Valeria Palumbo: Non per me sola

 

Una importante analisi della condizione femminile in Italia

 

E’ possibile rivendicare, attraverso la scrittura, specie di quella femminile, un “modello di donna” diverso da quello che “la forza inerziale e frenante di quelli vecchi” continua a proporre in letteratura? La condizione della donna nella storia italiana è stata, se si escludono gli ultimi decenni, una sorta di lato oscuro della luna perché la donna, pur presente ed agente, è stata pressoché invisibile e destinata, anche nella oleografia culturale ufficiale, ad un ruolo domestico e costrette ad un’esistenza totalmente subalterna all’uomo. Ha cioè interpretato, e in molte aree del nostro paese continua ad interpretare, il “mito della casalinga”, dell’angelo “del focolare” a beneficio esclusivo di figli e mariti.

Valeria Palumbo, giornalista, “storica delle donne” e autrice di libri e scritti dedicati alla questione “femminile” per la “parità di genere”, nel suo ultimo libro “Non per me sola. Storia delle italiane attraverso i romanzi” (Editori Laterza, pag. 230, Euro 18,00), attraverso l’analisi di una antologia di brani tratti da testi di autori sia femminili che maschili, si sofferma, in particolare, su come la condizione della donna (nubile, sposata, vedova, figlia, sorella, moglie, madre, insegnante, suora) sia stata “narrata”, in particolare, da scrittrici e giornaliste (Gianna Manzini, Anna Kuliscioff, Natalia Ginzburg, Matilde Serao, Dacia Maraini, Grazia Deledda, Elsa Morante, …), in rapporto alla morale e alla legislazione corrente.  Solo tra la fine dell’800 e il ’900, le donne hanno cominciato a proporre, anche in testi letterari, in contrasto con le rappresentazioni e interpretazioni maschili dell’universo femminile, una loro rappresentazione e interpretazione di se stesse e dei propri ruoli, decisamente più problematici rispetto a quelli che esse stesse fedelmente custodivano e tramandavano, perfino a loro svantaggio, di generazione in generazione. La scrittrice Neera, pseudonimo di  Anna Zuccari Radius (1846 – 1918), in un articolo del 1976 scriveva sul “Giornale delle donne”, interpretando il ruolo di educatrice e di depositaria delle “norme di comportamento” da trasmettere alle sue contemporanee   ignorando le loro aspirazioni e rivendicazioni, che “La donna è nata per piacere agli uomini, per propagare la specie, migliorarla, ingentilirla e far calze. Io non le riconosco altre missioni e mi pare ve ne sia abbastanza . Togliete la donna alla casa e non avrete più né casa né donna”.

L’amore, che per la donna, doveva essere vissuto “come nobiltà del sacrificio” materno e di salvaguardia del proprio onore, della verginità e della pace familiare e la “maternità”, che doveva essere intesa come “sacrificio a vita” cui la donna era destinata (insieme al matrimonio “singolarissima forma di prostituzione” con la quale la donna otteneva il “mantenimento e la rispettabilità”),  sono stati temi ai quali è stato dato spesso dalle autrici nei loro libri la stessa interpretazione fornita dagli scrittori uomini tramandandone, a loro svantaggio, il significato.  In Italia le donne, fino a tempi molto recenti, erano abituate ai “doveri” e non ai “diritti” sia all’interno della famiglia che della società: non uscivano da sole (sempre accompagnate da genitori, fratelli, mariti); i marito era scelto dal padre (“non si sposa chi si ama, ma si deve amare chi si sposa”); erano sottoposte alla “autorità maritale” che negava loro la tutela dei figli e la possibilità di gestire patrimoni familiari e, in caso di assenza del marito, erano soggette all’autorità dei parenti di lui; non avevano accesso a gran parte delle professioni e dei mestieri. Ciò, oltre a negare i loro “diritti”, evidenzia Valeria Palumbo, costituiva il “freno più potente alle loro rivendicazioni di libertà o anche solo di dignità”.  Condizioni, che rispecchiavano il pensiero dominante del tempo, rimaste inalterate ancora per molti decenni se si pensa che il medico e antropologo Paolo Mantegazza (1831 – 1910) ha scritto, in relazione alla posizione delle donne nella società, ricorda l’autrice, che “poiché la donna gode dell’esclusività della maternità, è inutile riconoscerle pure l’uguaglianza giuridica”. Soltanto nel 1956 la Corte di Cassazione ha abrogato l’art. 571 del codice penale (Jus corrigendi) che autorizzava l’uso della violenza su moglie e figli e nel 1968 è stato abrogato dal legislatore il “reato di adulterio” che prevedeva la condanna solo della moglie adultera e non del marito adultero. Di fatto, sottolinea Valeria Palumbo, le donne dovevano “appartenere soltanto ai ‘legittimi’ proprietari, i mariti” e, prima di loro, ai padri e ai fratelli ai quali l’art. 587 del codice penale (Delitto d’onore, abrogato nel 1981) riconosceva (non a madri e sorelle) una riduzione abnorme della pena in caso di assassinio di una loro congiunta “per l’onor suo e della famiglia”.   “Non per me sola” è una importante analisi del divario esistente tra ciò che la “società”, anche attraverso la legislazione, chiedeva, e ancora chiede, alle donne di essere e le loro aspirazioni ad un effettivo riconoscimento del ruolo sociale di moglie e di madre, alla rivendicazione dell’uguaglianza giuridica, politica e sociale rispetto all’uomo, ad una posizione antagonista rispetto alla figura maschile, alla contestazione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alla donna e alla “scoperta” di alcuni valori tipicamente femminili.

Vittorio Esposito

 

Una importante analisi della condizione femminile in Italia

 

E’ possibile rivendicare, attraverso la scrittura, specie di quella femminile, un “modello di donna” diverso da quello che “la forza inerziale e frenante di quelli vecchi” continua a proporre in letteratura? La condizione della donna nella storia italiana è stata, se si escludono gli ultimi decenni, una sorta di lato oscuro della luna perché la donna, pur presente ed agente, è stata pressoché invisibile e destinata, anche nella oleografia culturale ufficiale, ad un ruolo domestico e costrette ad un’esistenza totalmente subalterna all’uomo. Ha cioè interpretato, e in molte aree del nostro paese continua ad interpretare, il “mito della casalinga”, dell’angelo “del focolare” a beneficio esclusivo di figli e mariti.

Valeria Palumbo, giornalista, “storica delle donne” e autrice di libri e scritti dedicati alla questione “femminile” per la “parità di genere”, nel suo ultimo libro “Non per me sola. Storia delle italiane attraverso i romanzi” (Editori Laterza, pag. 230, Euro 18,00), attraverso l’analisi di una antologia di brani tratti da testi di autori sia femminili che maschili, si sofferma, in particolare, su come la condizione della donna (nubile, sposata, vedova, figlia, sorella, moglie, madre, insegnante, suora) sia stata “narrata”, in particolare, da scrittrici e giornaliste (Gianna Manzini, Anna Kuliscioff, Natalia Ginzburg, Matilde Serao, Dacia Maraini, Grazia Deledda, Elsa Morante, …), in rapporto alla morale e alla legislazione corrente.  Solo tra la fine dell’800 e il ’900, le donne hanno cominciato a proporre, anche in testi letterari, in contrasto con le rappresentazioni e interpretazioni maschili dell’universo femminile, una loro rappresentazione e interpretazione di se stesse e dei propri ruoli, decisamente più problematici rispetto a quelli che esse stesse fedelmente custodivano e tramandavano, perfino a loro svantaggio, di generazione in generazione. La scrittrice Neera, pseudonimo di  Anna Zuccari Radius (1846 – 1918), in un articolo del 1976 scriveva sul “Giornale delle donne”, interpretando il ruolo di educatrice e di depositaria delle “norme di comportamento” da trasmettere alle sue contemporanee   ignorando le loro aspirazioni e rivendicazioni, che “La donna è nata per piacere agli uomini, per propagare la specie, migliorarla, ingentilirla e far calze. Io non le riconosco altre missioni e mi pare ve ne sia abbastanza . Togliete la donna alla casa e non avrete più né casa né donna”.

L’amore, che per la donna, doveva essere vissuto “come nobiltà del sacrificio” materno e di salvaguardia del proprio onore, della verginità e della pace familiare e la “maternità”, che doveva essere intesa come “sacrificio a vita” cui la donna era destinata (insieme al matrimonio “singolarissima forma di prostituzione” con la quale la donna otteneva il “mantenimento e la rispettabilità”),  sono stati temi ai quali è stato dato spesso dalle autrici nei loro libri la stessa interpretazione fornita dagli scrittori uomini tramandandone, a loro svantaggio, il significato.  In Italia le donne, fino a tempi molto recenti, erano abituate ai “doveri” e non ai “diritti” sia all’interno della famiglia che della società: non uscivano da sole (sempre accompagnate da genitori, fratelli, mariti); i marito era scelto dal padre (“non si sposa chi si ama, ma si deve amare chi si sposa”); erano sottoposte alla “autorità maritale” che negava loro la tutela dei figli e la possibilità di gestire patrimoni familiari e, in caso di assenza del marito, erano soggette all’autorità dei parenti di lui; non avevano accesso a gran parte delle professioni e dei mestieri. Ciò, oltre a negare i loro “diritti”, evidenzia Valeria Palumbo, costituiva il “freno più potente alle loro rivendicazioni di libertà o anche solo di dignità”.  Condizioni, che rispecchiavano il pensiero dominante del tempo, rimaste inalterate ancora per molti decenni se si pensa che il medico e antropologo Paolo Mantegazza (1831 – 1910) ha scritto, in relazione alla posizione delle donne nella società, ricorda l’autrice, che “poiché la donna gode dell’esclusività della maternità, è inutile riconoscerle pure l’uguaglianza giuridica”. Soltanto nel 1956 la Corte di Cassazione ha abrogato l’art. 571 del codice penale (Jus corrigendi) che autorizzava l’uso della violenza su moglie e figli e nel 1968 è stato abrogato dal legislatore il “reato di adulterio” che prevedeva la condanna solo della moglie adultera e non del marito adultero. Di fatto, sottolinea Valeria Palumbo, le donne dovevano “appartenere soltanto ai ‘legittimi’ proprietari, i mariti” e, prima di loro, ai padri e ai fratelli ai quali l’art. 587 del codice penale (Delitto d’onore, abrogato nel 1981) riconosceva (non a madri e sorelle) una riduzione abnorme della pena in caso di assassinio di una loro congiunta “per l’onor suo e della famiglia”.   “Non per me sola” è una importante analisi del divario esistente tra ciò che la “società”, anche attraverso la legislazione, chiedeva, e ancora chiede, alle donne di essere e le loro aspirazioni ad un effettivo riconoscimento del ruolo sociale di moglie e di madre, alla rivendicazione dell’uguaglianza giuridica, politica e sociale rispetto all’uomo, ad una posizione antagonista rispetto alla figura maschile, alla contestazione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alla donna e alla “scoperta” di alcuni valori tipicamente femminili.

Vittorio Esposito

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