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Venti di guerra in America latina: Maduro vuole gran parte della Guyana e tutto il petrolio

di Angelo Vitolo -


Venti di guerra in America latina: il risultato del referendum voluto da Maduro in Venezuela può aprire la porta ad un intervento militare in Guyana, la parola alle armi può essere vicina. Oggetto della contesa, il territorio dell’Esequibo, una regione ricca di petrolio e minerali la cui sovranità è contesa alla Guyana che la amministra e che è stata posta al centro del referendum di domenica, che il presidente Nicolás Maduro afferma essere stato vinto con una percentuale elevata, il 95%. Dichiarazioni aleatorie, se gli osservatori del New York Times hanno visto nel Paese seggi vuoti in più località. Quanti dei 20 milioni di venezuelani chiamati al voto si sono veramente decisi ad andarci? Una domanda senza una risposta certa, nel Paese dei due presidenti, ove a quello in carica Maduro si affiancò nel 2018, insidiandolo, Juan Guaidò.

Un referendum dai due obiettivi, quello di domenica, per Maduro. Sempre più sotto pressione da parte degli Stati Uniti affinché indica al più presto elezioni libere ed eque dopo anni di autocrazia – il 2024 l’anno concordato con le opposizioni, circostanza che ha permesso di restringere le sanzioni imposte al Venezuela sull’export di petrolio verso alcuni mercati, fu Trump a definirle dopo la rielezione di Maduro-, il presidente ha puntato a un risultato che affermasse nel Paese l’obiettivo di una conquista, all’insegna di un proposito nazionalista, per migliorare l’economia del Paese, allentando l’insofferenza che cresce ogni giorno di più verso il suo governo.

Per farlo, ha scelto una disputa in ballo dal 1899 e mai sopita pure dopo l’indipendenza dal Regno Unito nel 1966. Ora, fa gola a Maduro l’Essequibo, “una regione poco più grande dello stato della Georgia – scrive il Nyt – , una giungla tropicale ricca di petrolio, oltre che di minerali e legname”, che conta i due terzi della Guyana. Bartica, sulla riva sinistra del fiume, la porta di accesso a un “interno” ricco di risorse naturali. Lì la Guyana sta ammassando forze di polizia, nella regione ha fatto arrivare truppe il Brasile che da mesi ha attivato la sua intelligence per analizzare la regione, mentre Maduro non ha ancora deciso i passi militari da avviare.

Le sue parole sembrano riportare gli osservatori al gioco sporco delle compagnie petrolifere nel continente durante il secolo scorso. Un gioco mai attenuatosi se Maduro dice che “il governo guyanese si è appropriato dell’Esequibo, oltre alla compagnia petrolifera statunitense ExxonMobil che lo finanzia”. E precisa che “da quando sono stati scoperti i pozzi di petrolio nella regione contesa, la ExxonMobil si è intascata 22mila milioni di dollari, mentre alla Guyana ne sono andati soltanto 3mila milioni”.

Petrolio per il quale la Guyana ha una attuale rendita di 400mila barili al giorno, che potranno diventare 3 milioni nel 2026. Il Venezuela di Maduro vuole mettere le mani su questo. Dalla sua – ma per ora non si hanno segnali di una posizione precisa sulla questione da parte di Xi – ha pure l’appoggio della Cina, da anni presente nel Paese con molti investimenti.


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