Vomito e champagne

Due modelli bellissimi, con lei influencer (più cinica e più ricca, Charibi Dean, recentemente scomparsa) e lui (più bambacione e sottone, Harris Dickinson) che le fa le foto, litigano per i soldi e poi finiscono gratis su uno yacht di extra lusso in mezzo ai ricconi quelli veri. La crociera finisce nel peggiore dei modi: un naufragio. E i sopravvissuti sull’isola dovranno fare i conti con le loro (misere) vite. Fino a che… I puntini di sospensione sono d’obbligo, anche perché l’ennesima provocazione di Ruben Östlund, Triangle of sadness, ha il cosiddetto (fastidioso) finale aperto. Il regista svedese, amatissimo a Cannes – con questo film ha vinto la sua seconda Palma d’oro, dopo The Square del 2017 – adora essere provocatorio, disturbare la platea con temi divisivi e sequenze talvolta insostenibili (per stomaci forti). La provocazione, calcolata, oseremmo dire quasi snob, sicuramente estetizzante – laddove l’osceno, l’orribile, il vomitevole diventa il Sublime kantiano – è la cifra del cinema di Östlund. Ma rischia, dopo tot pellicole, di essere anche il suo limite. Una sorta di condanna fatale a girare sempre lo stesso film, come gli ultimi 10-15 titoli di Woody Allen, per intenderci – con la differenza però che il primo è nel fiore della scrittura, il secondo è a fine carriera inoltrata. Così come sono imprigionati nel loro classismo, ridotto a mera differenza di reddito, i protagonisti della storia. Dove la lotta di classe si svolge tra i naufraghi che in quanto tali dovrebbero essere tutti uguali. E invece no. In tal senso, il film ricalca pesantemente – sebbene a parti invertite – il capolavoro della Wertmuller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974). Ma quando la storia si sposta sull’isola ha già perso gran parte della sua forza visiva, della sua vocazione a rompere gli schemi. I protagonisti, prigionieri del loro ruolo, ritagliato dal censo e dal genere – c’è chi vuole vederci una rivalsa delle donne sugli uomini, ma non è esattamente così – sull’isola sono alle prese con il capovolgimento dei rapporti di forza.
Ma il mordente, lo stimolo intellettuale è venuto meno. A bordo del lussuosissimo yacht, prima che venisse sommerso dalla shitstorm – qui letterale e non figurata – tra vomito e champagne, tra ostriche e water che esplodono, il duetto tra il capitano americano marxista (Woody Harrelson, sempre gustoso) e il capitalista russo anticomunista (il bravissimo Zlatko Buric) è così spassoso quanto definitivo. Due ubriaconi che si scontrano per gioco sulla politica e la visione del mondo, quando le loro esistenze sono la prova provata che i loro ideali non camminano nelle loro griffatissime scarpe. Nel duello a colpi di citazioni c’è tutto lo snobismo un po’ radical chic del regista, ma pure l’Occidente tramontato da quel dì, ormai avvolto nelle tenebre, nell’abisso della superficialità, della vacuità, dell’annoiato esercizio del privilegio da ricconi.
Sì, certo: c’è anche altro, nel film. C’è il rapporto di coppia, c’è l’amore mercenario, c’è il prezzo della dignità, c’è la solitudine che neanche i miliardi possono lenire. C’è soprattutto la cattiveria di fondo del genere umano, che si manifesta in piccole vendette, in grandi soprusi, in imbarazzanti capricci. E quando il ricco è nudo come il re, è mortificante, se non repellente.
La forza del film è nei dialoghi, nel testo diciamo. Ma anche nelle gag, se vogliamo chiamarle così. Quelle sequenze che tanto ci hanno fatto ridere senza ritegno, senza pietà. La pellicola si apre in modo magistrale: modelli maschi intervistati in qualità di vittime del sessismo – guadagnano molto di meno delle colleghe donne. Al centro del mondo della moda c’è il titolo del film, quel triangolo della tristezza in mezzo alle sopracciglia, formato dalle rughe date dal tempo e dalle preoccupazioni. Un triangolo che può esserci nel caso in cui il modello stia posando per una griffe da ricchi, ma che va assolutamente scongiurato se si deve pubblicizzare un marchio economico. In quel caso sorrisi a 36 denti e niente broncio. Una sequenza spassosa che però è l’immagine plastica di come oggi la compravendita dell’immagine – a partire da quella degli influencer – sia il core business di certo Occidente più che decaduto.
Il resto del mondo è fatto da cose semplici, pragmatiche, utili. Ma è fatto anche da rabbia, odio, sentimento di rivalsa, violenza. Sulla violenza, infine, vogliamo aggiungere che è tanto più insopportabile quanto inutile, gratuita. Come nell’ammazzamento sull’isola: la scena più cattiva e disturbante di tutte (e ce ne sono, eh).

Due modelli bellissimi, con lei influencer (più cinica e più ricca, Charibi Dean, recentemente scomparsa) e lui (più bambacione e sottone, Harris Dickinson) che le fa le foto, litigano per i soldi e poi finiscono gratis su uno yacht di extra lusso in mezzo ai ricconi quelli veri. La crociera finisce nel peggiore dei modi: un naufragio. E i sopravvissuti sull’isola dovranno fare i conti con le loro (misere) vite. Fino a che… I puntini di sospensione sono d’obbligo, anche perché l’ennesima provocazione di Ruben Östlund, Triangle of sadness, ha il cosiddetto (fastidioso) finale aperto. Il regista svedese, amatissimo a Cannes – con questo film ha vinto la sua seconda Palma d’oro, dopo The Square del 2017 – adora essere provocatorio, disturbare la platea con temi divisivi e sequenze talvolta insostenibili (per stomaci forti). La provocazione, calcolata, oseremmo dire quasi snob, sicuramente estetizzante – laddove l’osceno, l’orribile, il vomitevole diventa il Sublime kantiano – è la cifra del cinema di Östlund. Ma rischia, dopo tot pellicole, di essere anche il suo limite. Una sorta di condanna fatale a girare sempre lo stesso film, come gli ultimi 10-15 titoli di Woody Allen, per intenderci – con la differenza però che il primo è nel fiore della scrittura, il secondo è a fine carriera inoltrata. Così come sono imprigionati nel loro classismo, ridotto a mera differenza di reddito, i protagonisti della storia. Dove la lotta di classe si svolge tra i naufraghi che in quanto tali dovrebbero essere tutti uguali. E invece no. In tal senso, il film ricalca pesantemente – sebbene a parti invertite – il capolavoro della Wertmuller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974). Ma quando la storia si sposta sull’isola ha già perso gran parte della sua forza visiva, della sua vocazione a rompere gli schemi. I protagonisti, prigionieri del loro ruolo, ritagliato dal censo e dal genere – c’è chi vuole vederci una rivalsa delle donne sugli uomini, ma non è esattamente così – sull’isola sono alle prese con il capovolgimento dei rapporti di forza.
Ma il mordente, lo stimolo intellettuale è venuto meno. A bordo del lussuosissimo yacht, prima che venisse sommerso dalla shitstorm – qui letterale e non figurata – tra vomito e champagne, tra ostriche e water che esplodono, il duetto tra il capitano americano marxista (Woody Harrelson, sempre gustoso) e il capitalista russo anticomunista (il bravissimo Zlatko Buric) è così spassoso quanto definitivo. Due ubriaconi che si scontrano per gioco sulla politica e la visione del mondo, quando le loro esistenze sono la prova provata che i loro ideali non camminano nelle loro griffatissime scarpe. Nel duello a colpi di citazioni c’è tutto lo snobismo un po’ radical chic del regista, ma pure l’Occidente tramontato da quel dì, ormai avvolto nelle tenebre, nell’abisso della superficialità, della vacuità, dell’annoiato esercizio del privilegio da ricconi.
Sì, certo: c’è anche altro, nel film. C’è il rapporto di coppia, c’è l’amore mercenario, c’è il prezzo della dignità, c’è la solitudine che neanche i miliardi possono lenire. C’è soprattutto la cattiveria di fondo del genere umano, che si manifesta in piccole vendette, in grandi soprusi, in imbarazzanti capricci. E quando il ricco è nudo come il re, è mortificante, se non repellente.
La forza del film è nei dialoghi, nel testo diciamo. Ma anche nelle gag, se vogliamo chiamarle così. Quelle sequenze che tanto ci hanno fatto ridere senza ritegno, senza pietà. La pellicola si apre in modo magistrale: modelli maschi intervistati in qualità di vittime del sessismo – guadagnano molto di meno delle colleghe donne. Al centro del mondo della moda c’è il titolo del film, quel triangolo della tristezza in mezzo alle sopracciglia, formato dalle rughe date dal tempo e dalle preoccupazioni. Un triangolo che può esserci nel caso in cui il modello stia posando per una griffe da ricchi, ma che va assolutamente scongiurato se si deve pubblicizzare un marchio economico. In quel caso sorrisi a 36 denti e niente broncio. Una sequenza spassosa che però è l’immagine plastica di come oggi la compravendita dell’immagine – a partire da quella degli influencer – sia il core business di certo Occidente più che decaduto.
Il resto del mondo è fatto da cose semplici, pragmatiche, utili. Ma è fatto anche da rabbia, odio, sentimento di rivalsa, violenza. Sulla violenza, infine, vogliamo aggiungere che è tanto più insopportabile quanto inutile, gratuita. Come nell’ammazzamento sull’isola: la scena più cattiva e disturbante di tutte (e ce ne sono, eh).

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