comune. Come è altrettanto tipico della nostra genia, in questi casi, il mettere toppe là dove invece occorrerebbero misure in grado di fornire risposte, se non definitive e risolutive, almeno di lungo respiro, che lascino intravedere un percorso che vada verso la risoluzione dei problemi che più assillano la Comunità. Il problema vero però, è la mancanza di quello che in gergo manageriale si chiama “visione”. Cioè la capacità di guardare oltre il momento, ipotizzando gli scenari che si potrebbero realizzare in futuro e pensare e agire di conseguenza “Visione” che non può che appartenere alla politica, e che della politica dovrebbe essere, insieme, ragione e propellente. Oltre all’espressione di un dovere nei confronti dei cittadini che alla politica delegano la soddisfazione dei bisogni, le umane speranze di salute, di dignità e di sviluppo personale e sociale. Ma la politica latita. Si agita. Si dimena. Sembra comprendere le difficoltà che la società vive, sembra animata da buona volontà, ma nella realtà non sa cosa fare. O meglio, fa quello che ha sempre fatto, cioè, rimanere distante dalla gente e dai suoi problemi. Ha in sé il male di tutto, ma non riesce ad affrancarsene, perché troppo legata ai suoi vizi, ai suoi birignao, alle sue prebende, al suo stato di assoluto privilegio. La panacea sta, invece, nella 

 

capacità di dare un taglio netto a tutto questo e decidere! Decidere secondo “visione”, per il bene di tutti e della politica stessa. Quella “visione” che è mancata anche ultimamente, di fronte a un evento dilagante come il Covid-19, che forse non poteva essere previsto in tutta la sua micidiale portata, ma poteva essere frenato e affrontato con più prontezza, se il nostro sistema sanitario non si fosse trovato deficitario in alcuni aspetti essenziali, come la mancanza di sufficienti spazi di terapia intensiva, di apparecchiature adatte al caso, di personale medico e infermieristico, di supporti di protezione sanitaria e di strutture, soprattutto locali, chiuse per questioni di miopia politica e di un ingiustificato risparmio economico, a discapito della salute delle persone. E ancora, se lo Stato e i suoi diversi esecutivi, avessero approntato un vigilante e operativo “comitato di crisi”, capace di sviluppare ipotesi di criticità a tutto tondo che possono verificarsi in un Paese e preparare gli interventi più consoni, non dico al loro superamento immediato, ma almeno in grado di limitare gli effetti negativi impattanti sulle persone e sui diversi ambiti societari.  

Capacità di “visione” e di decisione dunque, che devono marciare di pari passo con il senso di responsabilità e con quello delle cose, al di là degli interessi di bottega partitica, avallando, se necessario, il pensiero della parte avversa, sacrificando, per un attimo, concezioni legate a una visione ideologica, ma non capaci, al momento contingente, di dare soluzioni valide a necessità urgenti. Purtroppo però, il decisionismo in Italia sembra non trovare albergo. Appare come una vergogna esercitarlo. 

E’ ancora la politica a dimostrarlo, costantemente, anche nelle proposte di nuove leggi elettorali, che invece di semplificare e rendere più snello un sistema farraginoso e precario, lo va invece a complicare, imprigionando l‘eventuale futuro esecutivo nell’anfratto di coalizioni di partiti dal diverso orientamento di pensiero, con la conseguenza che al primo ostacolo, questi fanno traballare o cadere il governo gettando il Paese in una dannosa crisi istituzionale e in lunghi periodi di inattività legislativa e operativa, con ricadute negative a livello economico-sociale. Invece, è proprio di decisionismo che abbiamo bisogno. Un bisogno urgente per fronteggiare e superare barriere che ci impediscono di stare al passo con società ed economie che viaggiano veloci e bene. Decisionismo che non è “autoritarismo”, ma il frutto di responsabilità assunte e di competenze applicate. 

Un atteggiamento di lealtà dovuto alla Comunità, alla luce delle sue effettive necessità. Pena la staticità, la crescita del senso di smarrimento delle persone, la perdita della fiducia nella democrazia e, più ancora, la creazione di ulteriori lacune e ferite sociali profonde, altrimenti difficilmente sanabili.

Romolo Paradiso

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