Usa, impennata choc dell’inflazione

Ora si parla di “lieve recessione”

Jerome Powell, presidente della Feeral Reserve, l’aveva preannunciato mercoledì scorso, giustificando l’aumento di mezzo punto percentuale del tasso di interesse nel tentativo di ridurre l’inflazione, “che si sta avviando a raggiungere i massimi da quattro decenni”. Previsione puntualmente rispettata in una giornata che i mercati Usa ricorderanno a lungo. Il dato sull’inflazione a stelle e strisce supera, infatti, le stime degli economisti e fa segnare a maggio un  +1% mese su mese e addirittura +8,6% anno su anno, peggiorando le stime che accreditavano un +8,3%. La conferma dell’aumento più consistente registrato negli ultimi 40 anni. Oltre le attese anche il dato “core”, ovvero quello depurato dalla componente dei prezzi dei beni alimentari ed energetici, cresciuto dello 0,6% contro le attese degli analisti per un +0,5%.

“L’idea che l’inflazione abbia raggiunto il suo picco ad aprile, all’8,3%, è stata demolita da un’altra impennata a maggio, che ha portato l’indicatore all’8,6%”, ha sottolineato Steven Blitz di TS Lombard, citato dall’agenzia MFDowJones, che prevede aumenti di 50 punti base per le prossime tre riunioni del Federal Open Market Committee, il principale strumento di politica monetaria americana, con il tasso dei fondi Fed che supererà il 4% nella prima metà del 2023. Insomma, clima da “lieve recessione” dopo la stretta monetaria.

Un’altra brutta giornata per gli investitori dell’azionario e dell’obbligazionario, che segue il giovedì nero delle Borse, decisamente innervosite dalle decisioni di rialzo dei tassi da parte della Bce e impegnate a coprirsi in attesa dei dati americani. “I prezzi segnano un nuovo picco a causa dei rialzi di benzina, cibo e costi dei viaggi, saliti per la guerra in Ucraina e per quella che si preannuncia la prima estate Covid-free negli Usa dal 2019”, analizza Jose Torres, economista senior di Interactive Brothers.

In controtendenza la Cina, che vede allentare la pressione inflazionistica in concomitanza con il rallentamento dei prezzi alla produzione. I prezzi alla produzione salgono del 6,4% annuale, contro il +8% di aprile e in linea con le attese. Si tratta del ritmo di crescita più lento degli ultimi 14 mesi. Stazionari i prezzi al consumo al 2,1%. I prezzi dei listini di fabbrica scontano la debole domanda di acciaio, alluminio e di altre materie prime industriali a causa dei drastici lockdown, che da due mesi condizionano pesantemente i centri industriali e in particolare l’hub di Shanghai, uno dei principali del mondo.

Pechino ha iniziato gradualmente a riaprire, ma in questi giorni preoccupano le nuove, parziali chiusure ordinate a Shanghai e Pechino. Gli analisti dubitano che la seconda economia più grande economia del mondo possa raggiungere il target ufficiale del governo di una crescita per il 2022 intorno al 5,5%.

Ora si parla di “lieve recessione”

Jerome Powell, presidente della Feeral Reserve, l’aveva preannunciato mercoledì scorso, giustificando l’aumento di mezzo punto percentuale del tasso di interesse nel tentativo di ridurre l’inflazione, “che si sta avviando a raggiungere i massimi da quattro decenni”. Previsione puntualmente rispettata in una giornata che i mercati Usa ricorderanno a lungo. Il dato sull’inflazione a stelle e strisce supera, infatti, le stime degli economisti e fa segnare a maggio un  +1% mese su mese e addirittura +8,6% anno su anno, peggiorando le stime che accreditavano un +8,3%. La conferma dell’aumento più consistente registrato negli ultimi 40 anni. Oltre le attese anche il dato “core”, ovvero quello depurato dalla componente dei prezzi dei beni alimentari ed energetici, cresciuto dello 0,6% contro le attese degli analisti per un +0,5%.

“L’idea che l’inflazione abbia raggiunto il suo picco ad aprile, all’8,3%, è stata demolita da un’altra impennata a maggio, che ha portato l’indicatore all’8,6%”, ha sottolineato Steven Blitz di TS Lombard, citato dall’agenzia MFDowJones, che prevede aumenti di 50 punti base per le prossime tre riunioni del Federal Open Market Committee, il principale strumento di politica monetaria americana, con il tasso dei fondi Fed che supererà il 4% nella prima metà del 2023. Insomma, clima da “lieve recessione” dopo la stretta monetaria.

Un’altra brutta giornata per gli investitori dell’azionario e dell’obbligazionario, che segue il giovedì nero delle Borse, decisamente innervosite dalle decisioni di rialzo dei tassi da parte della Bce e impegnate a coprirsi in attesa dei dati americani. “I prezzi segnano un nuovo picco a causa dei rialzi di benzina, cibo e costi dei viaggi, saliti per la guerra in Ucraina e per quella che si preannuncia la prima estate Covid-free negli Usa dal 2019”, analizza Jose Torres, economista senior di Interactive Brothers.

In controtendenza la Cina, che vede allentare la pressione inflazionistica in concomitanza con il rallentamento dei prezzi alla produzione. I prezzi alla produzione salgono del 6,4% annuale, contro il +8% di aprile e in linea con le attese. Si tratta del ritmo di crescita più lento degli ultimi 14 mesi. Stazionari i prezzi al consumo al 2,1%. I prezzi dei listini di fabbrica scontano la debole domanda di acciaio, alluminio e di altre materie prime industriali a causa dei drastici lockdown, che da due mesi condizionano pesantemente i centri industriali e in particolare l’hub di Shanghai, uno dei principali del mondo.

Pechino ha iniziato gradualmente a riaprire, ma in questi giorni preoccupano le nuove, parziali chiusure ordinate a Shanghai e Pechino. Gli analisti dubitano che la seconda economia più grande economia del mondo possa raggiungere il target ufficiale del governo di una crescita per il 2022 intorno al 5,5%.

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