Verdi troppo “razzista”: il Teatro alla Scala alza il sipario sulla cancel culture

La censura politicamente corretta va di nuovo in scena alla Scala. Lo storico teatro meneghino, dopo il caso Velery Gergiev (il russo, direttore d’orchestra, rifiutò di prendere le distanze da Putin e non poté dirigere le repliche de La Dama di Picche), ora ‘punisce’ Giuseppe Verdi, uno dei più grandi operisti della storia, compositore simbolo del Risorgimento, ma decisamente troppo “razzista” per i folli canoni della cancel culture. Il teatro lirico ha infatti messo mano al libretto dell’opera Un ballo in Maschera di Giuseppe Verdi, scritto da Antonio Somma nel lontano 1858, per non urtare la sensibilità di un certo tipo di pubblico. La frase prima incriminata e poi censurata è “dell’immondo sangue dei negri” ed è riferita alla maga Urlica, che legge la mano di Riccardo, governatore del Massachusetts e protagonista del dramma, e viene pronunciata nella seconda scena del primo atto. Verrà sostituita con la più accomodante “Ulrica, del demonio maga servile”. Questa decisione non dovrebbe sorprendere – non del tutto, almeno: la frase è stata già oggetto di polemiche nel 2013, nell’allestimento dell’opera per mano di Damiano Micheletto. In tal caso la frase vituperata fu sostituita con “s’appella Urlica del futuro divinatrice”. All’epoca i fan di Verdi non presero affatto bene la decisione, parlando addirittura di oltraggio. Prima ancora, nell’edizione rappresentata al Festival di Salisburgo nel 1989 diretta da Herbert von Karajan, la frase controversa venne sostituita da una se possibile ancor peggiore: “dell’immondo sangue gitano”. Erano altri tempi: a fare le spese di questo ‘razzismo’ fu semplicemente un’altra etnia. Ma è niente rispetto alla censura operata questa volta per volere del direttore d’orchestra Nicola Luisotti. Non solo sotto le mannaie della censura è finita la frase sulla fattucchiera Ulrica, ma tutto il libretto scritto dal povero Antonio Somma. I “dirupi” cantati da Amelia non sono più “negri” ma “neri” (anche se l’aggettivo è evidentemente non riferito a persone dalla pelle d’ebano). “Chi giunge!” è andato al posto di “Si batte!”, “Rea ti festi” sostituisce “Sangue volsi”, “d’amor mi brillerà” al posto di “bear di voluttà”. Le ragioni dietro questi cambi non sono ancora note; certamente non possono essere dettati tutti dalla voglia di uniformare Verdi al politically correct. E dire che il mondo dell’opera tutto è tranne che razzista: basti pensare che nell’edizione de Un ballo in Maschera, tenutasi sempre alla Scala nel 1977 e diretta dal grande Claudio Abbado con la regia di Franco Zeffirelli, al fianco di Luciano Pavarotti, nel ruolo di Amelia, c’era Shieley Verrett … una mezzo soprano nera. Questa tendenza a eliminare e sostituire tutto ciò che appartiene al passato per evitare di offendere una minoranza ha origini anglosassoni: basti pensare che anche il Globe Theatre vuole censurare proprio il “suo” Shakespeare. Ora è Verdi a pagare il prezzo: un tempo esportavamo cultura, ora importiamo – ma purtroppo è la cancel culture.

La censura politicamente corretta va di nuovo in scena alla Scala. Lo storico teatro meneghino, dopo il caso Velery Gergiev (il russo, direttore d’orchestra, rifiutò di prendere le distanze da Putin e non poté dirigere le repliche de La Dama di Picche), ora ‘punisce’ Giuseppe Verdi, uno dei più grandi operisti della storia, compositore simbolo del Risorgimento, ma decisamente troppo “razzista” per i folli canoni della cancel culture. Il teatro lirico ha infatti messo mano al libretto dell’opera Un ballo in Maschera di Giuseppe Verdi, scritto da Antonio Somma nel lontano 1858, per non urtare la sensibilità di un certo tipo di pubblico. La frase prima incriminata e poi censurata è “dell’immondo sangue dei negri” ed è riferita alla maga Urlica, che legge la mano di Riccardo, governatore del Massachusetts e protagonista del dramma, e viene pronunciata nella seconda scena del primo atto. Verrà sostituita con la più accomodante “Ulrica, del demonio maga servile”. Questa decisione non dovrebbe sorprendere – non del tutto, almeno: la frase è stata già oggetto di polemiche nel 2013, nell’allestimento dell’opera per mano di Damiano Micheletto. In tal caso la frase vituperata fu sostituita con “s’appella Urlica del futuro divinatrice”. All’epoca i fan di Verdi non presero affatto bene la decisione, parlando addirittura di oltraggio. Prima ancora, nell’edizione rappresentata al Festival di Salisburgo nel 1989 diretta da Herbert von Karajan, la frase controversa venne sostituita da una se possibile ancor peggiore: “dell’immondo sangue gitano”. Erano altri tempi: a fare le spese di questo ‘razzismo’ fu semplicemente un’altra etnia. Ma è niente rispetto alla censura operata questa volta per volere del direttore d’orchestra Nicola Luisotti. Non solo sotto le mannaie della censura è finita la frase sulla fattucchiera Ulrica, ma tutto il libretto scritto dal povero Antonio Somma. I “dirupi” cantati da Amelia non sono più “negri” ma “neri” (anche se l’aggettivo è evidentemente non riferito a persone dalla pelle d’ebano). “Chi giunge!” è andato al posto di “Si batte!”, “Rea ti festi” sostituisce “Sangue volsi”, “d’amor mi brillerà” al posto di “bear di voluttà”. Le ragioni dietro questi cambi non sono ancora note; certamente non possono essere dettati tutti dalla voglia di uniformare Verdi al politically correct. E dire che il mondo dell’opera tutto è tranne che razzista: basti pensare che nell’edizione de Un ballo in Maschera, tenutasi sempre alla Scala nel 1977 e diretta dal grande Claudio Abbado con la regia di Franco Zeffirelli, al fianco di Luciano Pavarotti, nel ruolo di Amelia, c’era Shieley Verrett … una mezzo soprano nera. Questa tendenza a eliminare e sostituire tutto ciò che appartiene al passato per evitare di offendere una minoranza ha origini anglosassoni: basti pensare che anche il Globe Theatre vuole censurare proprio il “suo” Shakespeare. Ora è Verdi a pagare il prezzo: un tempo esportavamo cultura, ora importiamo – ma purtroppo è la cancel culture.

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