Il Sistema Palumbo: dializzati come merce per il denaro
Per anni tangenti per centinaia di migliaia di euro sulla pelle dei malati
Il centro medico per la dialisi Dialeur dove, secondo gli inquirenti, il primario del Sant'Eugenio Roberto Palumbo avrebbe dirottato i pazienti già assistiti in ospedale. Il medico è sotto inchiesta con l'accusa di corruzione
Il primario di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale Sant’Eugenio di Roma, finito in manette per corruzione e abuso d’ufficio in una vicenda che scuote la sanità romana: è il Sistema Palumbo che sfruttava i malati dializzati. Come quella del San Raffaele di Milano, su un fronte diverso, narra le traversie della sanità lombarda, con l’assessore Guido Bertolaso quasi a derubricarle solo come “criticità” pur nella evidenza dello scandalo in reparti ove dovevano essere assistiti pazienti ad alta fragilità.
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Il Sistema Palumbo
A Roma la Procura ha ricostruito un sistema consolidato, che partiva dal reparto pubblico e drenava pazienti dializzati verso strutture private, trasformando la fragilità dei malati in un business da centinaia di migliaia di euro. Il primo filone investigativo, da una denuncia del 2024, presentata da Carmelo Antonio Alfarone, vertice del centro di dialisi Diagest srl e del network Rome Medical Group: una rete di favori e tangenti che operava già dal 2016.
Secondo le accuse, ogni paziente da Sant’Eugenio veniva indirizzato in cliniche private convenzionate e valeva un compenso fisso di 3mila euro pagato da Alfarone a Roberto Palumbo. Tra il 2016 e il 2022, pagamenti per circa 700mila euro, oltre a favori vari, disponibilità di case e auto di lusso, carte di credito e incarichi fittizi. Nella rete, società private come Dialeur srl, parte del gruppo Nefrocenter, e Omnia 2025 srl, intestata a prestanomi ma di fatto controllata dal primario. Un sistema organizzato nei minimi dettagli.
Il primario decideva “chi va dove”
Palumbo decideva “chi va dove”: pazienti in dimissione, centri da riempire, flussi da garantire. Nelle intercettazioni, conversazioni in cui si parla dei trasferimenti come fossero merci: il linguaggio è cinico e denota totale disprezzo per i pazienti. L’importante, “godersi la vita” grazie a tangenti puntuali: “Ogni mese è così”.
Un intreccio di denaro e utilità. Una chiara logica. I pazienti dializzati come merce, la sanità pubblica come uno strumento di profitto. La Procura ipotizza che la rete abbia agito con reiterazione e sistematicità, coinvolgendo almeno 12 persone. Al suo interno titolari di cliniche, dirigenti sanitari e rappresentanti legali di società private. L’arresto in flagranza, il 4 dicembre, ha colto Palumbo mentre incassava 3mila euro in contanti da un imprenditore.
Il giudice per le indagini preliminari, Paola Della Monica, nella convalida dell’arresto ha sottolineato come gli episodi fossero reiterati nel tempo e combinassero contanti, carte di credito, vantaggi in natura e incarichi fittizi, configurando corruzione e abuso d’ufficio.
Un giro non occasionale: una rete strutturata, con società, prestanomi, fatture false, consulenze fittizie e un sistema di “logistica dei pazienti”. Il modello, se confermato, per evidenziare ancora una volta come la sanità pubblica possa essere piegata agli interessi privati. Trasformando così la cura in merce e sfruttando la dipendenza dei malati da terapie salvavita.
La fotografia di una sanità tradita: malati dializzati come merce
L’inchiesta resta aperta. I magistrati vogliono verificare quanti pazienti siano stati realmente trasferiti in modo illecito. E quanti altri medici o strutture private siano coinvolti e quale sia l’ampiezza reale del flusso di denaro. Se emergesse che migliaia di pazienti sono stati dirottati per profitto, la fotografia di una sanità tradita, con etica, trasparenza e tutela dei più deboli sacrificati a favore del denaro.
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