Una ridda di sigle per la scuola italiana

C’è la ddi, la dad, la dip, e se le si conta per bene, le sigle che caratterizzano oggi il mondo della scuola possono costituire tutte insieme l’indice di un corposo dizionario burocratico. Secondo un report dello Snals di Brindisi, se ne possono contare addirittura più di 500. Alcune sono note a tutti; altre, invece, possono suonare misteriose anche agli addetti ai lavori: insegnanti e personale amministrativo della scuola cui farebbe comodo una bella legenda per interpretare correttamente neologismi e sigle sconosciute. Segno che fare l’insegnante oggi è diventato un mestiere sempre più esposto ai processi di formalizzazione burocratica. Per sapere che la burocrazia è una necessità del bisogno di dare ordine alla crescente complessità del quotidiano, non è indispensabile conoscere a menadito Weber, così come non lo è ricorrere al buon senso di un cittadino medio per capire che gli eccessi che può produrre possono renderne pesante e, alla fine, improduttivo l’uso. Ciò malgrado, gli acronimi impazzano nel mondo della scuola italiana, turbando quello che si può considerare il crescente bisogno di normalità degli insegnanti.

Nessun acronimo sembra godere di una lunga vita nel mondo della scuola. Quello che una volta era, ad esempio, il Pof (Piano per l’offerta formativa) è diventato in poco tempo “Ptof”, giusto per renderne meno agevole la pronuncia, che potrebbe fare invidia a certi personaggi delle Cosmicomiche di Calvino. Una sorte analoga ha avuto anche la sigla “Asl”, messa anzitempo in soffitta non solo per l’equivoca coincidenza con le aziende territoriali della salute pubblica. La vecchia Alternanza Scuola/Lavoro (equivalente dell’acronimo Asl) è stata sostituita da una delle sigle più tortuose in uso oggi nella scuola: Pcto. Sembrerebbe, a prima vista, la sigla di un neonato partito o di un sospetto composto chimico, ma è invece l’acronimo poco commestibile di quella nuova disciplina del triennio delle scuole superiori di secondo grado che indica i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Un effetto della riforma della “buona scuola” che raccoglie pochi consensi tra gli insegnanti e meno ancora tra gli studenti e che gode, comunque, dell’apprezzamento più o meno dichiarato di forze politiche diverse. E a proposito di “buona scuola”, si deve a questa l’introduzione del termine “Byod”, criptico anglicismo che sta per “Bring your own device”, letteralmente “Porta il tuo dispositivo”. La didattica a distanza ne ha fatto conoscere una versione domestica, perché ha, nel bene e nel male (e qua è davvero questione di punti di vista), “sdoganato” l’uso di tablet e smartphone, anche se si fatica ad autorizzarne e valorizzarne l’impiego in aula.

Byod è solo uno dei nuovi termini tecnici non italiani con cui si condisce oggi la didattica. Si pensi al Clil (Content and Language Integrated Learning), indispensabile per insegnare una Dnl (Disciplina non linguistica) con una delle lingue straniere studiate in classe. Più “nostrane” sono altre sigle come “fo”, “fs”, “fis” e “fad”. Una dietro l’altra, possono dare l’idea di uno scioglilingua sibilante, una specie di mantra portafortuna per funzionari che, ancor prima di presentarsi dal capufficio, si raccomandano alla buona sorte con una sfilza di enigmatiche sillabe propiziatrici. Ovviamente, non è tutto nuovo quel che sembra luccicare come tale. Si pensi a quelli che una volta erano i più o meno cari bidelli. La bizzarra moda dell’acronimo che accorcia parole e formule e che non risparmia niente e nessuno li apostrofa come “cs”. Altre sigle di uso corrente – giusto per citarne alcune – sono “Mad”, “Gav”, “Niv” e “Nev”, “Gli”, “Lim”, “Pia”, “Pai” e “Pei”. Ci sono anche i “Nai”, scorciatoia linguistica per definire i neo arrivati in Italia e cioè gli alunni stranieri che, non ancora capaci di usare l’italiano come seconda lingua, frequentano per la prima volta la scuola nel nostro Paese. Non mancano poi le doppie identità. È il caso del Pai, che significa Piano annuale per l’inclusività, ma anche Piano di apprendimento individualizzato. Tra un acronimo e l’altro e il loro riferimento normativo può capitare di imbattersi anche in un “RD”, abbreviazione che dice molto ai nostalgici della vecchia scuola, perché indica la presenza di regi decreti che, per ironia della sorte e, se vogliamo, anche della storia, hanno ancora oggi una loro validità nell’intricato, complesso e talvolta frustrante assetto normativo della scuola italiana.

 

Giuseppe Pulina

C’è la ddi, la dad, la dip, e se le si conta per bene, le sigle che caratterizzano oggi il mondo della scuola possono costituire tutte insieme l’indice di un corposo dizionario burocratico. Secondo un report dello Snals di Brindisi, se ne possono contare addirittura più di 500. Alcune sono note a tutti; altre, invece, possono suonare misteriose anche agli addetti ai lavori: insegnanti e personale amministrativo della scuola cui farebbe comodo una bella legenda per interpretare correttamente neologismi e sigle sconosciute. Segno che fare l’insegnante oggi è diventato un mestiere sempre più esposto ai processi di formalizzazione burocratica. Per sapere che la burocrazia è una necessità del bisogno di dare ordine alla crescente complessità del quotidiano, non è indispensabile conoscere a menadito Weber, così come non lo è ricorrere al buon senso di un cittadino medio per capire che gli eccessi che può produrre possono renderne pesante e, alla fine, improduttivo l’uso. Ciò malgrado, gli acronimi impazzano nel mondo della scuola italiana, turbando quello che si può considerare il crescente bisogno di normalità degli insegnanti.

Nessun acronimo sembra godere di una lunga vita nel mondo della scuola. Quello che una volta era, ad esempio, il Pof (Piano per l’offerta formativa) è diventato in poco tempo “Ptof”, giusto per renderne meno agevole la pronuncia, che potrebbe fare invidia a certi personaggi delle Cosmicomiche di Calvino. Una sorte analoga ha avuto anche la sigla “Asl”, messa anzitempo in soffitta non solo per l’equivoca coincidenza con le aziende territoriali della salute pubblica. La vecchia Alternanza Scuola/Lavoro (equivalente dell’acronimo Asl) è stata sostituita da una delle sigle più tortuose in uso oggi nella scuola: Pcto. Sembrerebbe, a prima vista, la sigla di un neonato partito o di un sospetto composto chimico, ma è invece l’acronimo poco commestibile di quella nuova disciplina del triennio delle scuole superiori di secondo grado che indica i Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Un effetto della riforma della “buona scuola” che raccoglie pochi consensi tra gli insegnanti e meno ancora tra gli studenti e che gode, comunque, dell’apprezzamento più o meno dichiarato di forze politiche diverse. E a proposito di “buona scuola”, si deve a questa l’introduzione del termine “Byod”, criptico anglicismo che sta per “Bring your own device”, letteralmente “Porta il tuo dispositivo”. La didattica a distanza ne ha fatto conoscere una versione domestica, perché ha, nel bene e nel male (e qua è davvero questione di punti di vista), “sdoganato” l’uso di tablet e smartphone, anche se si fatica ad autorizzarne e valorizzarne l’impiego in aula.

Byod è solo uno dei nuovi termini tecnici non italiani con cui si condisce oggi la didattica. Si pensi al Clil (Content and Language Integrated Learning), indispensabile per insegnare una Dnl (Disciplina non linguistica) con una delle lingue straniere studiate in classe. Più “nostrane” sono altre sigle come “fo”, “fs”, “fis” e “fad”. Una dietro l’altra, possono dare l’idea di uno scioglilingua sibilante, una specie di mantra portafortuna per funzionari che, ancor prima di presentarsi dal capufficio, si raccomandano alla buona sorte con una sfilza di enigmatiche sillabe propiziatrici. Ovviamente, non è tutto nuovo quel che sembra luccicare come tale. Si pensi a quelli che una volta erano i più o meno cari bidelli. La bizzarra moda dell’acronimo che accorcia parole e formule e che non risparmia niente e nessuno li apostrofa come “cs”. Altre sigle di uso corrente – giusto per citarne alcune – sono “Mad”, “Gav”, “Niv” e “Nev”, “Gli”, “Lim”, “Pia”, “Pai” e “Pei”. Ci sono anche i “Nai”, scorciatoia linguistica per definire i neo arrivati in Italia e cioè gli alunni stranieri che, non ancora capaci di usare l’italiano come seconda lingua, frequentano per la prima volta la scuola nel nostro Paese. Non mancano poi le doppie identità. È il caso del Pai, che significa Piano annuale per l’inclusività, ma anche Piano di apprendimento individualizzato. Tra un acronimo e l’altro e il loro riferimento normativo può capitare di imbattersi anche in un “RD”, abbreviazione che dice molto ai nostalgici della vecchia scuola, perché indica la presenza di regi decreti che, per ironia della sorte e, se vogliamo, anche della storia, hanno ancora oggi una loro validità nell’intricato, complesso e talvolta frustrante assetto normativo della scuola italiana.

 

Giuseppe Pulina

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