La stanchezza delle democrazie al bivio
Non vi era certo sfuggita la matrice crepuscolare delle riflessioni di fine d’anno. Bilanci millenaristici e conti aperti con la definitiva “uscita” dal Novecento, con la “stanchezza” delle democrazie e la emancipazione dalle regole dello stato di diritto. In definitiva la dolce morte degli spiriti che hanno carburato obiettivi e valori del “secolo democratico”. Tutti temi “incombenti”.
In un tempo trainato dai prodigi della scienza e della “Intelligenza” posti di fronte al rovello di un futuro non negoziabile perciò incerto e nebbioso. Aggiungo che ogni analisi sulle eredità della Tradizione si conclude in volute retoriche che chiamano la Politica a recuperare altezze visioni e risorse. Un po’ quel che accadde al fatidico Barone impegnato a tenersi in piedi per i capelli.
Ecco il punto. La Politica viene evocata come il Fantasma dell’Opera cui si attribuisce il delitto più a causa di un oscuro intrigo che per la perdita rovinosa delle difese immunitarie. Oggi dovremmo piuttosto interrogarci sul divampare della violenza (spesso contigua e tollerata) nella protesta sociale. Effettuare una campionatura dei nobili alibi che fertilizzano il terreno della insurrezione andando alla radice delle cosiddette “ragioni del nostro scontento”. Le ragioni di contese che radicalizzano il “conflitto” profittando della patente debolezza della Mediazione, cioè della Politica.
Quando scendono in campo gli “assoluti”, i residui tossici della ideologia, ogni dialettica si conclude nello scontro quindi nel primato simbolico del “gesto” soprattutto se distruttivo. Diventa perciò quasi naturale la fuga della “opinione” nella tutela riparatrice e consolatoria del potere della forza e nella forza del potere. Una assiologia della resa come modalità e gestione del conflitto e come garanzia per la tenuta sociale. Il mondo delle autocrazie affranca dalla “fatica democratica”, abbassa il livello della consapevolezza critica e delle libertà e si abbandona al sonno della ragione.
La morte della regola liberale è l’esito inesorabile di questo ritiro delle società dentro “confini” securitari che liberano dal dovere di pensare e di agire in conseguenza.
Credo sia giusto, in questo esordio d’anno, porsi la urgenza di una riflessione radicale sulle democrazie del nuovo secolo, sulle Costituzioni del futuro. Soprattutto da noi sarà sempre più necessario uscire dalla nebulosa dei piccoli mondi sovrani che disputano fra loro, ignorando che la competizione si giocherà ormai fra interi emisferi. Che saranno la mappa del nostro tempo.
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