Vendette digitali e sicurezza sul web

Il revenge porn è parte di un più ampio fenomeno, quello della pornografia non consensuale che non si esaurisce nelle “vendette di relazione” ma riguarda ogni condivisione e diffusione digitale di immagini di carattere sessuale, senza il consenso della persona ritratta. La definizione revenge porn è infatti riduttiva poiché, molto spesso il fine di colui che agisce non è semplicemente la ritorsione o il risentimento personale. Inoltre, il riferimento al termine “vendetta” può far sottintendere che il destinatario di questa abbia in qualche modo provocato o istigato la stessa con i suoi comportamenti. Ecco perché è più corretto parlare di pornografia non consensuale, ovvero di qualsiasi atto di diffusione di immagini private di una persona senza il suo consenso, al fine di umiliarla e danneggiarne la sua reputazione, ovvero anche per minacciarla o estorcerle denaro.

Come evidenziato da una recente ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity dell’Eurispes (2019), la maggior parte degli atti di NCP viene compiuta da persone che hanno o hanno avuto un legame affettivo con la vittima e che, non di rado, rifiutando la fine di una relazione, cercano di ledere la dignità dell’ex partner, compromettendone o distruggendone la reputazione. 

La pornografia non consensuale rientra nei nuovi fenomeni che nascono con la Rete e camminano insieme alle opportunità che questa offre, rappresentandone però uno dei pericoli maggiori. 

La semplicità con cui è possibile condividere materiale anche intimo attraverso i moderni mezzi di comunicazione, induce le persone a sottovalutare il rischio che tale contenuto possa essere utilizzato in maniera inappropriata e lesiva, magari proprio da un ex partner o da una persona della quale ci si fida. 

Secondo la rilevazione effettuata dall’Eurispes nel 2020 almeno un italiano su dieci conosce qualcuno rimasto vittima di revenge porn. 

Anche in considerazione della scarsità dei dati disponibili in Italia rispetto ad un fenomeno così recente, l’Eurispes ha voluto tentare di tracciarne i contorni quantitativi. 

Il 12,7% degli italiani intervistati conosce qualcuno che è stato/a vittima di questa vendetta, mentre il restante 87,3% non è a conoscenza di qualcuno le cui immagini o video intimi siano stati diffusi e veicolati senza consenso. Più spesso a riferire di conoscere vittime di revenge porn sono i giovanissimi under 25 (18-24enni) con il 21% delle indicazioni. 

Ad essere maggiormente a conoscenza di questo fenomeno sembrerebbero le donne: tra queste ultime infatti la percentuale di chi riferisce una conoscenza indiretta del fenomeno è superiore di 5,5 punti rispetto al dato maschile (il 15,4% contro il 9,9%). I risultati suddivisi per area geografica fanno emergere in particolare il dato del Nord-Est dove quasi un cittadino su quattro (23,1%) afferma di conoscere persone che hanno visto condivise online o via cellulare le proprie immagini o video intimi.

Avvalendosi ancora una volta dell’esperienza indiretta di quegli intervistati che hanno denunciato la presenza del fenomeno, è stato chiesto se vi sia stato anche un ricatto nei confronti della vittima. Ne è emerso che nella metà dei casi sono state messe in atto anche formule ricattatorie (47,9%); accanto a questo dato va segnalato un quarto del campione che non sa se vi sia stato un qualche tipo di ricatto (26,1%).

Il fenomeno della pornografia non consensuale è diventato un problema dai grandi risvolti sociali, acuito dalle tristissime vicende umane che, in alcuni casi, si sono concluse tragicamente e che hanno spinto solo di recente il legislatore a riempire il vuoto normativo che ancora caratterizzava la legislazione italiana. 

La legge n. 69/2019 ha infatti come obiettivo la tutela delle vittime di violenza di genere (in particolare donne e minori), e prevede sia l’inasprimento delle pene per alcuni delitti che l’introduzione di nuove tipologie di reato, tra cui l’articolo 612 ter, una fattispecie ad hoc volta a sanzionare le condotte di cosiddetto revenge porn o, più in generale, di pornografia non consensuale.

 

tratto dal sito dell’Eurispes

Il revenge porn è parte di un più ampio fenomeno, quello della pornografia non consensuale che non si esaurisce nelle “vendette di relazione” ma riguarda ogni condivisione e diffusione digitale di immagini di carattere sessuale, senza il consenso della persona ritratta. La definizione revenge porn è infatti riduttiva poiché, molto spesso il fine di colui che agisce non è semplicemente la ritorsione o il risentimento personale. Inoltre, il riferimento al termine “vendetta” può far sottintendere che il destinatario di questa abbia in qualche modo provocato o istigato la stessa con i suoi comportamenti. Ecco perché è più corretto parlare di pornografia non consensuale, ovvero di qualsiasi atto di diffusione di immagini private di una persona senza il suo consenso, al fine di umiliarla e danneggiarne la sua reputazione, ovvero anche per minacciarla o estorcerle denaro.

Come evidenziato da una recente ricerca dell’Osservatorio Cybersecurity dell’Eurispes (2019), la maggior parte degli atti di NCP viene compiuta da persone che hanno o hanno avuto un legame affettivo con la vittima e che, non di rado, rifiutando la fine di una relazione, cercano di ledere la dignità dell’ex partner, compromettendone o distruggendone la reputazione. 

La pornografia non consensuale rientra nei nuovi fenomeni che nascono con la Rete e camminano insieme alle opportunità che questa offre, rappresentandone però uno dei pericoli maggiori. 

La semplicità con cui è possibile condividere materiale anche intimo attraverso i moderni mezzi di comunicazione, induce le persone a sottovalutare il rischio che tale contenuto possa essere utilizzato in maniera inappropriata e lesiva, magari proprio da un ex partner o da una persona della quale ci si fida. 

Secondo la rilevazione effettuata dall’Eurispes nel 2020 almeno un italiano su dieci conosce qualcuno rimasto vittima di revenge porn. 

Anche in considerazione della scarsità dei dati disponibili in Italia rispetto ad un fenomeno così recente, l’Eurispes ha voluto tentare di tracciarne i contorni quantitativi. 

Il 12,7% degli italiani intervistati conosce qualcuno che è stato/a vittima di questa vendetta, mentre il restante 87,3% non è a conoscenza di qualcuno le cui immagini o video intimi siano stati diffusi e veicolati senza consenso. Più spesso a riferire di conoscere vittime di revenge porn sono i giovanissimi under 25 (18-24enni) con il 21% delle indicazioni. 

Ad essere maggiormente a conoscenza di questo fenomeno sembrerebbero le donne: tra queste ultime infatti la percentuale di chi riferisce una conoscenza indiretta del fenomeno è superiore di 5,5 punti rispetto al dato maschile (il 15,4% contro il 9,9%). I risultati suddivisi per area geografica fanno emergere in particolare il dato del Nord-Est dove quasi un cittadino su quattro (23,1%) afferma di conoscere persone che hanno visto condivise online o via cellulare le proprie immagini o video intimi.

Avvalendosi ancora una volta dell’esperienza indiretta di quegli intervistati che hanno denunciato la presenza del fenomeno, è stato chiesto se vi sia stato anche un ricatto nei confronti della vittima. Ne è emerso che nella metà dei casi sono state messe in atto anche formule ricattatorie (47,9%); accanto a questo dato va segnalato un quarto del campione che non sa se vi sia stato un qualche tipo di ricatto (26,1%).

Il fenomeno della pornografia non consensuale è diventato un problema dai grandi risvolti sociali, acuito dalle tristissime vicende umane che, in alcuni casi, si sono concluse tragicamente e che hanno spinto solo di recente il legislatore a riempire il vuoto normativo che ancora caratterizzava la legislazione italiana. 

La legge n. 69/2019 ha infatti come obiettivo la tutela delle vittime di violenza di genere (in particolare donne e minori), e prevede sia l’inasprimento delle pene per alcuni delitti che l’introduzione di nuove tipologie di reato, tra cui l’articolo 612 ter, una fattispecie ad hoc volta a sanzionare le condotte di cosiddetto revenge porn o, più in generale, di pornografia non consensuale.

 

tratto dal sito dell’Eurispes

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli