Attualità

Violenza online: basta con il Far web

Finora la politica è stata a guardare, da anni manca una stretta su web e social che alimentano l'odio

di Angelo Vitale -


Sessismo e violenza online, il caso Phica si presenta alla fine della pausa estiva come una sorta di spartitraffico per la politica italiana, finora lenta e incerta negli anni sulla rotta da intraprendere.

Violenza online: cosa, dopo il caso Phica?

Il forum hard – che ha creato scalpore e scandalo dopo 20 anni dalla sua attivazione soltanto per la denuncia delle donne della politica che avevano scoperto di esserci finite – è stato chiuso per esclusiva volontà dei suoi gestori, una mossa di una certa relativa sorpresa che in qualche maniera toglie le castagne dal fuoco alla nostra polizia postale e alle varie istituzioni deputate o in qualche modo competenti sulla materia dell’eventuale oscuramento dei siti web.

Una manovra dei gestori del forum che può essere interpretata anche come la necessità di scegliere il (temporaneo?) male minore per evitare eventuali e più gravosi approfondimenti di indagine sulla sua più ampia e completa iniziativa messa in piedi da tanti anni, controlli fiscali a parte.

Il business dei forum hard

Il business di piattaforme del genere, infatti, sarebbe innanzitutto originato dalla acquisizione dei dati di chi vi si iscrive, per poi rivenderli nel grande mercato globale della loro profilazione a fini commerciali, oltre che da eventuali percentuali e fee su tutti gli altri commerci che vi vengono veicolati.

Politica finora incerta, dicevamo, se non totalmente immobile, negli anni sulla violenza digitale, sulla necessità di paletti o regolamentazioni del web e dei social.

Una donna su due ha subito violenza online

Inn un’Europa che già due anni fa cercava di avviare un percorso di regole con la proposta di direttiva presentata alla Commissione europea da Parlamento e Consiglio europeo e l’obiettivo di adeguare la normativa ai cambiamenti portati dalle nuove tecnologie negli ultimi dieci anni, avendo verificato fin dal 2020 che una giovane donna su due ha subito qualche forma di violenza online, le norme italiane attuali inquadrano il sessismo online come parte del più ampio fenomeno di incitamento all’odio e discriminazioni di genere e prevedono i comportamenti denunciabili: insulti, minacce, molestie e discorsi d’odio via web.

E ovviamente si sono accompagnate alla sollecitazione indirizzata agli operatori dei social per la rimozione tempestiva di contenuti sessisti e razzisti, a favorire strumenti di segnalazione più e chiari trasparenti e il via di campagne di sensibilizzazione.

Manca la stretta su web e social

Ciò che è mancato, però, è una stretta, ogni volta subito insidiata dal timore – per ogni governo, ogni partito – di essere tacciati di mettere il bavaglio alla Rete e ai social, laddove veramente ciò fosse tecnicamente e legislativamente possibile. rete e social – va detto – negli ultimi decenni culla rapida dell’ascesa politica di leader ed esponenti della politica, anche in chiave di aspra e bollente polemica con gli avversari.

La stretta non c’è stata, perciò il caso Phica sarà emblematico della volontà di una svolta e della sua attuazione. Finora, spiegata e giustificata con ostacoli legislativi e interpretativi: è difficile identificare autori di comportamenti sessisti online perché spesso usano profili falsi o anonimi. In proposito, per esempio, già da due giorni la polizia postale fa sapere di essere inondata da denunce.

La politica sta a guardare

La giurisprudenza italiana, poi, tende a bilanciare il diritto di critica con la censura, e alcune espressioni forti sui social – talora non tracimano nella diffamazione che pure è da decenni campo di battaglia nei tribunali – vengono interpretate in modo quasi elastico come parte del linguaggio digitale, creando complessità nell’inquadrare penalmente certi insulti o commenti sessisti. In più, alcuni pubblici ministri avanzano richieste di archiviazione per questi motivi, rallentando azioni legali efficaci contro le responsabilità.

E non mancano resistenze culturali e politiche: alcuni gruppi e piattaforme online sessiste vengono rimossi solo dopo scandali e denunce, ma manca un’azione stabile e continuativa di prevenzione. Ultimo gravoso scoglio, il dibattito parlamentare: serve coordinamento tra ministri e competenze diverse (Pari opportunità, Interno, Innovazione tecnologica) per far partire interventi legislativi e culturali più incisivi.


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