Comitato Giustizia SÌ: le ragioni del Sì al referendum su separazione delle carriere, terzietà del giudice e sviluppo economico.
di PAMELA FATIGHENTI – Comitato Giustizia Sì
Il Comitato Giustizia SÌ sostiene il Sì al referendum sulla separazione delle carriere perché la Riforma è scelta di responsabilità verso i cittadini e il futuro della nostra democrazia. Non è certo una battaglia contro la magistratura, ma una riforma per rendere la giustizia più giusta, più credibile e più equilibrata. L’unitarietà delle carriere, pur garantendo l’indipendenza dal potere politico, che non viene certo toccata dalla Riforma, crea una confusione di ruoli che indebolisce un principio fondamentale: la terzietà del giudice. Nel processo penale, il giudice deve essere realmente e chiaramente equidistante tra accusa e difesa e va osservato che anche quando l’imparzialità è effettiva, l’apparenza di una vicinanza strutturale con l’accusa rischia di minare la fiducia dei cittadini nella giustizia. La separazione delle carriere rafforza questo principio. Un giudice con un percorso distinto e autonomo è un giudice più libero e più credibile. Allo stesso tempo, un pubblico ministero con una funzione chiaramente definita può esercitare il proprio ruolo di parte nel processo con maggiore responsabilità e tutela degli interessi pubblici. Ciò comporta l’attuazione concreta del giusto processo, non una sua negazione. Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine, condividono lo stesso percorso di carriera e sono regolati dallo stesso organo di autogoverno sia sulla valutazione professionale come sulla responsabilità disciplinare. A questo si collega il tema del sorteggio dei componenti del CSM, una risposta necessaria dopo anni di degenerazioni correntizie. Il CSM dovrebbe essere, in primo luogo, il garante dell’indipendenza della magistratura, per questo il sistema del sorteggio spezzerebbe queste logiche, riducendo il peso delle correnti e restituendo sobrietà e neutralità all’autogoverno. È una scelta ordinamentale chiara contro aspetti di casta corporativa e a favore della credibilità delle istituzioni.
Votare Sì significa anche sostenere concretamente le imprese italiane. La giustizia non è un tema astratto: è una delle principali infrastrutture dello sviluppo economico. Ogni imprenditore sa che senza certezza del diritto non si investe, non si cresce e non si crea lavoro. Un sistema giudiziario percepito come lento, imprevedibile o sbilanciato scoraggia l’iniziativa economica e penalizza soprattutto le aziende sane, quelle che rispettano le regole e tengono in piedi il Paese. Non si può dimenticare che la lentezza della giustizia civile italiana ci costa due punti di PIL e che essa frena – dichiaratamente – gli investitori esteri. Procedimenti penali e contenziosi civili lunghi possono scoraggiare attività produttive, compromettere l’accesso al credito e danneggiare la reputazione di un’impresa prima ancora di una sentenza definitiva. La separazione delle carriere e una migliore valutazione della professionalità dei magistrati, contribuisce a rendere il processo più prevedibile e più equo, riducendo il rischio che l’azione penale diventi uno strumento di pressione o di paralisi economica. Per le imprese significa maggiore tutela, maggiore stabilità e un contesto più favorevole agli investimenti. Il superamento delle logiche correntizie nel CSM ha un risvolto diretto sull’economia. L’incertezza giuridica è il primo nemico degli investimenti, soprattutto di quelli internazionali. Dove la giustizia è credibile e imparziale, il capitale resta e crea occupazione. Dove è opaca e imprevedibile, il capitale fugge. Dire Sì significa mandare un messaggio chiaro: l’Italia vuole essere un Paese in cui la giustizia favorisce lo sviluppo e costituisce una garanzia per chi lavora, investe e crea futuro. Per questo il Sì è una scelta di civiltà giuridica, di crescita economica e di fiducia nel Paese.
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