L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Una riforma contro nessuno ma a favore di tutti

di Alberto Filippi -


Oggi non parlerò di Enzo Tortora. Oggi non parlerò dell’ex Presidente della Regione Calabria o di altri volti noti o meno noti che hanno subito ingiustizie per processi ingiusti. Oggi vi racconterò una parte importante della mia autobiografia, non perché le loro storie non contino – contano, eccome – ma perché la storia che racconto è la mia storia giudiziaria. Una storia che ho vissuto sulla mia pelle, e che mi dà il diritto – forse persino il dovere – di parlarvi di questo referendum sulla separazione delle carriere dei giudici con una parola sola: andate a votare Sì!

La mia vicenda

Era il 2023, l’Italia si stava preparando al meritato riposo di metà agosto quando appresi dai giornali – ripeto, dai giornali, non da un avviso di garanzia – di essere al centro di un’indagine legata a fatti malavitosi, con presunte connessioni alla ‘ndrangheta.

Tre anni di indagine. Tre anni in cui nessuno si era degnato di notificarmi l’avviso di garanzia che la legge impone. Nessuno mi aveva chiamato! Nessuno mi aveva avvisato anche se era un mio diritto! Nessuno ovviamente mi aveva ascoltato. Eppure qualcuno aveva deciso che quell’indagine dovesse finire sui giornali proprio a Ferragosto, nel momento in cui le difese di un uomo sono più basse e la sua voce più difficile da far sentire, specialmente perché ad agosto i tribunali sono chiusi e gli avvocati in ferie e io avrei dovuto rispondere alla stampa senza avere la minima idea di cosa rispondere essendo estraneo e non conoscendo nemmeno il dettaglio delle accuse.

Non ero più in politica da quasi un decennio. Guidavo l’azienda fondata da mio nonno, quasi cento anni di storia imprenditoriale. Ma ero stato deputato, ero stato senatore, avevo militato nel centrodestra: e questo, evidentemente, per qualcuno era sufficiente per trasformarmi, nell’immaginario di chi leggeva, in un colpevole.

In pochi giorni persi commesse, le banche mi chiedevano rientri immediati, i miei collaboratori mi guardavano con occhi che non avrei voluto vedere, la famiglia e i veri amici condividevano la mia tragedia e mio padre dopo poche ore, disperato, veniva colpito da un ictus che lo avrebbe ridotto per mesi immobile in un letto di ospedale.

La richiesta: essere interrogato

Con la coscienza cristallina e i miei legali al fianco, presi una decisione: chiedere di essere interrogato subito, spontaneamente. Se nessuno si era preoccupato di ascoltarmi in tre anni, me ne sarei preoccupato io. Dopo circa sessanta giorni fui finalmente ascoltato, sessanta giorni di ingiusta attesa, di inferno mediatico, di insonnie necessarie per pensare il giorno successivo a come continuare a fare l’imprenditore, il cittadino e il buon padre di famiglia. Arrivò finalmente l’interrogatorio, 48 ore di domande, ma lì ogni accusa si trasformò, una dopo l’altra, in prove a discolpa. Qualche esempio, perché i dettagli qui non sono dettagli ma sono la sostanza.

Mi si accusava di aver organizzato un’azione intimidatoria in un’abitazione di mia proprietà. Bastava chiamare il notaio: quell’abitazione non era mia al momento dei fatti. L’avrei acquistata sei mesi dopo. Non avevo e non potevo avere nemmeno le chiavi di quella casa! Non potevo essere lì. Mi si accusava di aver parlato della figlia della persona da intimidire… ma quel signore non ha figlie femmine… quel signore ha due figli maschi. Mi si accusava di aver pagato 25.000 euro per questo tramite una fattura. Esisteva effettivamente una fattura di quell’importo: peccato fosse stata pagata oltre quattrocento giorni dopo i presunti fatti. Come se un criminale organizzasse un’intimidazione e poi aspettasse più di un anno a ricevere il compenso con un bonifico bancario tracciato.

Le intercettazioni

Le intercettazioni? In una, le persone non parlavano di me: non sarebbe stato difficile accorgersene. In un’altra, trascritta con tre parole chiave che sembravano alludere ad attività illecite, c’era un dialogo in dialetto calabrese. Trovammo un interprete già operativo presso tribunali: nessuna di quelle tre parole compariva nel linguaggio reale. Tutte inventate, probabilmente con malizia o per errore … o non per errore ma perché servivano! In una terza, finalmente, si parlava davvero di me: per chiedere consulenza legale su una riscossione di credito. Un’attività non solo lecita, ma virtuosa.

Esaminando poi le trascrizioni dell’interrogatorio del cosiddetto pentito, risultò evidente che le domande erano state poste in forma suggestiva. Non “cosa è successo”, ma “confermi che è successo questo”. A coronamento della mia assoluta innocenza ed estraneità saltò fuori una registrazione di cinque ore in cui, in buona sostanza, il pentito confessava che gli era stato chiesto di inventare qualcosa contro di me. Per fortuna – e questa parola qui pesa – la maggior parte della magistratura è composta da persone serie e preparate. L’indagine fu chiusa dal Procuratore capo Cherchi e dal PM Buccini.

Infatti fu la stessa Procura a chiedere l’archiviazione, che arrivò dopo dodici mesi. La PM responsabile di questo disastro nel frattempo aveva chiesto – e ottenuto – un trasferimento e una promozione. Complimenti! L’azienda costruita da mio nonno quasi cent’anni fa non ebbe la stessa fortuna. Due anni dopo quei fatti fui costretto a venderla, rimettendoci quasi dieci milioni di euro rispetto al valore che avrebbe avuto senza quella bufera. La salute di mio padre non fu più la stessa. Le mie figlie nel frattempo cambiarono scuola e amicizie e cambiai vita anch’io.

Non ho vissuto questa storia per farne un romanzo. La racconto perché mi è stata chiesta, e perché credo che chi ha pagato ingiustamente abbia non solo il diritto ma il dovere di testimoniare. La separazione delle carriere non è una vendetta contro i magistrati. È una garanzia di civiltà. Chi indaga e chi giudica non può essere la stessa persona, non può appartenere alla stessa cultura corporativa, non può muoversi negli stessi corridoi e nelle stesse logiche. Non perché i magistrati siano cattivi – la maggior parte non lo è – ma perché nessun sistema giusto può fondarsi sulla speranza che le persone siano buone. Deve fondarsi sulle regole.

Quando un PM raccoglie prove con il solo obiettivo di costruire un’accusa, anziché cercare la verità in entrambe le direzioni, il problema non è solo etico: è strutturale. E le strutture si cambiano con le riforme, non con le preghiere. Quanto mi è accaduto ha distrutto l’intera rete di relazioni private e pubbliche. Ma oggi cammino a testa alta, con qualcosa che somiglia a una medaglia: quella di chi ha pagato ingiustamente e ne è uscito senza piegarsi.

C’è un credito che vanto nei confronti di questo Paese. Non lo reclamo per me – lo reclamo perché altri non debbano pagarlo. Ogni giorno che passa torna la voglia, per senso civico e per dovere verso i miei concittadini, di tornare a fare politica: proprio per proteggere chi non ha gli strumenti, i legali, la resistenza che ho avuto io. Ma prima di tutto questo, vi chiedo una cosa piccola e insieme enorme: andate a votare.

Andate a votare convintamente Sì! Fate una scommessa sul futuro dei vostri figli. Cambiate le regole di un sistema che non ha bisogno di più potere, ma di più equilibrio. La giustizia deve essere potente per essere giusta ma non può essere prepotente altrimenti sarebbe ingiusta. Ve lo chiedo col cuore di chi ha sofferto ingiustamente andate, andiamo tutti a votare sì!


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